Non ti fidar dell’acqua cheta

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Ci lasciamo incantare dall’acqua cheta, dalla sua docilità perché sembra adattarsi a dove
tu la metti: in un letto più stretto, in un tubo o la fai fermare contro una diga. Non ci preoccupiamo
se la sentiamo scorrere sotto i nostri piedi o se entra nelle rocce più dure.

Sull’Ansa ho trovato il lungo elenco di catastrofi provocate da frane e alluvioni in Italia negli ultimi settant’anni: 101 vittime nel Polesine (1951), 325 persone a Molina nel Salernitano (1954), 2.000 nel Vajont (1963), decine a Firenze (1966), 23 in Valtellina (1987), 161 a Sarno (1998), 13 a Soverato (2000), 28 a Messina (2009), 6 a Genova, 13 a Vernazza (2011), 12 a Senigallia (2014), 29 a Rigopiano (2017), 8 a Livorno (2017), 4 a Senigallia (2021), 23 a Forra del Raganello nel Cosentino e nel Palermitano (2018), 11 sulla Marmolada (2022) ed ora Csamicciola. Per non parlare dei morti che pressoché ogni ondata di maltempo si porta con sé. Senza morti, ma con danni ingenti anche le ultime piogge nella Sicilia settentrionale.

Nonostante tutto, non abbiamo ancora imparato a rispettare l’acqua, adattandoci a lei. Già lo sapeva Ovidio quando scriveva: “Che c’è di più duro d’una pietra e di più molle dell’acqua? Eppure la molle acqua scava la dura pietra” e Lucrezio osservava: “Cadendo, la goccia scava la pietra, non per la sua forza, ma per la sua costanza”.

Ci lasciamo incantare dall’acqua cheta, dalla sua docilità perché sembra adattarsi a dove tu la metti: in un letto più stretto, in un tubo o la fai fermare contro una diga. Non ci preoccupiamo se la sentiamo scorrere sotto i nostri piedi o se entra nelle rocce più dure.

E più il progresso avanza e più l’uomo pensa di potere imbrigliare l’acqua come gli pare. Sciocco! Sempre per un motivo soltanto: soldi, guadagno.

I frutti si vedono: non è cattiva la natura; la natura “è”. E’ l’uomo ad essere stupido, l’unico animale che con la natura non sa convivere e dalla natura un giorno sarà cancellato.

Quando la natura si ribella sono giorni d’ira, giorni angoscia e afflizione, giorni di rovina e di sterminio (dal libro di Sofonia), ampiamente annunciati.

Luca Mercalli così ci ammonisce: “La casa brucia, tu ti sgoli per dare l’allarme e la famigliola in tinello che guarda la partita, ti dice di stare zitto che disturbi” e pensando a cosa fare, ammonisce: “Bisogna abbandonare una parola che invochiamo tutti i giorni e a me dà la nausea: crescita. Insomma rivoltiamo l’economia e impariamo ad accontentarci”.

Arriviamo sempre lì: stiamo consumando più mondo di quel che abbiamo in dote e così ci mangiamo il futuro.

L’unica possibile risposta, difficilissima, è prendere atto di come il nostro modo di vivere, abbia insito in sé il fallimento perché costretto alla crescita e quindi ad incrementare continuamente i consumi e lo sfruttamento delle risorse; occorre scaravoltare la nostra mentalità individualista per una solidarietà di comunità sia locale che globale.

Luca Mercalli ci avvisa: “Andiamo incontro a un clima mai sperimentato prima dall’uomo, come era 3 milioni di anni fa. Il livello dei mari è destinato ad alzarsi di 25 metri”.

O ci pensiamo noi o ci pensa la natura, che sa essere molto cattiva quando non viene ascoltata e accontentata.

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