Opinioni a confronto

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LA NOTA

 

Messaggio distensivo che riflette un’intesa forse già abbozzata

 

Bagnasco difende il governo Monti e chiede maggiore impegno ai partiti

del 24 gennaio 2012 di Massimo Franco

 

Il cambio di tono è vistoso. Rispetto al cardinale Angelo Bagnasco quasi arcigno che affrontava il tema dell’Ici con un filo di fastidio per le accuse di evasione fiscale ad alcuni enti ecclesiastici, colpisce la disponibilità mostrata ieri. Il presidente della Cei ha aperto il «parlamento» dei vescovi italiani consegnando un messaggio distensivo a Mario Monti e all’Europa. Ha detto alla Chiesa cattolica che «non può e non deve coprire autoesenzioni improprie». Ha aggiunto che non pagare le tasse «è peccato», e «per un soggetto religioso è addirittura motivo di scandalo». E con queste parole ha azzerato la possibilità che esplodano polemiche, se non veri e propri conflitti istituzionali, con l’Ue e l’Italia.

Probabilmente, è l’epilogo della paziente e riservatissima azione diplomatica condotta nelle ultime settimane da Palazzo Chigi; e accettata con crescente convinzione dalla Cei e dal Vaticano. L’ipotesi più verosimile è che le parole del cardinale sanciscano un’intesa già abbozzata; e che dovrebbe essere annunciata fra neanche un mese, in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi, il prossimo 18 febbraio. Significa disinnescare una probabile condanna del governo italiano da parte della Commissione Ue, per avere favorito fiscalmente alcune attività dell’episcopato cattolico; e soprattutto porsi davanti agli interlocutori con l’atteggiamento giusto: anche verso i radicali che avevano sollevato il problema a livello europeo, e che ieri hanno voluto sottolineare con soddisfazione la propria iniziativa.

Non che Bagnasco rinunci a ribadire quanto aveva detto alcune settimane fa, e che era stato amplificato dalla stampa cattolica: e cioè che la Chiesa «non chiede trattamenti particolari ma semplicemente di avere applicate a sé le norme che regolano il no profit per gli immobili utilizzati per servizi». Non evita nemmeno un accenno alle «polemiche che, se pure accettiamo in spirito di mortificazione, finiscono per far sorgere sospetti inutili» e per danneggiare «il diritto dei poveri di potersi fidare di chi li aiuta». Ma il lessico è misurato, privo di asperità pregiudiziali. Insomma, si intuisce che da dicembre a oggi debbono essere stati superati incomprensioni e malintesi.

D’altronde, il giudizio della Conferenza episcopale sul governo Monti era e rimane di esplicito apprezzamento. «C’è da salvare l’Italia», sostiene Bagnasco. Ed è necessario fare il possibile perché i sacrifici non appaiano «inutili», aggiunge difendendo il ruolo dei governi e della politica contro «il Moloch» della speculazione finanziaria. Semmai, in controluce si indovina una critica profonda, quasi inappellabile nei confronti del modo in cui i partiti hanno interpretato finora il sistema maggioritario. Quando Bagnasco definisce il governo tecnico «di buona volontà, autonomo non dalla politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni», offre un primo indizio. Il secondo, più esplicito, si coglie nel richiamo all’«incapacità, con questo sistema politico», di prendere decisioni difficili: «quasi fosse normale non essere in grado di assumere una comunicazione franca».

Il senso è chiaro: «questo sistema» impedisce ai partiti di dire la verità agli elettori, perché le alleanze sono per forza di cose eterogenee; e perché prevalgono «denigrazione sistematica, polemiche esasperanti e inconcludenti». E dunque finisce per apparire «fisiologico» anche ricorrere a un governo «esterno», per «sbrogliare la matassa diventata troppo ingarbugliata». Ma quella di Bagnasco è la descrizione di una patologia, della quale sono responsabili le forze politiche. L’esecutivo tecnico, però, non può essere accompagnato con un atteggiamento da «spettatori» da partiti che anzi, afferma, lo debbono aiutare «con l’obiettivo di riscattarsi». È un messaggio chiaro: più che a Monti, a chi lo appoggia in Parlamento sognandone in realtà il fallimento.

 

Massimo Franco

 

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TACCUINO

 

Per Pd e Pdl opposti dubbi sulle urne

del 24 gennaio 2012 di Marcello Sorgi

 

Accolto positivamente a Bruxelles insieme con il decreto sulle liberalizzazioni appena varato, Mario Monti deve ancora scontare in casa l’inquietudine del Pdl. A cui ha dato voce, tra gli altri, ieri sera negli studi di Porta a porta l’ex ministro Paolo Romani. A una domanda sulle prospettive del percorso riformatore di qui alla conclusione della legislatura, Romani ha risposto: «Vediamo se ci arriviamo, al 2013». All’interno del Pdl, e soprattutto tra gli ex del governo Berlusconi, questo atteggiamento è molto diffuso, e l’attacco del Cavaliere a Monti venerdì nasceva anche dalle pressioni del suo partito. Da questo a togliere l’appoggio a Monti, certo, ce ne corre (e Berlusconi è il primo a frenare, quando parla con i suoi, e al di là delle sue uscite pubbliche): ma la novità è che sono sempre di più, in quello che si chiamava il partito del presidente, a non escluderlo. Il fatto che nei sondaggi il Popolo della libertà continui ad essere accreditato in ribasso non li preoccupa: di questo passo, obiettano, cosa succederà in un anno? Meglio frenare l’emorragia e giocarsi davvero la partita in una campagna elettorale, finché la rimonta è possibile.

Atteggiamenti come questi sono guardati con preoccupazione dai dirimpettai del Pd, per il quale, al contrario, l’allungamento dei tempi è strategico per affrontare le numerose divisioni interne o almeno per accantonarle. Sottovoce, gli uomini del partito di Bersani, che nei sondaggi al contrario del Pdl risulta favorito, non si nascondono i problemi che dovrebbero risolvere nel caso in cui si trovassero chiamati a stretto giro alle urne: la principale delle quali sarebbe la controversa (e osteggiata dalla minoranza interna) possibile candidatura del segretario alla premiership e il recupero della scomoda alleanza con Di Pietro e Vendola. Inoltre nessuno è in grado di valutare quanto peserebbe, in termini di disaffezione al voto, o peggio di voto di protesta, uno sgambetto fatto a un governo che, malgrado le proteste delle categorie colpite dalle liberalizzazioni, mantiene un alto tasso di consensi, come se l’opinione pubblica consideri la terapia adottata l’unica praticabile e Monti il solo in grado di portare il Paese fuori dalle secche. Un «montiano» doc come il vicesegretario Enrico Letta ammette che paradossalmente il rischio di elezioni crescerebbe se, come sembra indicare il calo ormai costante dello spread, le terapie del governo dovessero cominciare a produrre risultati.

 

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Partita a scacchi di re lanterna

del 24 gennaio 2012  di Franco Corsero   pagina 40  

 

Che Berlusco Magnus abbia condotto l’ Italia a due dita dalla fossa, lo dicono i numeri. Sembrava onnipotente e in tre anni dilapida il capitale: due mesi fa era un relitto, politicamente parlando, scaricato persino dall’ apologetica pseudoequidistante; non capitolerà mai, ripete fino all’ ultimo; e come Dio vuole, toglie l’ ormai insostenibile disturbo, dimissionario coatto. Qui lo scenario muta. Nell’ anomala maggioranza a due anime su cui campa il gabinetto professorale chiamato a salvare l’ Italia dal default, sta meglio che a Palazzo Chigi: ha un potere d’ interdizione; i peones temevano lo scioglimento delle Camere; rassicurati, fanno quadrato. Gli resta uno zoccolo duro elettorale sotto ipnosi televisiva, e sa dove cercare sostegni (ad esempio, dalla gerarchia ecclesiastica, pagandoli in favori inauditi sulla pelle dello Stato). Passiamo alle congetture prognostiche. Il solo punto sicuro è che, rebus sic stantibus, non revochi la fiducia ai professori: istigato dai leghisti in furioso rigurgito tribale («stacchi la spina», cos’ aspetta?), ogni tanto ventila propositi minacciosi, da non prendere sul serio; staccandola morrebbe col paziente; e resta da vedere se riesca a staccarla; in una congiuntura simile è prevedibile che dei gregari passino al campo governativo salvando indennità, rimborsi, pensione. Molto dipende dalle lune economiche. Qualora l’ Italia esca stremata ma viva, grazie alla terapia eroica, ha partita elettorale scomoda chi vendeva illusioni: sfumata la sbornia, lo vedono dal vero, un pifferaio; istupidendo poveri diavoli s’ arricchiva a dismisura, con largo beneficio degli adepti malaffaristi. Nella seconda ipotesi la primavera 2013 trova l’ economia europea in sesto e l’ effetto traumatico pesa meno: dirà (il verbo puntuale è «sbraitare») d’ avere visto giusto, mentre dei terroristi seminavano paure gratuite in odio al governo amato dal popolo; era un complotto; stampa eversiva, giustizia deviata, tenebrosi poteri forti, ecc.; e riprende fiato il partito della vita facile (lassismo fiscale, al diavolo la concorrenza, favori venali, mercati neri, logge, trionfi omertosi). Terza, sciaguratissima eventualità, quam Deus avertat, che, fallite le terapie, l’ Italia affoghi: Stato insolvente significa tensioni crude; saltano i circuiti legali; nello status naturae immaginato da Thomas Hobbes « homo homini lupus» ma il Caimano Leviathan s’ impone ai lupi. È la sua ora: il denaro gli scorre nelle mani; ha castelli, ville, lanterne magiche, trombe; schiera cappellani, maghi, sgherri; assolda compagnie di ventura. Fantasie apocalittiche? Non direi. S’ era fondato l’ impero mediante frode, corruzi
one, plagio: è organicamente incapace d’ autocontrollo; gli mancano categorie elementari, dalla morale al gusto. Confermano tale natura nove anni d’ un malgoverno funesto: crede che tutto gli sia lecito; pretende poteri assoluti; lo stesso delirio sfoga sul palco internazionale. Supponiamo che l’ Italia sia benestante e sull’ onda del trionfalismo populistico Sua Maestà riconfiguri lo Stato a modo suo. Quante volte l’ ha detto, lamentando d’ avere le mani legate, lui, «uomo del fare». Ecco quadri verosimili: abita al Quirinale, penalmente immune, quindi niente da obiettare alle soirées; da Monte Cavallo governa pro domo sua mediante docili ministri; presiede un Consiglio superiore della magistratura addomesticato; il pubblico ministero cambia nome, avvocato dell’ accusa, e piglia ordini dall’ esecutivo; fioriscono P5, P6 e via seguitando nella schiuma d’ affari loschi. L’ unico inconveniente è che, non essendo inesauribili le mammelle collettive, succhiate da boiardi, corruttori, corrotti e varia malavita, prima o poi sopravvenga la bancarotta. Che l’ antietica berlusconiana portasse lì, era ovvio: nessun organismo sociale resiste al salasso sistematico; lo sviluppo economico richiede tensioni morali incompatibili con oppio televisivo, saturnali permanenti, furbizie gaglioffe. I caimani non leggono, quindi Re Lanterna non sa chi sia Max Weber, né cos’ abbia scritto sull’ etica calvinista nella cultura del capitalismo (ma un panegirista, forse burlone, gli attribuiva letture latine, niente meno che Erasmo). Le prognosi non allargano i cuori. Il berlusconismo sopravvive, non foss’ altro come potente lobby, dalle televisioni alla banca, con tante possibili cabale tattiche (fa testo l’ infausta Bicamerale), né sono uomini della penitenza i dignitari d’ Arcore. E i cantori sedicenti neutrali? Lo proclamavano condottiero neoliberale, salvo ammettere tra i denti che tale non sia un nemico del mercato: servizi simili segnano le persone, chi li ha resi probabilmente continua. Dopo 18 anni d’ egemonia brutale o strisciante, quando non stava al governo,è trucco d’ esorcista rimuoverlo dalla storia come non vi fosse mai entrato (così Benedetto Croce liquidava vent’ anni fascisti, un brutto sogno). Rincresce dirlo ma i fatti parlano: aveva radici etniche e lascia impronte; dettava modelli accettati ex adverso; chiudendo gli occhi sulla colossale anomalia, professionisti della politica lo considerano ancora interlocutore valido. Iscriviamola nei caratteri meno lodevoli dell’ anima italiana, una socievole indifferenza morale: è caduto sotto il peso d’ errori suoi, sconfitto dai mercati; non che gli oppositori l’ abbiano combattuto e vinto in termini d’ idee e scelte etiche. In proposito, dovendo indicare una lettura istruttiva, nominerei Kafka, Il processo, secondo capitolo. Una domenica mattina Josef K., misteriosamente imputato, va in tribunale. Scenario onirico: il pubblico in galleria sta curvo toccando il soffitto con testa e spalle; qualcuno le appoggia al cuscino che s’ è portato; aria greve, fumo, polvere, rumori confusi; la platea appare divisa tra due partiti. Nell’ arringa K. Sentiva in empatia metà del pubblico. Lo interrompono degli strilli. Parlava stando su una predella. Sceso nella calca, vede i distintivi sotto le barbe: erano finti partiti; non fanno caldo né freddo le furenti invettive con cui li apostrofa. Gl’ italiani hanno gravi doléances verso una classe politica connivente o inerte davanti al predone, fin dagli anni della resistibile ascesa.

 

 

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Giovani senza luogo e senza età

di Ilvo Diamanti

 

I giovani sono la categoria sociale più definita e per questo più in-definita del nostro tempo. Oggetto di una molteplicità di tentativi di catturarli con una formula, una parola, un titolo. E quindi oscurati da una nebbia lessicale e semantica. Io stesso ho partecipato a questo inseguimento, nel passato più o meno recente. Ma ora tutte le definizioni, tutte le formule, tutte le parole, tutti i titoli vertono su un solo aspetto: il lavoro, o meglio, il non-lavoro. E sulla variante della precarietà. D’altronde, l’Istat stima oltre il 30% il tasso di disoccupazione giovanile (che sale al 50% nel Mezzogiorno). Il più alto dell’Eurozona. Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Anche se aggiungono – nell’ultimo anno pare che, in Italia, anche il lavoro atipico sia diminuito. E non è una buona notizia, ma il segno – e la conseguenza – della crisi, che sta riducendo l’occupazione di tutti i generi: formale o informale, stabile o flessibile, tipica o atipica che sia.

Per questo, il fenomeno più adatto a raffigurare la posizione dei giovani del nostro tempo, probabilmente, è quello dei “”Neet”” (l’acronimo che riassume la definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “”non”” lavorano e “”non”” studiano. E non sono neppure impegnati attività di “”formazione”” e “”apprendistato””. Una sorta di  generazione “”non””. Priva, per questo, di identità. Perché se “”non”” sei studente e neppure lavoratore, semplicemente, “”non”” esisti. Resti sospeso nell’ombra. Senza presente né futuro.

Ebbene, i giovani (tra 15 e 29 anni) che si trovano in questa posizione – ambigua e periferica – sono oltre 2 milioni e 200 mila. Il 22%. Pesano particolarmente fra le donne e nel Sud. Ma disegnamo, comunque, un’area multiforme, per profilo socio grafico e motivazionale. Dove coabitano diverse componenti. Soprattutto e anzitutto, giovani “”costretti”” a restare sulla soglia, in bilico. Perché hanno concluso gli studi e non trovano un lavoro, neppure precario. Giovani che hanno perduto il lavoro    più o meno precario    e non ne trovano un altro    né tipico né atipico. Ma anche giovani che, finiti gli studi, preferiscono guardarsi intorno    fare esperienze, viaggiare, fermarsi a pensare – prima di entrare nel mercato del lavoro. Prima, magari, di ri-entrare nel sistema formativo. E altri ancora che preferiscono fermarsi    almeno per un poco. In attesa    e nella spe
ranza – che qualcosa cambi. Visto che l’offerta del “”mercato”” non li soddisfa nemmeno un poco. Anzi…

È la generazione del “”non””. Una “”non”” generazione. (Ma per carità, non usatela come un’altra definizione. È una “”non”” definizione). Una generazione “”accantonata””, provvisoriamente, dagli adulti che non sanno come comportarsi con i giovani. I loro figli. Per quanto possibile, li tutelano e li proteggono. E, al tempo stesso, li controllano, frenano la loro voglia di rendersi autonomi. È una generazione di giovani che faticano a crescere. Perché gli adulti e gli anziani (ammesso che qualcuno sia ancora disposto a dichiararsi tale) li vogliono così: eterni adolescenti. E i giovani – una parte di loro, almeno – si adeguano a questo status. A questo limbo. A questa in-definitezza. Così, un giorno, davanti allo specchio, rischiano di scoprirsi già vecchi. O meglio: anziani.

Pardon: senza età.

Sospesi. In un tempo senza tempo e in un luogo senza luogo.

 

Questa Bussola, con qualche variazione, è stata scritta per “”UniurbPost”” (numero otto, gennaio 2012), magazine online d’Ateneo dell’Università di Urbino “”Carlo Bo””

 

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Basta mugugni nel Pdl Mantenete le promesse

C’è chi pensa che Berlusconi sia un cane morto. È alle prese come al solito con una sfilata di processi e con l’accanimento giudiziario

 

del 22 gennaio 2012 di Giuliano Ferrara

 

C’è chi pensa che Berlusconi sia un cane morto. È alle prese come al solito con una sfilata di processi e con l’accanimento giudiziario e neopuritano, anzi pruriginoso, contro la sua immagine di uomo pubblico e i suoi comportamenti privati. L’azienda di famiglia deve difendersi dalla manipolazione politica e dalla crisi. Il partito che emerse dal ceppo originario di Forza Italia e di An è una squadra forte, decisiva per la maggioranza che sostiene il governo, ma divisa e incerta nel fronteggiare le misure del governo Monti, impopolari in segmenti importanti del suo elettorato (inoltre è in corso una successione formalmente avviata dallo stesso Berlusconi che però stenta a prendere la forma impegnativa di una nuova leadership con idee e progetti). La perdita di credibilità dei partiti nell’opinione degli italiani è trasversalmente diffusa, ma il vantaggio provvisorio nei sondaggi è per gli avversari di Berlusconi. Le alleanze vecchie sono in ballo, con una Lega d’opposizione divisa e un centro popolare schiacciato sull’operazione Monti-Napolitano e indisponibile a un dialogo privilegiato con il Pdl. Cane morto, questo è il referto di molti esperti della politica.

Quando il Cav. abbaia o è di malumore, sono in pochi a credergli, a considerare realistica da parte sua l’invocazione, per quanto «paradossale», di un ritorno al timone. Una parte degli arcinemici di una vita agita lo spauracchio di un suo ruolo ritorsivo e vendicativo, come sempre alla ricerca di un uomo nero per trasformarlo in totem da abbattere. Berlusconi ha non mille ma centomila ragioni per rivendicare la sua responsabilità istituzionale nel gesto delle dimissioni, a sottolineare che ha ancora in mano la carta della legittimità elettorale scartata e marginalizzata dalla formula di democrazia sospesa nella quale si muove un esecutivo tecnocratico non eletto, a sbugiardare i lupi che hanno sostenuto la sua esclusiva responsabilità nella vasta e acuta crisi internazionale ed europea che ha colpito il debito pubblico italiano e obbligato il Paese a una costosa manovra di emergenza tutt’ora in corso. Quella manovra fu incominciata da lui stesso e dal suo governo, sebbene in ritardo e in mezzo a convulsioni che ebbero effetti paralizzanti e politicamente letali. Berlusconi ha ragione, ma la politica lo ha messo dalla parte del torto. Guai ai vinti che non elaborano il significato di una sconfitta e non procedono oltre, inventandosi una nuova strategia che sia persuasiva ed efficace. Il mugugno è comprensibile, è inevitabile per un certo periodo, corrisponde allo stato di stuporoso sconcerto di una classe dirigente che disponeva di un’ampia e legittima maggioranza per governare e alla fine ha volontariamente deciso di cedere il passo, di evitare il giudizio delle urne, e di adeguarsi a una soluzione decisa in parte nel palazzo italiano e in parte nelle cancellerie europee (a mio giudizio in modo azzardato); il mugugno è sacrosanto, entro certi limiti, ma non è una politica all’altezza di quel che Berlusconi ha promesso, di quel che ha fatto di buono, e perfino della grandiosità un po’ surreale dei suoi errori o dell’anomalia conclamata del suo modo di essere un privato alla guida dello Stato per tanti anni.

Per elaborare una perdita politica ci vuole tempo, occorre però darsi un orizzonte, far lavorare la fantasia, infine prendere l’iniziativa e procedere a molte operazioni di verità. Il rischio è quello dell’occasione mancata. Il fatto che Berlusconi non sia un cane morto in realtà è certificato dallo stesso modo di procedere del capo del governo tecnocratico chiamato a succedergli con il suo consenso. Monti ha molti difetti, può risultare intollerabile il fatto stesso che sia alla guida di un ministero costruito dall’alto, è dubbio che riesca nella sua impresa, ma si sta comportando con un certo fair play verso il suo pred
ecessore, verso l’Italia di Berlusconi, la sua esperienza. Non manca mai di riferirsi al meglio dei governi di centrodestra, per esempio alla riforma Gelmini dell’istruzione pubblica e al rigore dei conti che è la base di partenza per le correzioni di rotta imposte dallo spread fra gli interessi italiani e quelli tedeschi sui titoli, infine su liberalizzazioni e lavoro si appresta a fare cose che i governi Berlusconi hanno affannosamente cercato di fare senza riuscirci fino in fondo.

Monti sfrutta il vantaggio che gli deriva dal commissariamento della Repubblica, laddove al Cav. toccava lo svantaggio di una folle battaglia di arresto e di paralisi del sistema condotta all’unisono e con metodi fortemente scorretti dalla sinistra istituzionale, dal potente gruppo Espresso-Repubblica, dai sindacati e da molti poteri finanziari coalizzati contro l’outsider. Farsi rinchiudere dalla logica delle cose in una zona grigia di insofferenza, di protesta, di rancori e di rimpianti non è una politica. Sarebbe molto più produttivo per il lascito e anche per la residua vitalità del blocco berlusconiano incalzare la sinistra e il sistema tutto, sfidarlo a fare bene e più a fondo quel che in parte i governi di centrodestra avevano fatto, e quel che il fondatore incarnato del bipolarismo politico aveva promesso invano di realizzare

 

 

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Politica

Il Cav vuole le frequenze tv? Deve far cadere il prof Monti

del 24 gennaio 2012

 

Il governo: 3 mesi per decidere su beauty contest. I tempi per andare ad elezioni anticipate saranno già scaduti da tempo

Il professor Monti ha stabilito i tempi: tre mesi, novanta giorni. Questa la deadline fissata dai tecnici per decidere sulle frequenze televisive da assegnare. Ma c’è una coincidenza che salta all’occhio: fra tre mesi saranno ampiamente scaduti i tempi entro i quali sarà possibile andare ad elezioni anticipate (le ultime date possibili coincidono con la prima o la seconda domenica di giugno). Il Parlamento, infatti, deve essere sciolto tra i 45 e i 70 giorni che precedono le consultazioni. Una notizia che non farà piacere a Silvio Berlusconi e a Mediaset: se il Cavaliere volesse avere la certezza che il Biscione possa sfruttare il beauty contest per l’assegnazione delle frequenze dovrebbe far crollare il governo dei tecnici, magari rinsaldando il rapporto con la Lega e Bossi per andare alle urne il più presto possibile. A complicare ulteriormente il quadro, il fatto che a novembre partirà il cosiddetto sementre bianco, gli ultimi sei mesi di mandato del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in quel periodo non avrà più il potere di sciogliere il Parlamento (e solo nell’improbabile caso in cui l’inquilino del Colle staccasse la spina a Monti per Mediaset si spalancherebbero le porte del cosiddetto beauty contest, ossia l’assegnazione delle frequenze digitali alle società che hanno i migliori mezzi per poterle sfruttare).

 

 

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Politica & Palazzo

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