Preludio allo scacco matto

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Simone ci ha proposto un suo manoscritto che a puntate,settimanalmente pubblicheremo.

Questo che segue è l’enigmatica presentazione

 

Gelido e incomprensibile….come nell’istante in cui il mio piccolo involucro, per la prima volta, si sporse al di là del calore supremo, l’inviolabile grembo materno, per scorgere il mondo angoscioso e brutale degli uomini.

La coperta del mio letto non è sufficiente a ripararmi, e tremo come un orfanello aggrappato ad una misera candela, in una notte priva di stelle.

Gelido…..e crudele. Come il leopardo, la bestia, il mastino, la iena.

Raffigurato in una modesta scultura di porcellana posta sulla scrivania del mio studio, vedo il suo sguardo minaccioso, collocato dinanzi al mio giaciglio come un idolo a cui sacrificare integrità e senno. Imperioso ed autorevole, il felino mi osserva con occhi di compassione, eppure pregni di quell’atavismo animalesco, quell’orgogliosa furia naturale, simile alla smorfia di un satiro tentatore che, in tante notti di lacrime e sudore, giocò d’azzardo con la quiete del mio sonno; mi fissa, mi giudica colpevole di tutti i peccati commessi dall’uomo contro il suo dominio, la natura, e m’invita a seguirlo intonando un ruggito di scherno, irridendo la mia debolezza.

Fragile, come un frammento di perla priva di valore, rifiutata con spregio dalla sirena più umile, esiliata dal tesoro del re dei mari; in essa, si riflette la mia vita sino ad oggi, eretta con le colonne dell’insoddisfazione e inconsistente, quale fortezza di polvere assalita dal male del desiderio.

 

Il leopardo si rivolge a me cordialmente, la sua voce è calda e accomodante; mi parla dei germogli dell’eden che crescono nel deserto di Satana, e delle tenebre di costui che vagano indisturbate, come nobili in carrozze d’argento, nel regno della luce.

La colomba e il corvo, lo yin e lo yang, la vita e la morte, l’unione profana degli opposti che si attraggono come amanti perversi, e io, incapace di comprendere la logica della moltitudine, abbandonato a me stesso, solo, nell’intricato groviglio di carne e stupidità che è il genere umano.

Il leopardo, perlappunto, afferma che la mia mente non vi appartiene, poichè le sue spire e la lingua biforcuta di ogni pensiero partorito, anelano ad avvolgere la figura di una dolce compagna che, ahimè, giace nell’alcova delle mie più recondite fantasie; così, nel contesto in cui il mio corpo esiste, incapace di trovarvi un singolo conforto, sono destinato alla solitudine.

Con affanno, mi ergo in piedi e mi separo dalla stanchezza del giorno trascorso, osservando truce la statua del felino e reclamando a gran voce una risposta: “”Chi è, colei che sto cercando?””

“”Chi sei tu…..””

Il contrattacco della bestia mi coglie in fallo; io, che oso mettermi alla ricerca di un sogno ed esigo saperne il nome, in effetti, non ricordo chi sono. Un’amnesia che nessun medico riuscì a giustificare stravolse il mio mondo qualche tempo addietro, costringendomi in ginocchio dinanzi allo scettro di un singolo ricordo, implorandolo di ritornare ai lidi sperduti della mia mente:

“”Te ne prego, sovrano. Seppur questo servitore, in passato, con la sua inettitudine ti recò torto, mostragli la via della misericordia un’ultima volta. Permettigli di servirti ancora…..conferendogli nuovamente il suo nome.””

E’ così; oltre alla mia famiglia, perdetti l’investitura più importante, la spada della mia identità. Divenni un numero, incapace di covare aspettative e discernere il giusto dall’iniquo, il bene dal male; un ingranaggio logoro e futile, ecco ciò che sono.

“”Per questo, sei solo.””

Ribatte il leopardo, alterando la sua statuaria espressione in un sogghigno. Lo scorno di non riuscire neppure ad accettare la mia condizione, tanto da nasconderne l’evidenza sotto una maschera di tracotanti bugie, si tramuta velocemente in cupa e abissale disperazione; l’aria comincia a mancare e le mie mani si stringono attorno al collo, mentre il cuore pulsa come una fiera impazzita, incidendo i miei polmoni come lo scalpello di un Michelangelo.

Dio concede all’acqua del mio spirito torbido la grazia di straripare, un fiume ruggente in un giorno tempestoso, e urlo, con le poche forze coricate nel mio ego:

“”Chi sono io!!!!!! Rispondimi, o bestia infingarda!””

Lacrime, lo sfogo di una miserabile nuvola di pece in un giorno d’estate, irrorano le mie guancie, concedendomi un poco di calore in quel freddo ancestrale; rinvigoriscono, anche se flebilmente, la speranza di una nuova alba in cui possa ritrovare me stesso, un desiderio per cui sarei disposto a sacrificare i miei consimili senza azzardare eccezioni. La loro anima per la mia identità, la morte dell’etica in virtù dell’istinto egoistico che accomuna tutti gli uomini.

“”La tranquillità è oscura.””

“”Cosa?””

Il tono del leopardo conduce il mio spirito agli antichi convivi ateniesi, dove i dottori del sapere istruivano i loro discepoli all’amore per il discorso; sebbene sia una bestia di umile porcellana, la sua indole è colma di pregiata saggezza, tanto da restarne soggiogato. 

“”A dispetto di ogni conformità e convinzione, l’oscurità della quiete non si trova nelle profondità più opache del subconscio, dove nessuno ha il coraggio di scavare, ma proprio in alto, al centro del sole.””

 

“”E’ come un mosaico, un caleidoscopio che risplende nella cattedrale del cuore. L’autentica essenza di un uomo, la sua individualità, non si fonda su un nome, bensì nell’arcano accostamento di colori ed ombre, che scaturisce da un vetro variopinto mentre riversa il suo artificio nel salone di una chiesa fosca; tale contrasto è la sintesi dell’esistenza, la ragione per cui vivere, la risposta che cerchi………il principio nero del sole.””

Stento a comprendere, impaurito e confuso come un vascello privato della sua flotta, in balia dell’oceano assetato di incauti pionieri, quando vedo comparire, nella mia mente, i contorni di una piccola isola. Ed ecco l’inconscio avvertirmi con fervore, la vedetta gridare estasiata la fortunata scoperta di una terra a cui finalmente approdare, e la gioia travolgere tutto il mio equipaggio; consulto nervosamente mappa e bussola, la meta mi appare ancora sfuocata, ma poi il sole comincia a filtrare tra il mosaico dei miei ricordi, illuminando i meandri del cuore e una singola, labile memoria, che credevo persa per sempre.

L’oscurità della quiete è proprio in alto, al centro del sole, e non c’è niente di più vero perchè riesco a sentirne chiaramente il profumo…..tra le pagine di una storia che forse non dovrei leggere, ma di cui vi renderò partecipi.

 

Copyright by Lanzotti “”Lanzo”” Simone

 

 

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