Prepararsi a diventare vecchi

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Un sacerdote, in un’omelia rivolta a un gruppo di settantenni, ha invitato a ‘prepararsi a diventare vecchi’ e la prima reazione: intanto vecchio bisogna riuscire a diventarlo. Ma ha ragione; come diceva Tolstoj, “la vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo”.

Se ignoriamo i segnali di un naturale decadimento fisico e intellettuale, se ci ostiniamo a pensare che l’autunno resterà sempre la maturità dei colori e dei sapori senza mai scivolare nell’inverno, non riusciremo ad accettare di essere vecchi e ci ostineremo a pretendere di stillare da noi una gioventù della quale rimangono soltanto poche gocce.

Prepararsi a diventare vecchi significa accettare che avremo sempre più bisogno degli altri, che il nostro corpo e la nostra mente saranno sempre più fragili; significa volersi ugualmente bene e anelare a vivere quel po’ di vita che ancora ci resta.

La vecchiaia non è una stagione più o meno meravigliosa, è l’unica stagione possibile e non accettarla significa soltanto viverla peggio. Alternativa non c’è.

Il sacerdote inseriva questo invito in un contesto di vicinanza di Dio e del suo amore, ma l’invito vale anche per tutti, così come vale per tutti il messaggio di Papa Francesco: “La mancanza di salute la disabilità non sono mai una buona ragione per escludere, o peggio, per eliminare una persona; e la più grave privazioni che le persone anziane subiscono non è l’indebolimento dell’organismo e la disabilità che ne può conseguire, ma l’abbandono, l’esclusione, la privazione di amore”.

In realtà abbiamo paura della vecchiaia perché temiamo il dolore di un corpo che cigola sempre più, la perdita delle nostre capacità intellettive, il dolore di vedere i nostri affetti che se ne vanno prima di noi. Però non prepararsi è peggio, perché un giorno arriverà… se ti va bene.

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Una risposta

  1. Memento homo
    “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris” è una locuzione latina, che compare nella Genesi allorché Dio, dopo il peccato originale, cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e alla morte: “Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”
    Cominciamo col dire che la vecchiaia è uno stadio della vita, l’ultimo prima del grande passo verso l’altra vita , come pensano e sperano in molti, o verso il nulla , come penso io. Aggiungiamo anche che non tutti hanno la fortuna di invecchiare perché ci sono moltissimi che lasciano questo mondo ben prima del tempo ed alcune volte giovanissimi, a causa di malattie , di disgrazie, o semplicemente perché caduti in guerra nel passato prossimo e remoto od in una delle 56 che si combattono in questo momento sul nostro pianeta, non solo quelle tra Russia ed Ucraina o tra israeliani e palestinesi, le più reclamizzate in questo momento.
    L’unica cosa certa è la finitezza umana.
    Che è la consapevolezza che sulla faccia della Terra siamo tutti di passaggio : nasciamo, viviamo e moriamo .
    La consapevolezza della morte, del tutto assente negli animali, rende possibile lo scenario della “pianificazione”, aprendo le porte alla dimensione propria dell’uomo. Pretendere di fare a meno della morte, come purtroppo avviene oggi significa perdere completamente di vista l’orientamento nel viaggio chiamato vita .
    Bisogna accettare l’idea che la morte sia il naturale epilogo della vita.
    Ciononostante, la morte rappresenta soprattutto l’ignoto e l’ignoto è inevitabilmente legato alla più naturale delle passioni: la paura.
    L’uomo tende ad allontanare tutto ciò che teme, tutto ciò che avverte come minaccia alla propria esistenza.
    “Respice post te. Hominem te memento” (“Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo”) veniva pronunciato alle spalle dei generali romani, di ritorno in città, dopo i trionfi bellici, come monito contro la superbia e la pretesa di immortalità.
    La morte è in fondo solo il naturale epilogo della vita.
    Dal primo vagito in poi è una lenta ma inesorabile marcia di avvicinamento alla definitiva uscita di scena da questa vita all’altra, come sperano i credenti, o al nulla come pensano i miscredenti come me.
    Ed è proprio la consapevolezza della propria finitezza che dall’alba dei tempi ha indotto l’uomo a credere nella vita eterna..
    Sono stato da sempre convinto e lo sono sempre più ora man mano che si avvicina la mia fine, essendo ultraottantenne, che esista solo un Aldiquà e che l’Aldilà sia solo quella che io definisco la Grande illusione, una sorta di miraggio di cui l’uomo ha bisogno per non impazzire , specie nell’approssimarsi della fine per vecchiaia o malattia.
    Chiudo facendo mia la tua riflessione finale :”La vecchiaia non è una stagione più o meno meravigliosa, è l’unica stagione possibile e non accettarla significa soltanto viverla peggio. Alternativa non c’è. ”
    O meglio c’è, ma è peggio.
    Sono convinto che , fin quando c’è una discreta qualità della vita e si è autonomi, vale la pena di vivere ancora, pur avendo vari acciacchi , imprescindibili in età avanzata.
    Non vale la pena di continuare a vivere se non si è più autonomi e vi è totale dipendenza dagli altri .In questo caso la vita diventa un supplizio per se e per gli altri.
    Specie se chi assiste il vecchio malato non lo fa con amore e dedizione.

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