Nuove elezioni: a chi giovano?

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.Questo articolo di Pietro Zullino apparve sul settimanale “Epoca”pochi giorni prima della strage di Piazza Fontana a Milano, nel dicembre del 1969

 “Pagine memorabili del giornalismo italiano”

 

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

Questo articolo apparve sul settimanale “Epoca” [1] (AME) pochi giorni prima della strage di Piazza Fontana [2] a Milano, nel dicembre del 1969. L’articolo ha il merito di circostanziare e di spiegare con chiarezza encomiabile la situazione politica di quel tempo; situazione che, con molta benevolenza, si può definire tremendamente ingarbugliata.

I paragrafi dell’articolo di Zullino, questo è il penultimo, saranno pubblicati in sequenza ogni giovedì e ogni martedì, per consentire ai Lettori sia di districarsi con la dovuta calma nei meandri della politica di quegli anni, sia di comprendere meglio, analizzando quelle scelte politiche (il termine “strategie” mi pare fuori luogo), gli eventi che ne conseguiranno negli Anni ’70. Eventi che da quelle scelte politiche hanno indubitabilmente origine.

L’Autore, Pietro Zullino, nato da padre pugliese e da madre abruzzese, è stato inviato speciale e direttore di quotidiani e periodici. Ha scritto anche numerosi libri di argomento storico.

 

A. B.

 

Che cosa può accadere in Italia [3]

 

Nuove elezioni: a chi giovano?

 

L’articolo 88 della Costituzione dice: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato”. Saragat potrebbe esercitare questa facoltà entro il mese di giugno del 1971. Sarebbe la prima volta che un fatto del genere accade in Italia da quando è in vigore la Costituzione repubblicana.

Solamente un partito oggi (nell’ambito del centro-sinistra) si dichiara favorevole ad elezioni anticipate: il socialdemocratico PSU. Che è, per coincidenza, anche il partito d’origine di Giuseppe Saragat. Fino a che punto è sincera la posizione del PSU? Sono in molti a pensare che i socialdemocratici agitino lo scioglimento delle Camere come uno spauracchio per le altre forze politiche, come un grosso atout per non vedersi tagliati fuori dalle
prossime combinazioni di governo. In realtà neanche Ferri, Tanassi e Preti possono dirsi certi che il loro partito uscirebbe rafforzato ad nuove elezioni. Tutti gli altri partiti queste elezioni non le vogliono. Se Saragat consultasse oggi il Presidente del Senato, Fanfani, e il Presidente della Camera, Pertini, si vedrebbe gettare sul tavolo il “no” quasi compatto dell’intero Parlamento.

Proviamo a decifrare le ragioni di un “no” tanto deciso. I parlamentari sono contro nuove elezioni innanzitutto per un motivo pedestre, che nulla ha a che vedere con i destini della Repubblica. Deputati e senatori devono ancora pagare i debiti d’ogni specie contratti per la campagna del 1968. Dopo due anni scarsi di legislatura non se la sentono di ricominciare a patire. Così affermano che nuove elezioni non servirebbero a sciogliere i nodi politici del momento.

Ammettiamo però che il Capo dello Stato giudicasse indispensabile il ricorso alle elezioni anticipate, passando sopra la testa dei deputati e dei senatori riluttanti. Che cosa potrebbe accadere? Viene subito in mente che l’elettorato, rafforzando alcuni partiti ed indebolendone altri, farebbe conoscere in definitiva la sua opinione sul problema di fondo, che è quello dell’ingresso del PCI nell’area di governo. Se questa fosse una ipotesi realistica, ogni buon democratico dovrebbe augurarsi che le elezioni venissero indette per domani mattina. Ma è una ipotesi che pecca, quanto meno, di semplicismo. I socialdemocratici del PSU hanno probabilmente ragione quando affermano che il loro partito ruberebbe molti voti a al PSI di De Martino. E che lo stesso PSI, subendo anche una emorragia a sinistra, finirebbe praticamente di contare qualcosa sulla scena politica. Anche il MSI e il PLI possono aver ragione quando pensano che il “riflusso a destra” dell’opinione pubblica si risolverebbe a loro vantaggio. Che tuttavia il parziale rafforzamento di singole formazioni anticomuniste riesca ad impedire l’apertura al PCI è una cosa tutta da dimostrare.

Tutto dipenderebbe, infatti, dal modo in cui verrebbe impostata la campagna elettorale. L’elettorato italiano è lento di riflessi. Per ottenere da un simile elettorato una risposta significativa sul dilemma “PCI o non PCI” sarebbe indispensabile proporre l’interrogativo in modo chiaro, quasi trasformando le elezioni in un referendum. In secondo luogo, bisognerebbe drammatizzare l’appello al popolo. Facendo leva, in egual misura, sulla ragione e sul sentimento. Ripetere in sostanza – con gli opportuni aggiornamenti – la campagna del 18 aprile 1948.

Una simile impostazione non potrebbe essere decisa dal PSI e tanto meno dal PLI e dal MSI. Le formazioni minori non hanno né i mezzi né l’autorità per far salire la temperatura elettorale al giusto livello. Come nel 1948, soltanto i colossi potrebbero riuscirvi: la DC da una parte e il PCI dall’altra. Ma i comunisti, oggi, non hanno alcun interesse a scontrarsi alla morte con un partito e con un sistema ai quali cercano rispettivamente di allearsi e di integrarsi. I democristiani, a loro volta, non dispongono più della compattezza necessaria per dare battaglia aperta al PCI. E non potrebbero ricostruire in pochi mesi un fascio di forze che nel corso di ventuno anni si è in gran parte liquefatto. La Chiesa ha cambiato faccia, e non scomunica più nessuno. Le associazioni cattoliche e le parrocchie sono in crisi. La radio e la televisione sono infiltrate da socialisti e comunisti. I candidati al Quirinale vedrebbero in pericolo la loro elezione e farebbero la fronda. Le sinistre del partito agirebbero da quinta colonna a servizio dell’avversario.

Nonostante questo è praticamente certo che un’alleanza DC – PSU – PRI potrebbe conquistare più che la maggioranza assoluta di voti. I democristiani nel 1968 hanno avuto il 39,1 per cento dei suffragi. Ai saragattiani si accredita un 7 – 8 per cento. I repubblicani hanno il 2 per cento e sono in ascesa. Questo 47 – 48 per cento complessivo potrebbe facilmente salire al 50 e oltre anche senza una campagna incandescente come quella del 1948: basterebbe un certo sforzo finanziario, un minimo di chiarezza e un’intelligente sfruttamento del clima di paura creato dalle scomposte agitazioni di piazza. La ricostruzione di un centro – sinistra non conservatore ma al tempo stesso “pulito” è dunque teoricamente possibile. O si tratta solo di fantasia? Indubbiamente, un ritorno alla situazione politica generale degli anni ‘50 è inimmaginabile. Non lo sopporterebbero i comunisti, i socialisti, i sindacati, il giovane clero. La vittoria elettorale potrebbe rivelarsi apparente, effimera, e portare con se il germe di una guerra civile? I fatti dimostrano che in Italia ormai non si scherza più.

Sarebbe allora questione di volontà politica e di programmi. Un eventuale nuovo “centrosinistra pulito” dovrebbe fare i conti con la realtà, e prepararsi a fronteggiare in concreto la pressione delle sinistre, che sarebbe più aggressiva che mai. La legalità repubblicana andrebbe difesa con durezza, ma soprattutto dando la dimostrazione che tutte le riforme possono essere fatte senza pagare un prezzo al comunismo. I nostri modelli dovrebbero fermamente rimanere la Gran Bretagna , la Germania, la Scandinavia, la Francia. Se tutto questo è semplicemente una fantasia, se tutto questo è impossibile, hanno automaticamente ragione quelli che non vogliono nuove elezioni. Quelli che dicono che esse si svolgerebbero all’insegna di un tacito e concordato attendismo della DC e del PCI. I due colossi cercherebbero di rafforzarsi a danno dei partiti minori: questo comporterebbe l’automatico loro avvicinamento sul piano delle intese di governo. L’avvicinamento è già in atto da oggi e l’apertura al PCI sembra decisa, con tutti i rischi che comporta. Per cui hanno ragione gli stessi deputati, quando dicono che tornare alle elezioni sarebbe fatica superflua.

  Pietro Zullino

Roma, 5 dicembre 1969

Pubblicato sul Settimanale Epoca n° 49 – AME

http://it.wikipedia.org/wiki/Epoca_(rivista)

 

Riassunto di questa puntata

 

Un partito, il PSU, agita lo spauracchio delle elezioni anticipate: evento che fino ad oggi non s’è ancora verificato. [4] Nessun altro partito vuole queste elezioni per ragioni differenziate, ma convergenti. Il motivo recondito riguarda gli aspetti economici connessi alla troppo recente campagna elettorale ed ai costi sostenuti per diventare parlamentari. Perciò lo scioglimento delle camere sarebbe una calamità.

Formulata l’ipotesi che il Presidente in carica Saragat chiami il popolo alle urne (periodo ipotetico di terzo tipo [5] ), Zullino dipinge vari scenari, pronosticando flussi emorragici dal centrosinistra/sinistro (PSI) verso il centrosinistra/centrista (PSU e PRI) e verso la sinistra/sinistra (PCI), mentre dal centro/centro (DC) si avrebbe un deflusso goccia a goccia (tipo fleboclisi) sia verso centro/destra (PLI), sia verso la destra/destra (MSI), però, contestualmente, si avrebbe un riflusso gastro-esofageo direttamente verso la sinistra/sinistra (PCI).

Se non vi è venuta la nausea e siete ancora in grado di leggere, proseguiamo.

Il proposito di porre agli elettori il quesito “PCI al governo sì o no?” viene rifuggito come si rifugge da un’epidemia di colera, sia perché significherebbe parlar chiaro al corpo elettorale, svelando così i misteri eleusini della politica alta, sia perché la contrapposizione fra i due colossi della politica, DC e PCI, non è più attuabile, come lo fu stato ventuno anni prima al tempo di De Gasperi, non essendo più la DC un partito compatto e solidale, ma un fascio di forze ormai liquefatto. Va aggiunto che le sinistre del partito agirebbero, con straordinaria lealtà, da quinta colonna al servizio dell’avversario. Spunta l’eventualità di un’alleanza tripartita, DC – PSU – PRI, ma si tratta solo di un’esercitazione virtuale, poiché, in tal caso, la legalità repubblicana andrebbe difesa con durezza (figuriamoci), ma soprattutto dando la dimostrazione che tutte le riforme possono essere fatte senza pagare un prezzo al comunismo (siamo nel regno di Isaac Azimov [6] ). Ergo, hanno automaticamente ragione quelli che non vogliono nuove elezioni e così l’apertura al PCI pare essere ineluttabile.

 

Commento

 

In un Paese europeo il Presidente della Repubblica, un Generale, dopo i fatti del maggio 1968 occorsi nel suo Paese, sciolse l’Assemblea Nazionale e chiamò i cittadini alle urne. I cittadini votarono in giugno di quell’anno e il partito del Generale ottenne 358 seggi su 487: fu quasi certamente una risoluzione miope, inefficace e di bassa politica [7] . Per contro, i nostri politici furono di ben altra levatura, di ben altro temperamento, di ben altro valore. Traspare infatti anche da questo articolo che essi dimostrarono di avere a cuore il bene dei cittadini in quei frangenti e, soprattutto, il loro futuro.

Io ripenso sempre con tenerezza e molta simpatia alla casalinga di Voghera. La immagino sul tavolo di cucina, il giorno prima di recarsi alle urne, mentre è intenta a schematizzare con le frecce su un fac-simile della scheda i flussi, i deflussi e i riflussi fra i vari partiti e poi, dopo averne valutato le conseguenze si reca a votare.

Intendiamoci bene: non è stolta, la casalinga di Voghera, e come lei non lo sono tanti milioni di italiane e di italiani. Gli stolti furono altri.

Non chiede cose irraggiungibili al mondo della politica la casalinga di Voghera, non chiede virtù lunari come verità, onestà e correttezza, perché sa bene che sarebbe ingenuo pretenderlo dai professionisti dell’alta politica.

Però una cosa la esige: la chiarezza. Almeno un minimo di chiarezza, perdiana! Poi, a chi credere, a chi concedere un po’ di fiducia, lo giudicherà lei, e, assieme a lei, lo giudicheranno milioni e milioni di cittadini come lei. Perfino i dittatori, pur millantando, pur mentendo, pur sbraitando, parlano con chiarezza alla loro nazione.

Credo di poter affermare senza tema di essere smentito, anche se non posso provarlo concretamente, che almeno l’ottanta per cento di coloro che si recarono al voto nelle numerose consultazioni elettorali che si susseguirono, espresse un consenso cieco. Non miope, cieco. Gli elettori furono costretti ad abbandonare ogni discernimento e a fidarsi di qualcuno che, indipendentemente dalla casacca, disse loro: – Non cercare di capire, non farti e, soprattutto, non fare domande: metti la croce lì e basta!

Quella non fu democrazia, ma un oltraggio, un arrogante vilipendio alla democrazia.

Quell’oltraggio, quella insolente irrisione arrecata al demos, costerà all’Italia la decomposizione di quei valori che l’avevano fatta risorgere nel dopoguerra, e avrà come conseguenza quello sfacelo sconfinato, carico solo di lutti e di rovina, che connoterà gli ultimi Anni Sessanta e tutti gli Anni Settanta e Ottanta [8] , scavando solchi indelebili nelle generazioni che in quegli anni sono state “educate”.

 

http://www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=217ABZullino.xml

 

Riassunto delle puntate precedenti

 

Puntata n° 1 – PCI: apertura al cloroformio?

 

L’Autore esordisce riportando alcune confidenze che il Primo Ministro Mariano Rumor avrebbe fatto ai suoi collaboratori. Quella fra queste maggiormente pregna di significato è: “La nebbia è totale”.

Il Governo presieduto dall’on. Rumor è denominato “monocolore d’attesa”: un nome che promette azioni e fatti concreti. Per far passare il tempo si discute, a vuoto, di un “quadripartito di centrosinistra” e si rimandano le scelte al tempo delle viole, mentre l’inerzia impera sovrana. Opportunismo e doppiezza congenita di tanta parte della classe politica confondono le carte ed imbrogliano il gioco. In realtà i problemi di fondo sono soltanto due: l’apertura al PCI e l’organizzazione della battaglia per la conquista del Quirinale nel ‘71.

La domanda più immediat
a è: deve o non deve il PCI partecipare prima o poi al governo?

Nella DC e nel PSI la tendenza filocomunista è una realtà. Essa maschera robusti interessi economici. Ohibò, ma davvero?!? L’onorevole Donat-Cattin, ritiene che l’operazione dovrebbe incominciare con una collaborazione cattolico-comunista a livello comunale, provinciale e regionale. Il machiavello dovrebbe sfociare in una coalizione di “unità popolare” a livello nazionale. Tale progetto ha diverse pittoresche denominazioni: “apertura al cloroformio”, “nuovo patto costituzionale”, “centrosinistra senza preclusioni”. Nel frattempo i disordini dilagano e il PCI si offre come “partito d’ordine”, chiedendo in cambio il biglietto d’ingresso nell’area del potere. Un governo bicolore DC-PSI, è auspicato come anticamera dell’apertura.

 

http://www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=215ABZullino.xml

 

Puntata n° 2 – Il Paese ha reagito

 

L’assassinio della agente di P. S. Antonio Annarumma ha un contraccolpo negativo sul progetto di apertura al PCI, determinandone una dilazione. Qualche dubbio circa l’opportunità temporale dell’“apertura al cloroformio” serpeggia anche nel PCI e il dubbio, dopo l’omicidio di Annarumma, diviene certezza. Pochi giorni dopo, un’ala dissenziente del PCI raccoltasi intorno alla rivista “Il Manifesto”, viene espulsa dal partito. Un senso di scoramento avvolge i filocomunisti della DC e del PSI. Evapora anche il sogno circa un aiutino che il PCI avrebbe fornito sottobanco in cambio del cloroformio: far cadere in Parlamento la legge sul divorzio. A questo punto non rimane che attendere la fioritura delle viole.

 

Commento

 

Due eventi che hanno molto giovato all’Italia vedono la luce sul finire del 1969:

·          gli “Anni di piombo”, che iniziano con l’assassinio dell’agente Annarumma,

·          la “cresima degli utili idioti”, che finiranno in seguito per convolare a nozze con i loro manovratori.

Il cloroformio nel frattempo viene accuratamente riposto nello sgabuzzino delle segreterie filocomuniste. Sarà utilizzato a tempo debito con risultati strabilianti. Ma questo Zullino non può saperlo né immaginarlo.

 

http://www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=215bisABZullino

 

Puntata n° 3 – Perché Fanfani è “risorto”?

 

Nessun panorama politico sarà mai chiaro se non si tiene conto di quanta influenza abbia in questa delicata situazione la prossima elezione al Quirinale. La domanda essenziale che si pone il candidato al Colle è: “Che cosa dovrò fare io per ottenere l’indispensabile voto dei comunisti?”. La risposta che si dà è quasi ovvia: diventare il fondatore della “Repubblica Conciliare”. Tuttavia il candidato è travagliato da dubbi tattici circa i modi e soprattutto i tempi, opta per una soluzione di attesa: prima si agguanta la poltrona quirinalizia, poi si fonda al “Repubblica conciliare” e si salda il debito. Zullino ammette che questa versione del ragionamento è cinica, ma non lontana dalla realtà. I candidati sembrano essere solo due: Amintore Fanfani, di anni sessantuno, e Aldo Moro, di anni cinquantatré. Fanfani sembra avere qualche chance in più.

 

Commento

 

Sarebbe un grave e miope errore considerare queste sottili mosse sullo scacchiere della politica come semplici giochi di potere finalizzati alla conquista di una poltrona e non operazioni di alta strategia finalizzate solo al bene futuro del Paese, come si addice alla “politica alta” dei veri professionisti di quegli anni. E poi si tratta di temporeggiare solo un pochino, un paio d’annetti. Tanto, che cosa potrebbe succedere di così grave nel frattempo? In fondo la situazione del Paese è sotto controllo.

 

http://www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=216ABZullino.xml

 

Puntata n° 4 – Un governo a due o a quattro?

 

Quadripartito, tricolore, coalizione cattolico-comunista, bicolore, monocolore Rumor, monocolore Fanfani, Quirinale … Mi è impossibile riassumere: garantisco che ci ho provato, ma proprio non ci riesco. Abbiate pazienza e fate il piccolo sacrificio di leggere l’articolo per intero.

 

Commento

 

“… ma di troppi machiavelli, di troppe contorsioni mentali si nutre la nostra politica. …”

Senza nulla togliere alla capacità esegetica di Zullino, mi chiedo: la casalinga di Voghera, quand’anche avesse letto con attenzione questo articolo, che cosa avrebbe potuto capire di tutto ciò? E su quali fondate opinioni personali avrà espresso il suo consenso attraverso il voto “democratico”?

 

http://www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=216bisABZullino.xml

 

 



[1] Nel 1950, con la pubblicazione di Epoca, la Mondadori porta anche in Italia il modello americano di giornalismo illustrato, sull’esempio di Look e Life, con una redazione che annovera nomi come Biagi, Del Buono, Spadolini, Zavattini.

[2] 12 dicembre 1969.

[5] Il periodo ipotetico è di terzo tipo o dell’irrealtà, quando sia la protasi che l’apodosi presentano fatti che non possono in nessun modo accadere.

[6] Le sue opere sono considerate una pietra miliare nel campo della fantascienza. http://it.wikipedia.org/wiki/Isaac_Asimov

[7] Parigi fu resa incandescente dai tumulti degli studenti e degli operai, e per la Francia fu un momento drammatico: il 20 maggio 1968 dieci milioni (avete letto bene: dieci milioni) di lavoratori entrarono in sciopero. Il Generale Charles de Gaulle si assentò il 29 maggio per andare ad incontrare il Generale Massu a Baden-Baden. Al ritorno riprese le redini della situazione decretando il 30 lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale. La decisione determinò una sorta di maremoto e, alle elezioni anticipate del successivo 30 giugno, il partito gollista ottenne 358 seggi su 487 (74%). Gli scioperi cessarono progressivamente lungo il mese di giugno e i luoghi deputati della contestazione, come la Sorbonne e l’Odéon di Parigi, furono sgomberati dalla Polizia. La Francia venne così privata del piacere di veder germogliare LC, PL, i GAP, i NAP, i Co.co.ri, le BR e le altre bande terroristiche alimentate e addestrate dal comunismo nazionale e internazionale, bande sanguinarie che invece l’Italia ebbe (e in taluni casi ha ancora) la fortuna di poter apprezzare. http://it.wikipedia.org/wiki/Anni_di_piombo

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