Perchè i figli ammazzano i genitori

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I conflitti si generano quando non riusciamo più o non vogliamo garantire ai nostri figli il livello di consumi ritenuto indispensabile. A questo sono stati cresciuti; coccolati affinché spendano, ma non perché diventino protagonisti, solo clienti perfino in politica.

 


Guai a generalizzare il dramma ferrarese di Riccardo e Manuel assassini, capaci di uccidere a sangue freddo, così lucido il figlio, sapendo di non riuscire a colpire i genitori, da promettere mille euro all’amico affinché diventasse il suo sicario.

La quasi totalità degli altri giovani non arriverà mai a simili eccessi, eppure,  nella sua anormalità. l’assassinio familiare ferrarese rivela caratteristiche della gioventù contemporanea, come sottolineano diverse opinioni interessanti lette o ascoltate in questi giorni, ovviamente escludendo di quegli sciacalli televisivi e della carta stampata, sempre alla ricerca dell’orrore e del dolore, incapaci di rispettare le vite spezzate di genitori, amici e parenti, sanguisughe della vita altrui per un punto di share.

Mediamente i giovani hanno tutto quello che i genitori possono dare loro, talvolta troppo, senza nulla richiedere in cambio, nemmeno l’impegno scolastico o la partecipazione alla vita familiare.

L’irrealtà virtuale, quando troppo e male frequentata, si sovrappone e sostituisce la realtà.

La debolezza della scuola e il sostegno a prescindere delle famiglie nel rapporto con gli insegnanti seminano eccessi di potenza e di impunità. 

Non credo invece al conflitto generazionale, perché chi, come me, ha vissuto il Sessantotto e il Settantasette, ha conosciuto come norma l’assoluta incomunicabilità con le proprie famiglie e con il mondo intero, a cominciare dai capelli e dai vestiti fino alla politica, alla religione e alla visione del mondo. Eppure mica ammazzavamo i genitori; semplicemente li lasciavano fuori dalla nostra vita per ‘tornare a casa’ una volta compiuto il processo di emancipazione, pronti ad accettarci reciprocamente. I figli, per averli con sé nella vita, bisogna prima perderli e infatti, il problema, all’opposto, è una generazione incapace di ribellarsi, bambini a vita un po’ per comodità e un po’ perché respinti da una società, capace di dare loro, come unico ruolo, quello di consumatori.

I conflitti si generano quando non riusciamo più o non vogliamo garantire ai nostri figli il livello di consumi ritenuto indispensabile (in massima parte costituito da optional del tutto voluttuari e accessori: quel tipo di scarpe, quel cellulare, quella vacanza, quell’auto), perché a questo sono stati cresciuti, coccolati affinché spendano, ma non perché diventino protagonisti, solo clienti (perfino in politica).

Ha ragione Antonio Polito su Il Corriere della Sera: “Lo spirito del tempo ripete come un mantra slogan da tv del pomeriggio: ‘puoi avere tutto, se solo lo vuoi’. Più di un’educazione sentimentale è un’educazione al sentimentalismo. Al culto del sé, del successo facile, e del corpo come via al successo, sul modello dei calciatori e delle stelline. I genitori, anche i migliori, sono rimasti soli. È finito il tempo in cui i metodi educativi in famiglia non venivano smentiti o condannati dal contesto, protesta Massimo Ammaniti ne Il mestiere più difficile del mondo, il libro scritto con Paolo Conti e pubblicato dal Corriere. Oggi invece la smentita è continua”.

Viene da domandare se esiste ancora l’educazione in famiglia e nella comunità perché sempre più spesso cerchiamo per i nostri figli gli psicologi invece che gli educatori. Se vogliamo cambiare occorre che diventino ‘educative’ tutte le sedi e le forme di aggregazione da loro frequentate: scuola, società sportive, parrocchie, pub, perfino le discoteche se sanno proporsi come luogo di intrattenimento e non di sballo.  

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