Pera e la Treccani

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Una vera e propria parodia, non c’è altro modo per definire la querelle nata attorno a una presunta nomina del senatore Marcello Pera alla presidenza della prestigiosa enciclopedia Treccani.  Non solo la notizia circolata nei giorni scorsi, secondo la quale Giorgio Napolitano avrebbe posto un pesante veto alla nomina, appare destituita di ogni fondamento, addirittura si apprende che il nome di Pera non è mai figurato nella rosa di nomi che il Governo sottopone al presidente della Repubblica, il quale ha poi la facoltà di sceglierne uno tra essi. Cosa è successo dunque? Sembra che il tutto sia frutto di uno scaricabarile istituzionale con la presidenza del Consiglio che ha tentato di addossare le colpe al presidente della Repubblica e viceversa. Fatto sta che il nome di Pera è parso sgradito a tutti e non solo per le motivazioni che arbitrariamente sono state attribuite al Colle, ovvero che l’ex presidente del Senato sarebbe portatore di idee fin troppo decise in materia di etica e identità dell’Europa, ma anche e soprattutto a causa di alcune tesi politiche che il senatore sta ultimamente sostenendo e che risulterebbero malviste dall’attuale Governo perché ritenute troppo critiche nei suoi confronti.

Un’altra possibile chiave di lettura di questa faccenda la si può rintracciare in una frase contenuta nell’ultimo libro di Pera, “Perché dobbiamo dirci cristiani”, dove a “colui che invitò quelli che hanno bisogno di visioni del mondo ad andare al cinematografo” viene rinfacciato di non aver capito “quale danno sarebbe incorso a chi ha preso alla lettera la sua infelice battuta”: chi ricorda il nome di colui che lanciò tale invito agli Italiani, ovviamente, ha gioco facile nell’intuire da chi possa esser veramente partito il veto.

Giochetti di potere a parte, da questa storia non si può non notare come, alla fin dei conti, siano state proprio le massime autorità istituzionali italiane ad avallare le tesi sostenute da Pera nel suo libro, secondo il quale lo “Stato liberale che per i padri del liberalismo, imbevuti di cristianesimo, aveva la funzione del garante e custode del rispetto dei diritti umani fondamentali, sacri, inviolabili, non negoziabili, fondati su valori altrettanto sacri, è diventato oggi il più insidioso avversario di questi stessi valori”. La politica italiana, inoltre, ha dimostrato di preferire l’ossequio ai meriti e alle competenze, che in campo culturale al presidente Pera di certo non mancano, e di ritenere la libertà di pensiero subordinata ad una preventiva negazione dei valori cristiani. In tale ottica la nomina di Amato appare più rassicurante, ma di certo fa poco onore all’Italia e alla cultura italiana.

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