Piu’ cultura! Ma cosa significa?

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La scolarizzazione è in costante aumento per numero di anni  passati in classe, però con altrettanta intensità crescono l’analfabetismo di ritorno, riferito al sapere leggere,scrivere e di far di conto e l’analfabetismo informatico. Le nuove generazioni sono le più avvantaggiate nell’uso degli strumenti elettronici, ma si invecchia  precipitevolissimevolmente. 

 


Prendo spunto dalle parole di Matteo Renzi alla Lepolda, sull’impegno del governo per la cultura, indicando il ministro Franceschini quale taumaturgo. Ha avuto in effetti diversi meriti, uniti a qualche ombra e dimenticanza, con una propensione per la cultura da copertina, invece di sostenere le travi portanti e nascoste, come gli archivi o le biblioteche. Ha fatto con il suo settore quello  che succede nei servizi idrici; si lavora sul quel che si vede, mentre sottoterra nessuno interviene su reti fognarie e acquedottistiche, perché si spende senza alcun ritorno di immagine.

Ma Franceschini non è certo il più deludente ministro di Gentiloni e preferisco perciò domandarmi se investire in cultura porti automaticamente più cultura, perché assisto ad una polarizzazione: i ricchi di cultura diventano sempre più ricchi e gli altri si ingozzano di non cultura, fake news, gossip e via dicendo, un elenco più lungo e devastante delle bibliche piaghe d’Egitto.

La scolarizzazione è in costante aumento per numero di anni  passati in classe, però con altrettanta intensità crescono l’analfabetismo di ritorno, riferito al sapere leggere, scrivere e di far di conto e l’analfabetismo informatico, il primo per disabitudine all’uso, il secondo perché l’aggiornamento deve essere costante, evolvendosi i mezzi e i linguaggi velocemente per esigenze di business. Le nuove generazioni sono le più avvantaggiate nell’uso degli strumenti elettronico, ma precipitevolissimevolmente si invecchia.

Faccio un esempio: se io organizzo una stagione lirica o di musica classica, investo in cultura, ma per chi ha già cultura. Forse avremmo più bisogno di investire in una cultura, la battezzo per farmi intendere, alfabetizzante e scolarizzante, ‘Non è mai troppo tardi’ adattato ai tempi moderni. L’unico strumento ancora quasi generalista, la tv, per salvare l’audience, polarizza la sua offerta: da una parte canali tematici specializzati e dall’altra reti a cultura zero. Non c’è alcun obiettivo di ‘elevazione’ del pubblico, preferendo soddisfare i suoi appetiti invece di stimolare il pensiero critico. 

E la cultura d’impresa? La cultura per il lavoro? Davvero ce n’è di più oggi? Davvero le aziende pongono ai loro vertici manager capaci di gestire processi decisionali valorizzando le risorse a disposizione e davvero i tecnici sono valorizzati per le loro competenze? Davvero in Italia abbiamo sistemi di formazione permanenti capaci di accompagnare l’innovazione e la qualificazione della risorsa umana?

Non so,così a naso mi viene da dire che la cultura non è mai il legante, ma un’appendice del sistema. Poi c’è la cultura delle arti espressive… ottima quando diventa mercato.

 

 

 

 

 

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