Osservatori in Kurdistan per processi contro bambini

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Reportage dell'inviato nel Kurdistan turco, con la delegazione di osservatori europei per assistere all’avvio del processo penale contro un gruppo di bambini kurdi accusati di terrorismo contro lo Stato turco Articolo di Franco Zavatti

 L’avvio del processo è previsto per stamattina. Anzi, sono previsti numerosi procedimenti, tutti dello stesso tipo, che vedono imputati adolescenti e ragazzini dai 13 ai 17 anni, detenuti in carcere da molto tempo.In Turchia è grave reato la propaganda pubblica a sostegno dei diritti del popolo kurdo. Così, qui, in territorio kurdo, sono circa 1.500 i minori in galera, per aver partecipato a cortei, gridando slogan vietati, o per aver tentato di fuggire al fermo di polizia, o reagito alle cariche con lancio di sassi.Questo dei processi è “il fronte interno”, accanto alla guerra reale e quotidiana che l’esercito turco combatte di qua e di là del confine iracheno. Sono migliaia i detenuti politici e tanti gli “scomparsi”.Oggi è il turno dei processi ai minori.Siamo qui giuristi e avvocati, rappresentanti di associazioni democratiche italiane ed europee, come delegazione di “osservatori” per seguire dal vivo queste gravi iniziative giudiziarie in un Paese che chiede l’ingresso in Europa, mentre l’Europa stigmatizza e non può accettare tali iniziative.Sin dal mattino si capisce subito che la presenza di giuristi e osservatori stranieri nei corridoi di questo squallido palazzaccio di giustizia a Dijarbakir, rappresenta un fatto che – seppur preannunciato – scuote il tran-tran dei procuratori. Le udienze vengono spostate al pomeriggio.Lo scenario che vediamo è sorprendente. Lungo questi corridoi bassi e scuri, oltre a tanto dispiegamento di forze in armi, vediamo che pian piano si ammassano decine, e poi centinaia di giovani, donne e uomini venuti per veder come andrà a finire: sono studenti, amici dei ragazzini che non vedono da sette mesi, famigliari e parenti, vicini di casa.Ci riuniamo nella saletta degli avvocati e ci riassumono le linee della difesa, oltre a rammentarci l’abnormità della situazione giudiziaria e costituzionale per le minoranze etniche e per i minori, appunto. Qui non esistono carceri minorili e processo per i ragazzini minori. Tutto procede drammaticamente come fossero adulti e fuorilegge incalliti.La notizia del rinvio al pomeriggio, consente a decine di padri, madri, studenti e amici dei ragazzini in carcere, di stringersi a noi e raccontarci i fatti come sono andati. E tante altre storie simili a queste.Nell’aprile scorso, durante una grande manifestazione in piazza per festeggiare gli ottimi risultati ottenuti alle elezioni amministrative dalla lista dei candidati kurdi, l’esercito spara e uccide due persone.La tensione che segue è altissima. Nei giorni successivi si susseguono le proteste degli studenti che vengono duramente represse con gas e idranti. Trenta vengono arrestati e oggi iniziano i processi. Per alcuni di loro il Procuratore ha chiesto 13 anni di carcere. Uno di loro non può essere presente in aula, perché in carcere ha avuto un timpano sfondato e fratture alle gambe.Si apre l’udienza in un’aula poco più grande del mio salotto: oltre alla Corte, conto ben 22 gendarmi che controllano l’ordine stringendo gli imputati: due ragazzi di 16 anni e un altro di 15, colpevoli di aver lanciato sassi sfuggendo alla cariche di polizia.In pochi minuti i ragazzi confermano la loro verità, poi la testimonianza dei militari che li hanno arrestati, e clamoroso, uno non li riconosce!Dopo una veloce e appassionata difesa degli avvocati, la Corte si ritira.  A questo punto il racconto si fa grottesco.Dopo mezz’ora c’è la decisione, un cancelliere anticipa agli avvocati che tutto è andato bene, i ragazzi saranno liberi.Si scatena la gioia e la felicità: centinaia di applausi e i tradizionali la-la-la urlati dalle donne in festa.Una tragica farsa? Non è così. Cengiz, Velat, Kufbettin usciranno con le manette e una scorta agguerrita. La sentenza è rinviata al 30 dicembre. C’è una rabbia e un dolore che improvvisamente gelano quei corridoi e mi fanno temere per domani.

Dijarbakir, 19 novembre 2009

 

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