Per chi suona la campana

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” L’articolo di Montanelli pubblicato su Bice martedì scorso, datato 8 novembre 1977, ha dato origine ad una risposta dell’on. La Malfa. La contro-risposta di Montanelli non si è fatta attendere.

Oltre all’intervista che potete leggere qui accanto, La Malfa ha affidato all’intervistatore un messaggio orale per me. Ed è a questo che rispondo prima di tutto perché non ho segreti coi nostri lettori, eppoi perché trattandosi di cose che non contraddicono a pensieri già espressi dal presidente del partito repubblicano, non credo, rivelandole, di tradirne la fiducia.

La Malfa dunque mi rimprovera, ma in termini più accorati che accusatori, di non volermi arrendere alla realtà e di rifiutarmi di dare mano alla crisi che ormai travaglia la cultura marxista in preda a contraddizioni sempre più esplosive. Ma non vedi, mi dice, a che punto siamo? Senza i sindacati, e quindi senza il Pci che li tiene in pugno, non si può più governare. E che assegnamento si può fare su un «vertice» democristiano in cui la materia del contendere non è se l’accordo coi comunisti si debba fare, ma chi deve farlo fra Moro, Fanfani, Andreotti e magari altri aspiranti? In queste condizioni l’unica carta da giuocare è favorire l’evoluzione del Pci chiamandolo alle responsabilità del governo e obbligandolo così a confrontare le pregiudiziali marxiste con la realtà di un Paese sviluppato. Il contributo che il Giornale può dare a questa operazione è prezioso, se non decisivo. Assumendo un atteggiamento di preconcetta ostilità al Pci e ricacciandolo all’opposizione, ne ribadiremmo il latente stalinismo. Chiamandolo a collaborare, ne favoriamo l’evoluzione e soprattutto ne mettiamo in crisi tutto l’apparato culturale che solo chiudendo il dialogo col pensiero liberal-democratico può ribadire la propria ortodossia.

Mi dispiace di non poter condividere le tesi di La Malfa che, come a! solito, sono piene di suggestione. E gli chiedo anche scusa di aver dubitato ch’egli fosse morto e che al suo posto ci sia un matto che sì crede La Malfa. Se questo sospetto ha fatto tanto dispiacere a lui, ne ha fatto ancora di più a me. E vengo, punto per punto, ai suoi argomenti.

Primo. La Malfa crede veramente che i comunisti vogliano correre al salvataggio di un sistema basato sulla economia di mercato e sulla libera iniziativa? E anche se lo volessero, crede che glielo consentirebbero i loro «militanti» nutriti da cent’anni nell’odio di questo sistema e sostenuti da una Chiesa-madre che lo ripudia in toto e che non ne ha mai consentito la sopravvivenza o il ripristino in nessuno dei suoi proconsolati, come dimostrano i casi di Ungheria e Cecoslovacchia? Ma il sistema, poi, come si potrebbe salvare se non con leggi speciali e durissime che rimandassero d’autorità gli operai in fabbrica, gli studenti a scuola e i terroristi in galera, cioè senza instaurare un regime di polizia che sarebbe già l’addio a quello democratico e alle sue libertà?

Secondo. Il Pci, dice La Malfa, si è evoluto. Possiamo anche ammetterlo, sebbene non sia chiaro fino a che punto. Comunque, si è evoluto perché non è al potere, e quindi deve ogni giorno misurarsi con una realtà che lo costringe ad evolvere. Ma quando fosse esentato da questa necessità perché in grado di adattare la realtà ai suoi schemi, che oltre tutto sono i più facili e comodi, anche se i meno efficienti del mondo (che ci vuole a condurre un Paese ridotto a un gigantesco apparato burocratico, controllato da una onnipotente polizia, e incastrato in un sistema di alleanze in cui non resta che applicare i diktat e le «veline» del Principe?), la spinta all’evoluzione mancherebbe, come si vede nei Paesi in cui l’evoluzione si esprime solo per dissensi, galere, Gulag e samizdat.

Terzo. Lo stesso dicasi della crisi culturale marxista. Certo, questa crisi c’è, e rappresenta un importante aspetto della evoluzione, anzi il più importante e fondamentale perché determina tutti gli altri. Ma dov’è, questa crisi? E’ nel pensiero marxista dei Paesi occidentali. E’ qui, dove ogni giorno esso deve confrontarsi con quello liberaldemocratico, che lo pone implacabilmente al cospetto delle sue incongruenze e contraddizioni, che il pensiero marxista è costretto a continue revisioni e adattamenti, e vi si macera e dilacera, spesso senza nemmeno accorgersi che finisce per ribiasciare i nostri vecchi breviari: quelli che noi stessi abbiamo superato, ma senza convulsioni né drammi. Il giorno in cui l’intelligencija marxista diventasse intelligencija di Stato, Accademia con feluca e spadino, s’imbalsamerebbe come s’imbalsamò quella fascista. Gl’intellettuali italiani, caro La Malfa, io li conosco. Ma dovresti conoscerli anche tu: fra di loro non allignano, sta’ tranquillo, né dei Sacharov né dei Solzhenicyn. In questo, sono d’accordo con Amendola.

Quarto. La Malfa ha ragione quando dice che quello che aleggia nel «vertice» democristiano è uno spirito non di lotta, ma di resa, e che fra i suoi maggiori esponenti, salvo poche eccezioni, c’è solo una gara di spogliarello: l’asta a chi offre prima e di più ai comunisti, per propiziarseli. Ma è anche vero che la fellonia della Dc ha un alibi: l’atteggiamento dei partiti minori, che invece di trattenerla dall’accordo col Pci, ve la spingono. Se questi partiti si provassero a metterla con le spalle al muro costituendo una forza di opposizione democratica in grado anche di strapparle, per la sua consistenza, una buona fetta di elettorato, le cose potrebbero cambiare perché la Dc le posizioni non le difende; ma i posti, sì.

Per concludere. Anch’io, caro La Malfa, sono convinto come te che per uscire da questo baratro la collaborazione dei comunisti ci vuole. Ma all’opposto di te, credo ch’essi possano darcela solo se rest
ano fuori dal potere. Se c’entrano dentro, non possono che gestirlo — anche a mezzadria — secondo i loro criteri, cioè totalitariamente, e sarebbe l’aborto della loro evoluzione. Per quanto mi riguarda, anche se volessi, non potrei rendermi complice di un simile azzardo: i miei lettori non me lo consentirebbero.

A nome loro sono io che, rovesciando il tuo appello, ti rivolgo quello di riconsiderare il tuo atteggiamento. Nello schieramento politico italiano si è creato e ogni giorno cresce — lo vedono anche i ciechi — uno spazio vuoto: quello dell’opposizione: dell’opposizione, si capisce, al compromesso storico, che, più o meno strisciante, è già in atto. Per il tuo passato, per il tuo prestigio, per la tua stazza morale e intellettuale, insomma per il tuo carisma, sei tu l’uomo più qualificato a riempirlo: tu non solo col tuo partito, ma con tutte quelle forze di democrazia laica e liberalcattolica che, prive ormai di rappresentanza, ne cercano ansiosamente una. L’occasione che ti si presenta di diventarne l’interprete e — non esagero — il demiurgo non solo è unica e irripetibile, ma è anche quella che più somiglia alla tua immagine. E’ per te che suona la campana.

Se non l’ascolti, sei destinato a finire con Romita e Zanone incolonnati dietro il feretro di se stessi, o al massimo come mosca cocchiera del funebre convoglio. E in tal caso non ti resterà che ringraziare chi ha messo in giro la fola del La Malfa morto e sostituito da un pazzo che si crede La Malfa. E’ l’unico modo per salvare intatto il ricordo di quello vero.

                                                                                                                   

il Giornale nuovo – giovedì 24 novembre 1977

I politici di alto spessore partoriscono pensieri sottili e i pensieri di questi uomini, col tempo, da sottili si fanno fini. Fini? Sì, fini e sopraffini e il loro sguardo si spinge oltre l’orizzonte, verso l’infinito. E lì, a volte, si smarrisce e finisce col naufragar dolcemente nel nulla.

Su un punto non mi sento in sintonia con Montanelli, con tutta la stima ed il rispetto che gli sono dovuti, là ove scrive: “Ma è anche vero che la fellonia della Dc ha un alibi: l’atteggiamento dei partiti minori, che invece di trattenerla dall’accordo col Pci, ve la spingono”. Sostituirei il termine “alibi” con “attenuante”, poiché non mi appare corretto azzerare la responsabilità del partito guida (qual era senza dubbio la Dc), attribuendola in toto ai “partiti minori”. Questi ultimi hanno le loro colpe (omissione, sete di potere, cecità e sordità)  e le loro gravi responsabilità, ma credo debbano restare commisurate al loro reale peso specifico.

Tornando al lungimirante La Malfa on. Ugo, chi può dire che un pensierino orientato al Quirinale non l’avesse fatto anch’egli a quel tempo? Un pensierino nell’intimo, s’intende. Peccato che non gli sia riuscito di coronare quel desiderio e che non abbia neppure sentito la campana che stava suonando per lui: egli lungimirante indubitabilmente lo era, ma forse era anche leggermente ipoacusico, insomma, era un po’ sordo; peraltro il partito di cui era ad un tempo segretario, nume tutelare, stratega, precettore e catechista, ebbe, grazie alla sua lungimiranza, una crescita di consensi indicibile. Anzi, più che indicibile, strepitosa, e naufragò dolcemente nel nulla.

Un ottimo presagio anche per alcuni protagonisti dei nostri tempi. Si tratta, anche in questo caso, di soggetti di alto spessore politico che partoriscono pensieri fini, che spingono lo sguardo oltre l’orizzonte della logica e della coerenza, verso l’infinito.

 

 
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