Pidocchi, destrieri e menti labili

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""...gli eletti dal popolo che escono dall'aula mentre parla un avversario politico, mancano nei confronti degli elettori.Perchè dietro ogni uomo politico c’è il numero, grande o piccolo, dei suoi elettori, e a quelli, anche se sono avversari, si deve il rispetto, in una nazione civile"".Articolo di Maria

 

Nella più pura retorica natalizia, usata a profusione anche da chi, perdonate il francesismo, s’en fout di presepi, Bambinelli e quant’altro, ricorre in questi giorni  assai spesso la parola pacificazione.

La pacificazione, come la panificazione, è qualcosa di indispensabile alla nostra sopravvivenza, ma non scaturisce dai più intimi progetti e sogni del fornaio, (figura preziosa, purtroppo in via di estinzione, soppiantata dalla panificazione industriale) ma è un’attività,  una scelta, una ragionata linea di condotta, la sola possibile, in una società civile  se si vuole uscire dalle secche di discussioni, polemiche, accuse reciproche, per riprendere il largo.

In questi giorni, da quel  13 dicembre, concitato e memorabile, è accaduto di tutto.

Dalla violenza dell’aggressione di Milano, opera di un singolo, all’ipotesi di un complotto, dai bollettini medici ufficiali  alle maliziose e circostanziate insinuazioni su un presunto falso attentato, dalle parole di perdono del premier ai richiami evangelici, alti e puri dei suoi fedelissimi,talvolta al punto da suscitare il sorriso nelle persone più ciniche, dalla solidarietà, all’esecrazione, fino, lo ribadisco, alla piccineria morale di chi accusa di “fare la vittima” chi , vittima, realmente è.

Una volta di più, è meschino speculare, da una parte e dall’altra, sulla sofferenza fisica, sull’umiliazione internazionale, che da questo evento è scaturita, sulla assoluta inqualificabile scelta di chi passa dalle invettive verbali alla violenza vera e propria.

Ed è giusto cercare di pacificare gli animi, è giusto ricorrere alle più spirituali ed evangeliche parole, per riportare su binari accettabili la vita politica e la vita pubblica in generale. Non si può pensare di vivere, fino alla scadenza del mandato dell’attuale maggioranza,  in un clima di intimidazione, di insofferenza, di critiche assolute, in una lotta che fa  non bene a nessuno; meno che mai ai cittadini che assistono, impotenti, inermi, infinitamente disgustati, preoccupati e avviliti, a tutto questo, mentre i loro problemi rimangono irrisolti, o peggiorano.

Per questo la pacificazione deve essere fortemente voluta, con la più grande buona volontà o rimane una meta impossibile, soprattutto se la buona volontà  si esige dagli altri e non da noi stessi.

Non mi sembrano espressione di buona volontà e di pace, le espressioni che, dall’una e dall’altra parte, si sono sprecate.

“E’ pericoloso guardare agli altri con sentimenti che non siano di rispetto e solidarietà”.

Questo ha detto Silvio Berlusconi, parlando al telefono ai manifestanti riuniti a Verona, per sostenerlo e incoraggiarlo.[1]

Siamo lontani dalla civiltà di accettare e rispettare le idee altrui, se a Foligno un ragazzo viene malmenato perché sta leggendo Il fatto quotidiano,  o se  le lezioni di civiltà e coerenza vengono da maestri dell’incoerenza, come Capezzone (feroce e incivile censore di Berlusconi fino a qualche anno fa[2]) Paolo Liguori (ora fedelissimo direttore di TGcom,già radicale rappresentante di  Lotta Continua e che dal 1978 al 1980 ha lavorato nel quotidiano del movimento) tanto per fare un paio di nomi, e che sono fra i critici più impietosi di chi osa avere idee non allineate con il PdL.

Difficile immaginare una qualsiasi civile collaborazione fra chi scrive Una medaglia per  Tartaglia,sui muri di Torino o fa scendere il livello di un incontro di calcio con cori inneggianti all’aggressore, come avvenuto in Livorno-Sampdoria.

O c’è chi, all’elegiaco racconto di Andrea
Sorte(uno che a Milano, in piazza Duomo, “c’era” come) che parla di Berlusconi come della “tessera numero uno del Popolo della Libertà” prontamente ribatte che a Berlusconi è associato anche il numero di tessera 1816…

Quando si invitano le persone alla pacificazione e al perdono, si dovrebbe avere il coraggio e la dignità di rinunciare anche a  certe suggestive metafore. Antonio Polito, direttore de Il Riformista, giornale della sinistra moderata, ricorre a quella, abusatissima, di Togliatti,[3]sostituendo ai “pidocchi” le cimici, per definire Marco Travaglio, ma lo stesso vale per chi chiama “seminatori d’odio” e ricorre all’anatomia maschile, ai roditori più repellenti, a materiale organico di bassa natura, per definire l’avversario politico.

Le menti labili,  che a detta del premier sono in gran numero nel nostro paese, sono i destinatari incolpevoli di questi  messaggi  di violenza, da chiunque vengano, e questo è sicuramente alla base di azioni gravissime, come l’agguato di Milano, ma anche di minore gravità, tali comunque da essere  di grande impedimento alla  normale attività politica.

Ma un Parlamento nel quale gli eletti dal popolo  si permettono la puerile azione di uscire, mentre parla un avversario politico, manca nei confronti degli elettori.

Perché in quel gesto, compiuto da Di Pietro verso il PdL , o dal PdL verso Di Pietro, non c’è solo  lo sgarbo ad un avversario, talvolta davvero becero e sgradevole, c’è il disprezzo e la noncuranza verso le persone che l’hanno eletto e che meritano spazio e attenzione. Dietro ogni uomo politico c’è il numero, grande o piccolo, dei suoi elettori, e a quelli, anche se sono avversari, si deve il rispetto,  in una nazione civile.

 

 

 

 



[1] In città gira la battuta “Saranno stati una trentina, secondo gli organizzatori. 100.000 secondo la questura.Questore e prefetto non vogliono rischiare il trasferimento”

[3] Il  segretario nazionale del PCI, l’on. Palmiro Togliatti, affermò che: “anche nella criniera di un nobile cavallo possono esservi due pidocchi” a proposito dell’on. Valdo Magnani e dell’on. Aldo Cucchi, definiti anche “spregevole traditore” e “provocatore agente del nemico”.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_Socialista_Indipendente )

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