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Pagine memorabili del giornalismo italiano Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano. Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

“Pagine memorabili del giornalismo italiano”

 

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

«Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur; mentre a Roma si pensa sul da fare la città di Sagunto viene espugnata dai nemici! Povera la nostra Palermo ! Come difenderla?» [1] .

Il Cardinale Pappalardo pronunciò queste parole durante l’omelia alle esequie del Generale Dalla Chiesa [2] e di sua moglie Emanuela [3] , provocando un certo imbarazzo fra le autorevolissime Autorità presenti, quelle che sono normalmente definite come “le più Alte Cariche dello Stato”. Tali autorevolissime Autorità furono premiate, all’uscita dalla chiesa di San Domenico, con un tangibile e tintinnante ringraziamento da parte della folla per quanto erano stati capaci di compiere.

 

Alberto Broglia

 

Parole parole parole

 

Pertini ha parlato, Spadolini ha parlato, Rognoni ha parlato, tutti hanno parlato, o stanno parlando, o parleranno, per dire quello che non possono non dire: “Basta con la mafia!”

Questo grido è uno dei miei più lontani ricordi, che purtroppo si spingono abbastanza in là negli anni. Lo sentii per la prima volta prorompere dalla bocca di mio nonno, al termine di una lettura di giornale, accompagnato da un gran pugno sul tavolo, e doveva essere a proposito di qualche sanguinoso strascico del delitto Petrosino. Lo sentii ripetere, quando frequentavo il ginnasio, da Mussolini che al “Basta!” fece seguire i fatti, e per vent’anni parve che fosse basta davvero. Ora è diventato un ritornello, una specie di amen ad accompagnamento del cadavere di turno. Anche noi diciamo: basta. Ma basta anche a tre altre cose di cui non vogliamo sentir parlare.

Primo. Non vogliamo sentire la solita proposta della solita commissione parlamentare d’inchiesta. Perché sotto inchiesta, caso mai, andrebbe messo il Parlamento per tutte le leggi che ha approvato, regolarmente volte a indebolire i poteri dello Stato e soprattutto
i suoi servizi di difesa. Gli sconquassi che ha provocato questa classe politica invasata di “garantismo” (ammesso che di questo si tratti veramente, e non di copertura di altri inconfessabili interessi) sarebbero, in una democrazia seria, materia da Alta Corte di Giustizia. Inchiesti, il Parlamento, se vuole. Ma su se stesso.

Secondo. Che la Regione siciliana ci risparmi i suoi «gridi di dolore». Fra gli altri poteri che essa si è arrogata, ce ne sono anche di controllo sull’ordine pubblico dell’isola. E li ha regolarmente usati per ostacolare prefetti e questori, coi risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi. Essa non ha diritto di esprimere nessun dolore – e dubitiamo perfino che ne provi – per l’assassinio di Dalla Chiesa. Sappiamo benissimo quanto di mafia è permeata o succuba. Ieri, proprio ieri, il suo presidente D’Acquisto aveva negato una delega di nuovi poteri al generale.

Terzo. Non vengano i sociologi a ripeterci la solita filastrocca che la mafia non è colpa di nessuno, neanche dei mafiosi, ma solo delle “strutture” e della povertà. Forse un tempo era così: il tempo in cui la mafia aveva qualche diritto di fregiarsi del titolo di “onorata società”, e anche se avesse ammazzato un Dalla Chiesa, avrebbe risparmiato sua moglie. Oggi la mafia è il frutto della ricchezza, naviga nell’oro, e forse Dalla Chiesa è morto proprio perché aveva messo le mani su certe carte che riguardavano finanziamenti per 880 miliardi ad aziende ancora più fanto-matiche del Banco Andino di calvesca memoria. Il che dovrebbe indurci a qualche riflessione sui contributi che lo Stato fornisce alla Regione siciliana per aiutare l’isola a recuperare i suoi “ritardi”. Non sono briciole: sono circa 500 miliardi l’anno. E se andassero ai siciliani poveri, non ci sarebbe nulla da dire. Ma i fatti dimostrano che vanno, insieme ai proventi della droga e del contrabbando di armi, a ingrassare la mafia. Ed è tempo che il contribuente italiano lo sappia.

Un’ultima cosa. Ci dicono che le prigioni risuonano dei canti e inni trionfalistici dei brigatisti. Che per rianimare le loro scompaginate e demoralizzate file essi cerchino di attribuirsi la paternità dell’impresa di Palermo, è naturale. Ma si tratta di usurpazione e millantato credito: questo è delitto di mafia. Tuttavia è giusto che anche i brigatisti cantino e inneggino. In un Paese in cui una Regione basta a disfare ciò che lo Stato tenta di fare e agisce da “santuario” della mafia; in cui i magistrati arrestano i poliziotti su semplice denunzia dei delinquenti più efferati, e contravvengono alla legge ignorando per esempio quella sui pentiti; in un Paese in cui si castiga il carabiniere che, per fare allenamento al tiro, va a comprarsi le cartucce in Svizzera perché il suo Comando non gliele passa; in un Paese cosiffatto nessuna delinquenza – né politica, né comune – ha ragione di disperare.

 

 

 

Il Giornale – Domenica 5 settembre 1982

 

 



[1] In realtà il testo originale è: Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur (Tito Livio, Storie, XXI, 7)

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