Precisazioni e segnali

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L’articolo “Docente, discente … incoerente?” a firma A.Z., contiene verso la fine una considerazione che riporto fedelmente:

“La contraddizione, l’incoerenza, non solo umana, ma anche a livello della Chiesa, sta, a mio avviso, nell’accanirsi a dire che quella ragazza, è viva, dopo 17 terribili anni di silenzio e di immobilità assente, e poi consentire, con agghiacciante fretta e sicurezza, (per non ripetere il vocabolo di prima, sicumera, che mi sembra più appropriato) dare il beneplacito all’atrocità di frettolosi espianti, per ottenere gli esultanti risultati di cui sappiamo, con le operazioni di trapianto.

La dignità e il valore della vita umana, racchiusa in una silenziosa esile figura immota, come era Eluana, non sono forse gli stessi racchiusi in chi, sanissimo e vitale, giovane, magari più ancora di lei, rimane vittima di un incidente gravissimo ed è in coma allo stesso stadio?

Davanti a questa incredibile differenza di valutazione, a questa contraddizione, i credenti, sempre più tiepidi, presi dal turbine delle preoccupazioni, delle personali passioni e delle angosce esistenziali, delle tragedie private e delle difficoltà materiali, per il lavoro, per la salute sono disorientati…L’intransigenza cieca di certo clero non paga, ma nemmeno l’incoerenza paga, perché i detrattori della Chiesa e delle sue gerarchie, voluttuosamente assaporano, memorizzano e rinfacciano queste incongruenze, riuscendo proprio a causa della fede affievolita, a fare breccia.”

Ritengo che la Chiesa non “si accanisca a dire che quella ragazza è viva dopo 17 terribili anni di silenzio”, ma si veda costretta ad affermare con risolutezza e senza tentennamenti ciò che non dovrebbe neppure essere messo in discussione. Quando la ragione di una parte dell’umanità non era ancora stata eclissata una tale presa di posizione non sarebbe avvenuta: non sarebbe stato necessario.

Credo anche che sia una forzatura dialettica raffrontare l’attuale vicenda di Eluana con quanto deciso quarant’anni fa, come se allora fosse stato possibile prevedere che l’equazione “morte cerebrale = dichiarazione di morte” formulata dal rapporto di Harvard[1] avrebbe generato aberrazioni o che dopo quarant’anni ci sarebbe stato l’omicidio di Eluana.

La Chiesa cattolica, forse afflitta da un “complesso di colpa” nei confronti della Scienza, accettò con inconsueta fretta, appunto circa quarant’anni orsono, un assioma tecnico-medico-scientifico circa la suddetta equazione: “morte cerebrale = morte”, forse per non essere accusata per l’ennesima volta di essere retriva, fossilizzata e avversa al mondo scientifico. La mia considerazione circa il “complesso di colpa” è solo una semplice opinione, probabilmente non condivisibile per qualcuno e certamente discutibile per altri. Ciò che mi pare invece certo è che oggi l’assioma contenuto in quell’equazione vacilla.

A tale proposito va peraltro rimarcato che l’attuale Romano Pontefice, S.S. Benedetto XVI, ha dato, fin da quando era ancora cardinale[2], segnali di puntualizzazione di notevole rilievo.

Inoltre, già il 3 settembre 2008 l’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo di Lucetta Scaraffia (I Segni della morte) in cui fra l’altro si scrive: “… l’errore, sempre più evidente, è stato quello di aver voluto risolvere un problema etico-giuridico con una presunta definizione scientifica.”

L’Osservatore Romano non è il Romano Pontefice, ma assai raramente si è discostato e si discosta dal Suo pensiero.

Vi sono state poi, anche recentemente, dichiarazioni pronunciate direttamente da S.S. Benedetto XVI circa i troppi abusi nei trapianti, e Sue richieste che vi siano regole certe.

Ritengo quindi che la Chiesa si stia rendendo conto che fu quantomeno imprudente affidarsi alla tecno-scienza, tralasciando la via etica e giuridica.

Ha certamente ragione A.Z. quando denuncia l’incoerenza, la contraddizione, l’intransigenza cieca di certo clero.

Vi sono però alcuni richiami, lo ripeto di nuovo, che inducono a sperare che l’errore commesso, se di errore si trattò, venga corretto; l’importante è che i cosiddetti media, sempre pronti a soffiare aria nelle trombette quando si deve accusare la Chiesa di interferenze et similia, si degnino di accogliere e divulgare tali richiami con il risalto che meritano.

Quanto “all’intransigenza cieca di certo clero” ritengo sia sufficiente e, tutto sommato semplice, attenersi ad un solo inoppugnabile principio: la linea di condotta sul piano etico, religioso e dottrinale la indica il Sommo Pontefice.

Il resto del clero, di qualunque livello gerarchico sia, quando si pone in linea divergente da quella del Papa, va abbandonato al proprio destino: nei casi più gravi si rischia l’eresia.


[1] Il rapporto di Harvard è del 1968. Il concetto di morte cerebrale venne introdotto nel mondo scientifico in contemporanea ai primi trapianti nella storia della medicina. La maggior parte degli organi non può essere espiantata da cadavere, per cui i criteri di accertamento della morte naturale (arresto dell’attività cardiaca e della circolazione sanguigna) non consentivano questo tipo di interventi. L’introduzione del concetto di morte cerebrale forniva una legittimazione scientifica per poter effettuare i trapianti. http://it.wikipedia.org/wiki/Morte_cerebrale

[2] Durante il concistoro straordinario del 1991, l’allora cardinale Ratzinger nella sua relazione sul problema delle minacce alla vita umana così si espresse: “Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (“cadaveri caldi”)”.

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