Non (solo) Neorealismo: A Ciambra

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Perfettamente orizzontale, lo sguardo dell’autore non esalta né denigra. La macchina da presa non si frappone ma si fa corpo unico della narrazione, la presa di posizione è aprioristica e figlia d’una necessità vitale: quella di non (voler) chiedere allo spettatore di modificare un pregiudizio, che pure traspare, non facile da rimuovere. Non chiede compassione e non parteggia: limitandosi alla descrizione, la vicenda non rilascia giudizi. 

 


Quando A Ciambra fu presentato al “Sedicicorto Film Festival” di due anni fa, trovammo che quanto ci mostrava, il percorso d’iniziazione forzata di un ragazzino rom, ricordava certo Visconti e pure gli olvidados di Buñuel, una poetica dell’infanzia cara a Truffaut su uno sfondo di delinquenza alla Gomorra. Nell’arco d’una mezz’oretta, l’italo-americano Jonas Carpignano condensava la vicenda del piccolo Pio Amato in una struttura a blocchi, dove a una prima parte notturna e concitata ne seguiva una seconda più dilatata. L’alienante violenza, strumento necessario a Pio per sopravvivere nel degrado, lasciava il posto a un’introspezione psicologica accentuata da un frequente impiego di primi piani.

Identico stile si ritrova nel suo secondo lungometraggio, premiato alla Croisette come miglior film europeo alla “Quinzaine des Réalizateurs”, che consente al giovane autore di tornare nella stessa zona calabrese di Gioia Tauro – in gergo, appunto, A Ciambra. Più che un ampliamento, un sequel di due ore di quello short. Raggiunti i quattordici anni, Pio beve e fuma, ma è tra i pochissimi a entrare in relazione con tutte le realtà presenti nell’area: italiani, africani o rom come lui. Il ragazzino segue e ammira il fratello maggiore Cosimo, dal quale apprende quanto serve a sopravvivere per strada. Finché Cosimo e il padre non vengono arrestati, e tocca a Pio il difficile ruolo di precoce capofamiglia e il compito di provvedere al sostentamento del numeroso nucleo, per assolvere il quale conosce, manco a dirlo, un solo modus operandi: il furto. In un’area dominata dalla ’Ndrangheta, dove si ruba pure l’elettricità per non pagare le bollette (ma una, salatissima, arriverà), la maniera più redditizia e meno rischiosa per farlo è salire sui treni per scenderne coi bagagli dei passeggeri. A piazzare il bottino ci pensa un immigrato del Burkina Faso (e Koudous Seihun reinterpreta qui lo stesso personaggio di Mediterranea, lungometraggio d’esordio di Carpignano), col quale Pio costruisce un rapporto d’amicizia che gli permette di frequentare la locale comunità africana. Di fronte al bivio se tradire o meno quest’amicizia, l’itinerario di Pio verso l’età adulta imboccherà la svolta definitiva.

“Ero entrato alla Ciambra con una vaga storia in mente – racconta il regista – poi ho conosciuto Pio e ho adattato la sceneggiatura per inserire elementi biografici della sua famiglia”. E come per Mediterranea, “il film è stato adattato alla vita reale, pur mantenendo la struttura drammatica del racconto.” Non sorprende che la lavorazione di A Ciambra abbia richiesto tre mesi, trattandosi di un luogo imprevedibile e ingovernabile dove, parafrasando Carpignano, tutto ciò che può succedere si verifica dieci o quindici volte al giorno. Ciò non toglie al film la patina di un insolito romanzo di formazione, che attraverso l’escamotage della finzione fa emergere una verità cruda e sgradevole (l’educazione sentimentale, qui, è anche un’educazione al furto). Perfettamente orizzontale, lo sguardo dell’autore non esalta né denigra. La macchina da presa non si frappone ma si fa corpo unico della narrazione, la presa di posizione è aprioristica e figlia d’una necessità vitale: quella di non (voler) chiedere allo spettatore di modificare un pregiudizio, che pure traspare, non facile da rimuovere. Eppure, l’occhio di Carpignano non chiede compassione e non parteggia: limitandosi alla descrizione, la vicenda non rilascia giudizi.

A Ciambra è il prodotto di un’immersione totale nei luoghi e nelle dinamiche quotidiane della famiglia Amato: l’autore li conosce da sei anni, sin da quando dovette attendere la fine dei funerali del capofamiglia per poter concordare il prezzo con cui “riscattare” l’auto che gli avevano rubato. Giacché qualcosa di analogo si ritrova nel film, lo stile sembra coniugare la lezione di Pasolini e di Cassavetes, soprattutto nella registrazione d’una realtà carpita all’interno del nucleo familiare, senza trascurare il documentario antropologico più classico, avendo la pretesa di fargli il verso o di riproporlo tale e quale. In tal senso, l’opera non si contenta di mostrare, ma tende a (far) vivere quello cui si assiste. Pazienza per qualche inserto onirico che, inevitabile, accosta il risultato al Neorealismo (il cavallo agognato da Pio, che ricorre in numerosi passaggi).

Non c’è redenzione, la vita resta quella di ogni giorno. “Siamo noi contro il mondo”, chiosa il nonno del protagonista: il mondo esterno, a un passo da Gioia Tauro, è sempre solcato da una distanza incolmabile. Da prodotto indipendente qual è, A Ciambra esibisce il piglio nostrano e passionale della tradizione popolare; e chi accosterà il sentimento di stima (non ripagato) di Pio verso il fratello a quello del coppoliano Rusty il selvaggio, dovrà ricordare che a finanziare il progetto ha contribuito Martin Scorsese. 

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