Panama Papers: a chi servono?

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La divulgazione dei “Panama Papers”, avrebbe portato a 230 miliardi di dollari di perdita nelle borse mondiali. Ma qualcosa non convince. Non ci sono nominativi degli Stati Uniti, eppure le anche grandi società americane cercano di evadere il patrio fisco Non ci sono governi od enti statali. Eppure Panama è l’ideale i loro affari “sporchi”.

Quando nel mondo ci sono dei grossi guai e situazioni pericolose, puntuale come un cronometro svizzero arriva qualcosa che intorbidisce (o dovrebbe intorbidire) le acque. E difatti è stato annunciato ai quattro venti da un ente vicino al governo americano che una manina aveva rubato oltre 11 milioni di documenti dagli uffici di una società panamense specializzata nel nascondere fondi di clienti che volevano occultarli alle occhiute polizie fiscali (ma anche di enti o società che avevano fatto operazioni attraverso di essa). Negli Stati Uniti è stato addirittura costituito un “Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi”, per esaminare l’ immane mole di dati, che sino ad ora pare non aver avuto il compito che di filtrare nomi e collegamenti accuratamente selezionati e invisi a qualche centro di potere.

Adesso è stato addirittura messo in rete dal Consorzio un software con oltre 200,000 nomi di “presunti evasori” che il presunto John Doe – che in inglese sarebbe come dire “Tizio”- ha sottratto allo studio legale Mossack Fonseca di Panama. I primi effetti dello spargimento a tutto il mondo dei dati carpiti sono stati diversi e dimostrano soprattutto che il Consorzio (o chi lo governa) vuole colpire bersagli ben identificati. La reazione è stata molto diversa a seconda dei paesi colpiti

La Cina, alla quale con l’occhiuto regime attuale probabilmente le liste non dicevano un gran che di non conosciuto, non ha battuto ciglio. La Russia, per la quale il Consorzio ha tirato in ballo la presenza di un musicista amico del presidente, ha visto quest’ultimo generosamente difendere l’accusato e tacciare il tutto come un atto ostile degli Stati Uniti.

 

Nel nostro Paese, dopo un po’ di sceneggiata dei giornalisti con “ammuina” di scandalizzarsi, visto che nelle liste comparivano grandi nomi dell’ establishment italiano, i titoli sono scomparsi dalle testate e bisogna cercare le notizie nei giornali economici. In Islanda ha causato le dimissioni del premier e in Inghilterra ha dato uno scossone al primo ministro. Il danno portato dalla divulgazione dei “Panama Papers”, secondo quanto pubblicato da “Italia Oggi” sarebbe valutabile sinora in 230 miliardi di dollari di capitale di perdite nelle borse mondiali .

C’è qualcosa che non ci convince in tutto l’affare. Come mai non ci sono nominativi degli Stati Uniti fra i “potenziali evasori”? Eppure sappiamo che le grandi società americane cercano di evadere il patrio fisco in varie maniere. Come mai non ci sono governi od enti statali? Eppure sappiamo che posti come Panama sono l’ideale per i governi per fare i loro affari “sporchi”, come vendere armi vecchie e obsolete a Stati canaglia, cosa che fanno tutti di nascosto e forse anche il nostro Paese. Ricordiamo un vecchio film di Alberto Sordi, che impersonava un piazzista di armi nel terzo mondo, verosimilmente vicino alla realtà. È singolare pure che i giornalisti italiani del Consorzio siano di sinistra e un giornale cui si è rivolto per protezione il supposto John Doe sia il Sueddeutsche Zeitung, pure di sinistra. Ricordiamo che il governo Obama si professa di sinistra.

John Doe ha promesso ora nuovi ed eclatanti documenti circa “presunti evasori” transitati da Panama. Siamo al primo atto che ci lascia scettici. Vedremo il seguito della commedia che per ora non si è ancora tramutata in tragedia, come forse era desiderio dei suoi autori.

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