Pietre

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Alcune note di quando la mondializzazione non era in mano alla “finanza creativa “

Lo scorgo quando sono ancora lontano; dopo un lungo tragitto in pullman, lasciato il parcheggio, incomincio a salire. La città è ormai laggiù, lontana, e non ha quasi più nulla da dire: il rumore del traffico e il brusio della gente non osano montare fin quassù.

Fidia volle erigere il Partenone come un altare nel cuore della città, tra la cerchia delle montagne e il mare, e l’isolamento sacrale, voluto e concepito, permane dopo venticinque secoli.

Si percorre una via non troppo erta, immersa fra alberi che lasciano intravedere ampi spazi di cielo azzurro striato da candide nubi; ma lo sguardo è calamitato là, davanti a me: al colmo della rocca, palladio della città, si staglia, nel candore di una nuvola che ne accentua la maestosità, la sommità del Partenone.

Incurante della folla che mi circonda, senza più distogliere lo sguardo dal frontone, accelero, ansioso di giungere lassù: le metope e il timpano non si possono ancora distinguere, mentre appaiono in tutta la loro crudezza gli insulti che l’imbecillità e la rapacità umane, coniugate all’inesorabile lavorio dei secoli, hanno arrecato al tempio.

Raggiungiamo i Propilei e Teodora, insuperabile maestra di Storia e di Arte, inizia a trasfondere cultura.

Si risale la gradinata e poco dopo appaiono, in tutta la loro sublime solennità l’Eretteo e il Partenone.

Lo sguardo indugia ora sull’uno ora sull’altro tempio, sui capitelli, sulle Cariatidi, e, mentre il sole accarezza il marmo Pentelico donandogli un caldo tono aureo, la mente sembra divertirsi ad affastellare i pensieri facendo affiorare ricordi scolastici, elaborando i concetti espressi magistralmente da Teodora, cogliendo questo o quel particolare fino ad contemplare la divina proporzione dell’aurea sectio.

Entasi, rastremazione, peristilio, metope, triglifi, capitelli si rincorrono e spiegano ciò che gli occhi ammirano, estatici e insaziabili.

Poi, senza volere, forse a causa della lieve impervietà, la sguardo per un attimo cade a terra. Sto calpestando pietre ondulate, inclinate, talora scoscese, ma la loro superficie è levigata, smussata: il calpestio di quasi tre millenni le ha rese lisce e scivolose.

Sono massi anonimi, privi di qualsiasi dignità artistica: servi della gleba ai piedi di marmi di regale nobiltà.

Però quelle pietre, umili e mute, sono state accarezzate dai passi di Fidia, Socrate, Euclide, Pericle, Ictino, Platone, Ippocrate, Sofocle, Aristotele, Erodoto, Mnesicle, Eratostene, Pausania, Euripide, Temistocle, Callimaco, Senofonte, Milziade, Tucidide, Prassitele…

Ove ora posa il mio piede profano un tempo si posò il loro.

Involve tutte cose l’obblio nella sua notte [1] , ma la luce del loro intelletto ha attraversato i secoli e sfavilla ancora in tutto il suo splendore. Quelle pietre immortali, accarezzate dal loro calpestio hanno ascoltato le loro parole e sono silenti testimoni della sconfinata grandezza di quegli uomini.

Il fiume imponente della loro supremazia in ogni campo del sapere, della loro intelligenza, della loro cultura  ha irrorato e dissetato più di cento generazioni giungendo fino a noi, ma la nostra “civiltà”, che tutto trae e tutto deve a costoro, ha ridotto ciò che resta di quel fiume ad un miserevole rigagnolo di acqua sporca.

Rigagnolo che la nostra “civiltà”, tanto presuntuosa quanto insulsa, ritiene essere un oceano di sapienza, senza avvedersi, abbacinata com’è dalla propria protervia, che ciò che crede esser sapienza, in realtà è solo vacua, sconfinata saccenteria.



[1] Ugo Foscolo – Dei Sepolcri , 17

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