Petrolio, Pentecoste e Sindrome di Stendhal

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Con invidiabile eleganza la prosa di Maria ci conduce in scenari tra di loro profondamente disaggregati ma ci appaiono come un mirabile unico dipinto

La visita, per me d’obbligo, e comunque desiderata, ogni qualvolta passo davanti al Duomo, a Milano, domenica 31 maggio 2009, Pentecoste, è stata anche motivo per partecipare alla Messa, appena iniziata.

Non mi sono mai abituata ai rappresentanti delle forze dell’ordine che perquisiscono chi entra in chiesa, ma mi assoggetto a questi provvedimenti come ogni cittadino, consapevole che è per la mia e altrui sicurezza. Così come non mi sono mai abituata al percorso cui, sia i visitatori, sia i fedeli, sono obbligati da apposite transenne, sorvegliati e diretti dal personale addetto, lo stesso personale  che, incurante del luogo sacro, ad alta voce si scambia informazioni, richiama turisti svagati e distratti, tratta problemucci di lavoro, interroga i titubanti che transitano, incerti sul da farsi,  circa le loro intenzioni, con uno sbrigativo – Visita o messa?-

Ma anche questo fa parte, evidentemente, dell’evolversi dei tempi, ed è difficile, o impossibile, definire se il Duomo sia più luogo di culto da frequentare per motivi religiosi, o splendore architettonico e artistico da ammirare.

Comunque, dopo aver risposto a mia volta con un debole “messa” alla domanda dell’incaricato, ho avuto il permesso di entrare nella zona transennata dove si celebrava il rito, per uno sparuto gruppetto di fedeli. Sparuto lo sarebbe stato anche in una piccola pieve, a maggior ragione lo era nell’immensità della navata centrale. Il sacerdote, lontanissimo e invisibile, campeggiava tuttavia sui vari schermi, a destra e a sinistra dei banchi. Non ricordo di aver mai partecipato ad un rito con minore misticismo di questo. Ne sono uscita con una sensazione di disagio profondo. Pochi passi, e ho raggiunto Palazzo Reale, per lo scopo principale del mio viaggio, visitare la mostra Monet- Il tempo delle ninfee.[1]

Suggestiva, emozionante, non voglio aggiungere altro.

Non solo perché già gli esperti molto hanno scritto su Monet, ma, soprattutto,  perché convinta che, quando si è di fronte alla bellezza assoluta, ogni parola sia del tutto inadeguata.

Ma, forse  per il disagio provato poco prima,all’uscita da messa, forse per l’emozione che comunque  riempie lo sguardo e l’anima, ho avuto un lieve malore, un capogiro, che mi ha costretta ad uscire.

Sindrome di Stendhal[2], mi sono detta, azzardando una pomposa autodiagnosi, o forse era semplicemente un po’ di fame. Diretta in Galleria, lo sguardo mi è caduto su una delle tante locandine dell’edicola di fronte, con titoli strillati, sulla vicenda ribattezzata da qualche buontempone “Noemigate”, vicenda nella quale accuse e smentite, estenuanti e contraddittorie schermaglie, ottundono la mente e allontanano lo spirito critico, facendoci perdere, oltre che  la pazienza, anche di vista i nostri immensi problemi, economici, politici, etici, sociali, amministrativi per risolvere  i quali ci vuole ben altro che qualche foto ritoccata, qualche giuramento sulla testa dei propri figli, o qualche sospetto dietrofront.

In questa squallida  pochade, i personaggi a volte scontati, a volte inconsueti, sono la moglie tradita, i giornalisti a caccia di scoop, gli  improvvisati pubblici ministeri, gli altrettanto improvvisati  difensori d’ufficio, l’arzillo vecchietto, la disinvolta ninfetta, l’incolore fidanzatino mollato, il padre quasi putativo, la mammina ambiziosa, gli astiosi censori, il codazzo dei servi del premier, la pletora degli  accaniti suoi oppositori e poi donne, tante donne, donne liberate e libere che, in nome di proclamate libertà sul proprio corpo e su come  gestirne ogni sua parte, allegramente si mercificano…anche solo con innocenti book, o copertine su riviste, o calendari.

Non sappiamo chi mente, anche se, prima o poi si saprà, naturalmente.

In attesa di ciò, nelle vicende che travagliano, si fa per dire, le ultime settimane di questa strana primavera 2009, tra gelo e afa, di sicuro a mio avviso c’è solo questo: il petrolio lo troveremo anche noi, affrancandoci dalla dipendenza altrui.

Diventeremo autarchici, scusate,autosufficienti, per quanto riguarda l’oro nero.

Sì.

Perché, chiunque menta, (l’accusato o i suoi frettolosi accusatori),  quando cadrà dall’altissimo ma precario castello delle fandonie  che ha raccontato, si farà male, certo, malissimo, ma farà anche una salutare voragine, profonda a sufficienza per farci vedere una bella scena degna de “Il Gigante”[3] con l’improvviso getto, maleodorante, sudicio, unto e inquinante, ma preziosissimo,  del petrolio.

Attendiamo fiduciosi.


 

[1] Fornisco qualche indicazione sulla mostra, per chi desiderasse visitarla. Ciò dipende da scelte individuali, impossibile dare un vero consiglio.

Milano, Palazzo Reale, dal 30 aprile al 27 settembre

Dalla Stazione Centrale prendete la linea metropolitana 3 (linea gialla) in Piazza Duca D’Aosta, di fronte all’entrata principale della stazione, e scendete alla fermata Duomo.Il Palazzo Reale, sede della mostra, è a destra, guardando il  Duomo.

Orari lunedì, dalle 14.30 alle 19.30 /da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 19.30 /giovedì, dalle 9.30 alle 22.30
Prenotazioni :02.43353522 o 199.199.111

Biglietti Euro 9 intero 7,50 ridotto –  4,50 ridotto speciale

 

[2] La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze, è il nome di una presunta affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e anche allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se sono compresse in spazi limitati

[3]

Film USA  del 1956, nel quale  Jett  un bracciante  interpretato da James Dean,  eredita un appezzamento di terreno che si scopre essere ricco di petrolio. Famosa la scena in cui Jett, quando il getto sprizza e ricade, rimane sotto quella pioggia bituminosa, inebriato.

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