Pene, carceri e case di lavoro

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Ancora rigurgiti di buonismo?

Nei giorni scorsi abbiamo letto una singolare proposta, per risolvere il problema del sovraffollamento degli istituti di pena e della carenza di personale di custodia: quella di rimettere in libertà chi ha commesso reati per inserirlo nel mondo del lavoro.

Come cittadini rispettosi delle leggi, siamo inorriditi e indignati dinnanzi ad un’interpretazione così “buonisticamente distorta” dell’art. 27 della nostra Costituzione..

Prima di tutto perché siamo preoccupati del messaggio che in questo modo giungerebbe alla popolazione e in particolare ai giovani: “se ti macchi di un reato non grave, non impensierirti: tanto lo Stato al massimo ti trova un lavoro”.

Già: chi stabilirebbe la soglia di “gravità” al di sotto della quale non si andrebbe in carcere, ma a lavorare?

Quelle stesse persone, magari, che espressero solidarietà a quel magistrato modenese che fece uscire dal carcere il camorrista che uccise un uomo la sera stessa del giorno in cui gli fu concesso il permesso?

In secondo luogo perché siamo preoccupati dagli episodi di chi non fa rientro in carcere dopo essersi recato (spesso senza scorta) al lavoro all’esterno, episodi che non sono poi così rari.

Ma soprattutto perché, se è vero che la Costituzione sancisce il principio di una “punizione rieducativa”, stabilisce però anche che chi si renda colpevole di reati debba pagare per questo.

E, da che mondo è mondo, le “pene” si dovrebbero scontare negli istituti “di pena”, non in libertà o in hotel a cinque stelle.

Perché un conto è assicurare ai detenuti condizioni dignitose e altro è, ad esempio, gettare in uno stato di angoscia quanti si trovino a vivere vicino a chi è stato destinato ai domiciliari da un magistrato che, essendo un uomo come un altro, può sbagliare.

Dunque si attrezzino, piuttosto, tutte le carceri con unità produttive al loro interno in cui i carcerati lavorino.

Se oculatamente progettate, il fine rieducativo e di reinserimento nella società dei detenuti al termine della condanna sarebbe in questo modo perseguito, così come potrebbe essere raggiunta l’autosufficienza delle strutture che li ospitano, personale di sorveglianza compreso.

Non solo: in tale maniera si eviterebbero tutti quegli errori umani da parte dei magistrati che, a volte, purtroppo, si sono rivelati fatali

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