Oscar: le nomination Made in Italy che nessuno ricorda

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Annotazioni critiche e storia del premio cinematografico più famoso, in attesa dell’89ª edizione degli Academy Awards che  si terrà il prossimo 26 Febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles.


È sempre un azzardo scrivere di un tema come l’Oscar. Non basterebbero le migliori aneddotiche, seminate in ottantanove anni di cerimonia, a dire della contraddizione in termini (e in aspettative) che l’ambito premio ha suscitato nel corso del tempo. La sin troppo florida casistica è irta di titoli di pregio non ripagati da tale riconoscimento, e benché costituisca un errore non considerare che l’Academy Award – com’è tradizione di ogni festival – renda omaggio a opere ugualmente considerevoli per una ragione o per l’altra, è il gusto soggettivo di uno spettatore a poter decidere se un film e chi vi prende parte siano degni del tributo. Sono il tempo e la sua storia a determinare il reale valore di un’opera cinematografica, lungo periodi in cui mutamenti e contraddizioni di assortita tipologia fungono da imparziali esaminatori. Per contro, sono majors e battage pubblicitari a spingere il pedale per assegnare la statuetta, ed è lecito supporre che se in Italia il mercato discografico sia il vero vincitore delle kermesse canore (Sanremo e non solo), per gli Stati Uniti sia un po’ la stessa cosa in campo cinematografico. È lo show business a tener banco, con il citato battage a fare da veicolo, mentre il chiacchiericcio mediatico, che ogni volta si propaga e ingigantisce sino a divenire fenomeno di massa, si conferma il solo reale vincitore dell’intera l’operazione.

La storia degli Oscar è costellata di titoli, sopravvalutati o sottostimati poco importa, che recano la firma di grandi autori in lizza con altri di minor piglio artistico, più artigiani che maestri. Lo stesso si può dire delle interpretazioni, a proposito delle quali il campo sterminato delle nomination si è in più d’una circostanza concluso, se non con una manciata d’aria, con tardivi riconoscimenti (e sovente l’interpretazione premiata non risulta all’altezza di tante altre). Non si può non ricordare infatti l’Oscar onorario, che, com’è successo al nostro Fellini, funge da ulteriore coronamento, in verità l’unico caso nella sterminata galleria di altri a cui il tributo alla carriera camuffa colpevoli risarcimenti, perlopiù dettati dalle riserve politiche e sociali di certa America. Ma pur sempre stringe il cuore ripensare che maestri quali Chaplin o Hitchcock abbiano ottenuto l’encomio alla carriera mai assegnato a nomi come Hawks, Welles o Kubrick, alla faccia di cineasti anche meritevoli che la statuetta l’han portata a casa (Coppola, Spielberg, Stone, Eastwood, e prima ancora Capra, Ford, Kazan, Wilder, Wyler ed altri).

In quest’ottica l’Oscar è una sorta di carnevalesca ruota della fortuna, tirata in lungo e in largo dalle lusinghe della vanità, dall’emisfero della mondanità, dai flash del gossip e da tutto il corredo di sorprese e colpi di scena che l’industria dello spettacolo impone e reinventa per far parlare di sé. E a parte i siparietti che si convengono ripetuti durante le edizioni, volendo puntare il dito all’interno dei meccanismi organizzativi, come non nutrire qualche sospetto verso quei casi in cui un interprete è in lizza per il ruolo di miglior attore protagonista e contemporaneamente di non protagonista? O quelli in cui un interprete ottiene la statuetta nella medesima categoria per due anni consecutivi? Come non ribadire il concetto verso la categoria del miglior film, dove succede che un’opera faccia incetta di nomination e sia premiata in altre categorie, escludendo quella di titolo dell’anno? O infine delle pellicole che con tante nomination ottenute non ne vincono alcuna? Talvolta, i fatti darebbero ragione al tam-tam in pompa magna che l’Academy impone a un’opera (ultra)premiata, i cui risultati al botteghino dipendono anche dalla pubblicità che gli si costruisce intorno. Non sempre è così, se è vero che sette anni fa The Hurt Locker della Bigelow ha battuto Avatar – il che, senza essere un episodio isolato, non ha impedito al kolossal di Cameron di conoscere ugualmente il successo.

Altre volte si dissente dagli ostracismi nei confronti di titoli, autori, interpreti che la cerimonia scandalosamente sembra (vuole?) dimenticare: il che annovera anche i necrologi annuali, che due anni fa trascurarono d’inserire il nome di Francesco Rosi. Un’altra contraddizione complementare all’omaggio verso il nostro cinema, se è vero che, a parte Fellini, la pletora di liste come miglior opera straniera comprende per quattro volte De Sica e una volta Petri, sino ai discussi Tornatore e Salvatores. Per tacere dei clamori suscitati con la vittoria di Benigni (che fu anche nella categoria di miglior attore) e, tre anni fa, col Sorrentino de La grande bellezza, da cui moltissimi non si sono ripresi. E non si può non segnalare Bertolucci, unico regista ad aver conquistato la statuetta attraverso la coproduzione internazionale di L’ultimo imperatore. Ma il Paese vanta altri nomi eccellenti incensati non come cineasti o interpreti e appartenenti alla musica, alla fotografia, alle scenografie e ai costumi, agli effetti speciali. Poi però, un po’ per avidità e un po’ per mancato riconoscimento, si sbuffa di fronte alla filza di nomi autorevoli che, candidati sino all’ultimo, sono tornati a mani vuote: Monicelli, Pontecorvo, Loy, Risi, Scola, la Wertmüller, Brusati, il citato Rosi, Amelio – e viene da pensarlo ogni volta che si diffonde la notizia che un nostro film è segnalato nella categoria dell’opera straniera.

Anche senza voler discutere se il candidato La La Land sia meritevole o meno delle nomination tributategli, come del successo che sta incontrando in sala nel mare magno di opinioni non tutte positive, chi scrive tiene ad enunciare qualche utile considerazione riguardo una categoria di cui tengono conto in pochi, eppure anch’essa presente nelle lizze degli Oscar: il cortometraggio. Dal 1932, infatti, anno in cui l’Academy assegnò la statuetta al migliore short d’animazione, nessun corto italiano ha mai conseguito la statuetta nonostante le prestigiose o interessanti nomination: nel 1966 La gazza ladra di Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati, seguito l’anno dopo da The Drag di Carlos Marchiori; sette anni dopo fu la volta di Pulcinella, ancora a firma Gianini e Luzzati, e nel ’77 di Dedalo, diretto da Manfredo Manfredi. Le ultime partecipazioni risalgono al ’91, con Cavallette di Bruno Bozzetto, e al 2012, anno de La luna di Enrico Casarosa.

Trasposizione dell’ouverture dell’opera rossiniana realizzata con la tecnica del découpage, come lo è Pulcinella, La gazza ladra racconta di tre sovrani annoiati che decidono di dichiarare guerra agli uccelli, costringendo colombi, fringuelli e altre specie di volatili variopinti a fuggire dalla foresta. Solo una gazza decide di resistere, e insieme ai pennuti riesce a rinchiudere re e soldati in un castello. Nato come deterrente contro il fumo, The Drag è un’opera d’animazione a colori in cui un tratto pubblicitario con collage in stile pop art, ispirato a Carosello e a Godard, traccia il percorso dell’insicuro protagonista verso la dipendenza da tabacco. Da teenager scopre che il fumo può farlo diventare cool e legare con gli altri: la sua dipendenza lo segue nell’età adulta, finché la paura di un cancro ai polmoni non lo induce ad affrontare i propri demoni. Tale apologo cautelativo è narrato dal protagonista seduto sul divano di uno psichiatra (fumatore come lui, si scopre), mentre i ricordi del passato sono riprodotti in vignette a colori.

Breve adattamento dell’ouverture di Un turco in Italia, ancora di Rossini, il Pulcinella dell’omonimo cortometraggio vorrebbe almeno per un giorno evadere dalla quotidianità della sua vita. È stanco di essere buttato giù dal letto ogni giorno da sua moglie per
andare a lavorare, essere costantemente fermato e controllato dai carabinieri e non poter mai fare ciò che vuole. Talvolta la via di fuga più semplice è salire sul tetto dove, abbandonandosi al sogno, Pulcinella finisce prima sulla Luna e poi nel ventre del Vesuvio. Fellini in persona elogiò il cinema di Gianini e Luzzati, plaudendone la fantasia figurativa, l’estro umoristico, il senso della fiaba e le geniali soluzioni grafiche.

Dedalo è uno dei film più rappresentativi di Manfredi, creatore di atmosfere visionarie. Il titolo fa riferimento al personaggio del mito greco che costruì il labirinto, prigione del Minotauro, e più noto come il padre di Icaro a cui costruì ali di cera per aiutarlo a fuggire. Al centro della vicenda, un uomo e una donna siedono in silenzio in una stanza e si guardano l’un l’altra. Ad un tratto, mentre il vento soffia e gli uccelli volano, l’uomo strangola la donna e la uccide. Viene così inviato in un labirinto sotterraneo irto di pena, e lungo un itinerario carico d’inquietudine l’uomo si chiede cosa fare per ottenere la salvezza e riparare a ciò che ha fatto. Ma vana è la speranza che tutto sia solo nella sua mente: ciò che sembra la ricostruzione di una tragedia, è quanto succede nel cuore del protagonista. Da una narrazione semplice, Manfredi via via si concentra sull’evocazione emozionale a carico dello spettatore, trasmettendogli angoscia. Al contempo, la consapevole mancanza di linearità e l’esibito simbolismo fanno di Dedalo un’opera volutamente confusa, dove il vero labirinto, più che il crimine o la punizione, è quello che puntella i pensieri delittuosi dell’uomo. Perché mai vorrà uccidere la donna? Qual è il significato della bambina sull’altalena? La musica di Raparelli evoca sensazioni disperanti che ben si sposano con tratti scenici a luci ed ombre. I disegni su carta, dai forti contrasti in chiaroscuro, esprimono una tensione metafisica attraverso un raffinato equilibrio grafico e una trama onirica di eccellente dimensione autoriale. E il contrasto tra il bianco e il nero imprime al film una sensazione che, nelle ombre e nelle luci, riporta al noir. L’atmosfera tetra, con un parsimonioso uso del colore a sottolineare alcuni passaggi, si affida a un carboncino nebuloso, tagliato a volte da segni a grana grossa.

Cavallette è uno short animato che condensa la civiltà dell’individuo in meno di nove minuti, concentrandosi sulla predilezione della razza umana per la guerra e la vanità del potere. Privo di dialogo, ma ricco di suoni gutturali, il corto è accompagnato da una punteggiatura musicale, che cambia stile a seconda della particolare epoca storica. Nel corso dei secoli, il ritmo dell’animazione cresce diventando via via sempre più veloce e frenetico. Dalla scoperta del fuoco allo sviluppo di strumenti e armi, sino agli anni Novanta, dove la schermaglia eterna non è soltanto fra tutte le nazioni ma tra organizzazioni e individuo. All’inizio e alla fine del film, Bozzetto abbandona le lotte dell’umanità per concentrarsi sull’erba alta che cresce sulle rovine e sui morti delle battaglie precedenti – nello specifico, sugli insetti che vi ronzano sopra – e solo nell’epilogo si comprende il perché del titolo, quando la cinepresa zooma sul folto prato per mostrare due cavallette che amoreggiano in tranquillità. Ne La luna si narra la vicenda di un bimbetto alle prese con una nuova esperienza di vita. Il leitmotiv di questa storia breve è il mare, che stupisce per i sentimenti che attraversano il cuore del bimbo, per la prima volta portato in mare aperto per imparare un mestiere, e qui destinato a compiere alcune formative esperienze a contatto con una meravigliosa luna piena, che sale dall’orizzonte per illuminare la barca dove siede il bambino.

Nemmeno l’Oscar per il miglior cortometraggio di finzione, istituito nel 1937, è mai stato vinto da una pellicola italiana. Le nomination furono Cristo tra i primitivi di Vincenzo Lucci Chiarissi, nel ’54, seguita diverso tempo dopo da Exit di Pino Quartullo e Stefano Reali e da Senza parole di Antonello De Leo. Se Cristo tra i primitivi mostra l’evoluzione dell’anima religiosa dell’uomo attraverso le riprese di una serie di sculture primitive, sottolineate dalla musica di Roman Vlad, Exit è una garbata e ironica fantasia sulla presunta morte del cinema: un gruppo di giovani ricercatori di un’epoca futura scopre un luogo, che lo spettatore sa essere un cinema, del quale il team non riesce a identificare funzione e scopo. Nonostante le numerose cautele con cui si muovono, uno di essi mette inavvertitamente in moto la macchina da proiezione: tutti restano avvinti dalla magia delle immagini che si dipanano improvvisamente ai loro occhi. Commedia sentimentale sulla comunicazione, Senza parole è la storia di un meridionale emigrato a Roma che parla in pugliese stretto. Quando incontra una ragazza muta, temendo che anche lei possa respingerlo a causa del suo idioma, l’uomo si finge muto e impara il linguaggio dei segni, prima che un furto faccia crollare ogni finzione e i due si scoprano entrambi baresi.

Soltanto nella categoria “miglior cortometraggio documentario,” istituita nel 1942, l’Italia ha ottenuto l’ambito Oscar nel ’64 con Chagall di Lauro Venturi. La voce del narratore Vincent Price fa da contrappunto all’eccellente qualità dell’immagine e del colore in questa pellicola d’inestimabile valore storico e artistico, dove il pittore non sta perennemente al cavalletto come spesso visto altrove. Lo short resta fondamentalmente una biografia dove si tenta di svelare l’interiorità del maestro attraverso le sue opere. Un’altra importante nomination fu quella ad Epeira Diadema di Alberto Ancilotto, sulle vicissitudini di un ragno in un giardino. Il documentario fu giudicato un piccolo capolavoro di tecnica e didattica, con una grande cura del contrasto tra il bianco e il nero.

Tra le altre nomination italiane nella categoria figurano Ouverture di Gian Luigi Polidoro, L’uomo in grigio di Giuseppe Zaccaria e Miro Grisanti e K-Z di Giorgio Treves. Quest’ultimo, girato in un vecchio mattatoio di Torino attraverso immagini, musica, suoni e un montaggio parallelo d’immagini documentarie dei lager nazisti, è una drammatica allegoria della memoria personale e della Storia. Negli occhi di un anziano che si muove lento nel cortile, lo spettatore vede alternarsi e sovrapporsi le immagini dei vitelli abbattuti a quelle dei cadaveri ammassati nei campi di sterminio, i forni crematori, i reticolati. Ouverture è un cortometraggio che mostra l’Orchestra Filarmonica di Vienna mentre esegue l’Egmont di Beethoven nella sala dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo short fu realizzato per commemorare il decimo anniversario della firma della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e gli sforzi compiuti dall’ONU per riportare la speranza a un’umanità che usciva dagli orrori del Secondo conflitto mondiale. Infine, i sogni proibiti di un uomo per strada, la cui fantasia è costantemente sollecitata e nutrita dalla vista di perturbanti pubblicità, la fanno da padroni in Un uomo in grigio, documentario d’animazione che ci mostra il mutamento della società italiana, esplorando i temi dell’incomunicabilità e dell’alienazione, della solitudine, delle angosce e delle fobie dell’individuo moderno, nella società massificata e consumistica che va imponendosi. 

 

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