Oscar Abelli

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Il musicista di origini parmensi, attualmente residente nel reggiano,  dall'anima zingara ma di un  raffinato e sempre sorridente spirito ironico, con questa intervista ci trasmette l'essenza della sua filosofia di fare arte. 

“ la retina s’inebria di colore e chiede soccorso all’udito che trasforma il colore in musica” “ l’udito s’inebria di musica e chiede soccorso alla retina che trasforma la musica in colore”. 

Il 21 luglio suona Spazio Gerra H.21,30 Do-Re-Mi-Fa di Se- Gna-Re Jazz “N” Sketch

(Le Colonne sonore dei più bei Film d’animazione rivisitate in chiave jazz e accompagnate dall’illustrazione Gianluca Foglia (Fogliazza) con una performance grafica

Musicisti Giulia Crespi, (voce) Gabriele Fava (sassofono) , Roberta Baldizzone ( pianoforte) Giacomo Marzi (Contrabbasso) e Oscar Abelli (Batteria) Progetto di Parma Frontiera.

 

Un GIRO di JAZZ è la seconda edizione dell’edizione, sono serate organizzate gratuitamente di musica Jazz nella bellissima Piazzetta degli Orti di S.Chiara a Reggio Emila con approfondimenti tematici, organizzate in occasione della Mostra del DISCO EMILIA

 

 

Oscar ha avuto la geniale Ida di portare questa bellissima performace dal palco del Regio di Parma svoltasi in inverno, nello spazio Gerra ubicato sul retro dello Storico teatro Ariosto Intitolato al poeta locale Ludovico Ariosto, (L’impianto architettonico seguì il modello dei politeama inglesi e francesi )

Oscar di Origini Parmensi e attualmente residente nel reggiano dall’anima zingara ma di un raffinato e sempre sorridente spirito ironico, con questa intervista ci trasmette l’essenza della sua filosofia di fare arte e quindi la prima domanda che mi viene di porti é :

 

 

D- Qual’è il tuo concetto di Jazz? Qualcuno ha detto (Frank Zappa): il Jazz non è morto, ha solo uno strano odore. Che ne pensi?

-R:Disciplina e improvvisazione. Quindi studio, concentrazione al massimo e improvvisazione continua. Odio il Jazz troppo studiato, per questo non amo le grandi big-band e per big.band intendo le orchestre con una media di 20 elementi dove l’improvvisazione oltre ad essere di difficile realizzazione non è permessa in quanto le partiture predisposte vanno rispettate.

Il mio gruppo ideale è un trio o un quartetto, sia per il Jazz che per il blues.

Questi, i gruppi con cui in questo momento lavoro :

– Oscar Abelli Quartet (Oscar batteria, gongs, percussioni, Martin Iotti basso, voce, Max Marmiroli barito, sax tenore e flute, rumors.),

– FOLLON BROWN BAND ( Martin Iotti basso e voceDan Panarelli Hammond, Oscar Abelli batteria,Follon Brown chitarra e voce)

– LITTLE PAUL VENTURI TRIO ( Paul Venturi chitarra e voce, Max Sbaragli basso e bongo, Oscar Abelli batteria)

Con loro prepariamo un canovaccio su cui ognuno può costruire, una specie di musica progressive, alla maniera di Emerson, Lake & Palmer. Il blues puro spesso costringe, questo genere invece è più creativo, permette l’improvvisazione e comunica.

A volte osservando il pubblico in sala mi chiedo se anche quel tipo che succhia la lattina di birra e pensa alla Pausini o a qualcos’altro, percepisce il mio essere la mia dimensione. Voglio puntualizzare con questo che la tecnica ha si importanza ma comunicare col pubblico è più costruttivo e premiante. Meglio coinvolgere che stupire coi virtuosismi. Un po’ come al cinema dove ormai gli effetti speciali hanno il sopravvento su storia e atmosfera.

 

– D : nel 2010 inizi la collaborazione con il bluesman LITTLE PAUL VENTURI partecipando al suo CD “”Cold and far blues“” cosa e com’è nata l’idea e cosa vi accomuna sul piano artistico e umano?

-R: fra noi ci sono 25 anni di differenza ma adoro il suo essere, la sua pazzia, la sua irresponsabile genialità.

È cominciata così: dopo un periodo per me molto brutto (ma non è questo che conta) la mia buona stella mi fa trovare un contratto, a San Prospero. Tutti i lunedì, un posto fisso. Era il 2003 e c’era Henry King, vari blues man, gente di Modena, a volte veniva anche Amos (Amaranti). Da tempo speravo in qualcosa del genere e quello è stato solo l’inizio, l’inizio di 10 anni di blues.

È in questo contesto che ho conosciuto Paul Venturi (Paolino). Solo in seguito venni a sapere che lui veniva al Batard per ascoltare me e la mia musica. Arrivava sul tardi, sempre alticcio, era dei nostri mi avevano detto, musicista anche lui, un bluesman, ma nessuno lo voleva sul palco a suonare.

Una sera davanti al locale inizia a dare di matto. Bottiglia in mano urla che porca puttana è lui il Re del blues. Scena da film con lui che urla e prega Henry King di farlo suonare. Chi mai sarà questo Re del blues che nessuno vuole tra i piedi!? Conoscendo l’ambiente ero propenso a pensare che si trattasse di un babi, nient’altro. Oppure un genio incompreso.

Passa del tempo, Paul Venturi non è che un ricordo. Una sera il telefono squilla e senza tanti preamboli una voce, certo quella che sbraitava “sono io il Re del blues” urla in cornetta che ha bisogno di me, della mia musica, della mia batteria. – Ma chi sei? – chiedo anche se già lo sapevo – Paolino – Paolino chi? – Paul Venturi.

Vengo a imparare così che Paul partito per New Orleans con l’amico James Monque’D. suona con lui con successo nella capitale della musica creola e che tornato in Italia sempre al seguito di James Monque’D. vuole creare un gruppo e mi chiama.

Se penso a tutte le notti che è venuto ad ascoltarmi. Una volta ha persino organizzato un concerto, per me, a Vignola nel 2004.

Così accetto. È il 2009, Festival di Boretto. Senza nessuna prova siamo sul palco in attesa di Monque’D e di Paolino. È tardi, tardissimo, debbo suonare con altre cinque band e finalmente arrivano, lui e James Monque’D.

Martin, uno del gruppo, è fuori di se. Mancano cinque minuti all’inizio e loro si fermano al bar per una birra. Paul è tranquillo, chitarra in spalla scherza con l’altro, il creolo che cammina a fatica. Sono ubriachi?

Sul palco basta un’occhiata e il concerto comincia. Apoteosi assoluta. Straordinario. Non una nota sbagliata. Monky D. chiama i pezzi con le dita, segnala i cambi d’accordo alzando la mano. Sono tutt’uno, da brivido.

James Monque’D. ancora mi chiama da N. Orleans, ma la vera rivelazione è “Paolino” che quella sera dimostra di avere le carte in regola per la musica vera.

Nel 2010 Paolino mi chiama ancora una volta per incidere il suo ultimo cd “”Cold and far blues””.

 

D: nel 2010 inizi la collaborazione con il bluesman Claudio Bertolin è considerato una figura storica del Blues italiano come l’hai conosciuto e che differenze ci sono tra Il Modenese e il Padovano musicalmente parlando ?

-R: sono molte le differenze tra i due, Claudio Bertolin l’ho conosciuto tramite Marco Ballestracci,(scrittore di Blues e di cose sportive e )che suona l’armonica con lui. Suonando con Claudio ho avuto modo di farmi conosce più nel veneto che in Emilia ed io parmigiano e conoscitore di storia locale e tipicità culturali, un giorno l’ho iniziato con me a suonare a Busseto, per fargli conoscere il Mondo Piccolo di Guareschi e le zone Verdiane.

Rootsway Festival, il locale che ho suonato con lui per la prima volta, All’ultimo momento gli manca il batterista e chiama me. Il mio nome non compare in cartellone ma non importa. Ma questo non è per me determinante se accettare o no l’ingaggio, normalmente decido autonomante secondo il genere e il livello del gruppo che mi chiama. Ho sempre fatto di testa mia e ringrazio mia madre di avermi dato questa possibilità. l’ esperienza fu molto bella e continuai a fare altri concerti con lui e sempre all’insegna dell’improvvisazione. Una volta a Viadana in un locale improvvisiamo la serata su un suo vecchio pezzo registrato su nastro…. eccellente!

Claudio Bertolin non è poi diverso da Paolino, con entrambi non si fanno prove. Proprio il mio genere, loro capiscono me e io loro. È la “sintonia” che conta, bisogna capirsi e subito, al volo, poi si può anche sbagliare, si deve sbagliare, l’errore è fondamentale per improvvisare.

Ritornando alla tua domanda la differenza tra i due è che Bertolin è più rock pur non facendo mai rock, il suo è un blues semplificato, ma intendiamoci “semplificato” non vuol dire negativo. Paolino è Jazz. In Paolino si sente lo studio classico, mentre Claudio, armonicista blues che suona anche la chitarra, ha un linguaggio più semplice; con lui sembra di viaggiare in una terra sconosciuta che lentamente si schiude. Ha una grande espressività, anche corporea (da giovane faceva lotta greco-romana). In Paolino si fondono gli studi di musica classica, l’intonazione, la ricerca della sfumatura.

Queste le differenze evidenti. Belli entrambi e ovviamente diverso il mio modo di esprimermi con ciascuno di loro. Paolino è donna, Bertolin sa di uomo. Se mi obbligassero a scegliere chi buttar da una torre, mi butto giù io.

 

– D: Oggi si sente molto parlare di Fusion : pensi o hai mai pensato che sia possibile per te creare una “ Fusion” con il mondo della Letteratura e/o Pittura“

– Quale credi che sia il rapporto fra musica e scrittura (letteratura) / Pittura?

-R: io quando ho cominciato ho cominciato come pittore ho fatto anche delle mostre. La mia carriera artistica è iniziata a otto anni con un quadro che rappresentava un paesaggio. Un vecchio pittore mi aveva preso a benvolere e mi raccontava il blu del cielo, il verde del mare, il grano delle colline di Parma, per lui era importante coltivare questa mia propensione, credeva in me. Così ho dipinto paesaggi e animali sino a 14 anni.

Con questo inizio, quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande rispondevo che sarei andato a Parigi in una soffitta come Modigliani, avevo visto i suoi quadri sui libri che mi regalava un cugino più anziano ora preside della facoltà di lettere a Parma.

La mia prima esperienza col ritratto è un disegno di Hemingway che conservo tuttora ma molti miei quadri sono andati dispersi, regalati a fidanzate, ad amici. Ero pronto, così almeno credevo, per l’Istituto d’Arte Toschi. Ma non era finita. Dopo i colori venne la musica e il primo impatto con Train Blues e Pictures At An Exhibition di Emerson Lake & Palmer fu determinante. A loro fa seguito John Coltrane, Muddy Waters ed altri ma quando venne davvero il momento delle decisioni entrò in ballo mio padre che per il mio bene scelse ovviamente la strada più sicura, più certa, la migliore, quella che mi avrebbe garantito un agiato e soddisfacente futuro. Mi iscrisse all’Istituto Tecnico. Divenni geometra.

Studiavo, certo, nonostante quegli studi fossero estranei al mio essere, e nel tempo libero frequentavo cantine, garages dove amici, conoscenti e non solo si riunivano per fare musica. Mi infilavo dovunque e se mi cacciavano tornavo alla carica, insistendo per restare per ascoltare per imparare. Non appena poi il batterista si alzava prendevo il suo posto e cominciavo a picchiare su charleston, timpano, rullante e sui piatti.

Mio padre però, vedendo che non c’era verso, che non ero fatto della sua stessa argilla e che le sue prospettive per il mio futuro non coincidevano con le mie mi costrinse a uscire di casa e a trovarmi un lavoro. Così, dopo essermi diplomato con il massimo dei voti, feci 40 notti di duro lavoro alla Tanara Gelati, ho comprato batteria, stereo e dischi spendendo una fortuna e poi via per l’Italia sacco a pelo e scatolette come cantava Baglioni, per respirare aria nuova. Ho suonato dovunque, ad Assisi, in Sicilia e con una esperienza di soli tre mesi ho suonato anche con Don Cherry sul palco, ( famoso trombettista).

Solo così ho ritrovato me stesso ed con me stesso anche la pittura. La pittura che è musica ed è nella musica. Con la batteria, che certamente non è uno strumento completo (ma quale strumento è in fondo davvero completo) quando è possibile sottolineo, coloro, drappeggio, imprimo forza o silenzio ai momenti sostanziali di un brano. Non si tratta solo di tempo, battere e levare, terzine quartine, cinque quarti, per quello basta un metronomo, si tratta invece di capire, esprimersi. Tutto allora ti viene in aiuto: lo stop sordo del muto il rimbombo del timpano, il rotolio della cassa, ed i piatti, uno blue, unogreen, uno red per esprimere tristezzatranquillitàincazzatura.

Così riesco a fondere musica e pittura.

 

Oscar questa estate in Agosto aprirà il Soul Blues Festival di Capri con Little Paul Venturi e Massimo Sbaragli. 3 grandi del blues Emiliano Romagnolo che portano le loro sonorità le loro esperienze generazionali a fondersi in quel bellissimo lembo di mare che accoglie l’isola di Capri . Potrei parlarvi e raccontare tanto altro, ma preferisco che voi andiate ad ascoltarli e giudicare voi stessi quanto sia magnifico ascoltarli in quel magnifico quadro naturale di quella stupenda isola Partenopea.

 

“ la retina s’inebria …..ecc…. ecc… “

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