Non solo i sogni muoiono all’alba

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L'annuncio a sorpresa dell'Iris ceramica non si spiega""secondo la fredda logica dei numeri e nemmeno con la fine delle partite a briscola""

         “A Sassuolo chiudono le ceramiche Iris: un miracolo italiano sconfitto dalla crisi, così muore un’impresa gioiello” commentava mesto, ieri, su Repubblica, lunedì 12 gennaio, Edmondo Berselli: un editoriale lucido, una sorta di requiem per un impero (della ceramica) sull’orlo di defungere dopo “anni – continua lucido Berselli – in cui il settore della piastrella, quello descritto negli anni Sessanta dal giovane Prodi come <modello di sviluppo di un settore in rapida crescita> lentamente è sceso nelle quote di mercato, con fatturati sempre più limati, perdite di addetti e ristrutturazioni e recuperi con la qualità per quello che si perdeva in quantità”. 

Berselli accusa non solo le nefaste conseguenze della globalizzazione assommate alla crisi finanziaria ed economica congiunturale. “Dopo anni di cali continui di fatturato alla fine, all’improvviso, è arrivato lo schianto.

Il 5 gennaio l’assemblea sociale del gruppo Iris, fondato da Romano Minozzi, ha deciso l’autoscioglimento, la messa in liquidazione dei suoi tre stabilimenti e la collocazione in mobilità, cioè sulla strada, dei 780 dipendenti”.

             Tutti, più o meno, padri di famiglia piombati dall’oggi al domani nella disperazione più nera, senza prospettive, a parte quell’80% sullo stipendio che la cassa integrazione concederà loro, ad eccezione dei precari e dei lavoratori a tempo determinato che non godono nemmeno di questo cosiddetto “ammortizzatore sociale” che altro non è se non il prolungamento di un’agonia che finirà appunto tra un anno esatto. Insomma, per andarci giù con il badile, la dirigenza, prima ancora che siano scappati i buoi, prende i soldi e scappa lei, di sua spontanea iniziativa.

            “Tutto senza preavvisi, senza trattative  – continua amaro Berselli – con il sindaco di Sassuolo, Graziano Pattuzzi (Pd) che sbarra gli occhi, le forze politiche che si appellano alla <responsabilità sociale> delle imprese, i sindacati sbigottiti che implorano negoziati e minacciano la mobilitazione dell’intero distretto ceramico, con le sue 200 imprese, 4 miliardi e mezzo di fatturato, 22.000 addetti distribuiti fra le province di Modena e Reggio Emilia… Un’impresa gioiello, leader sul piano internazionale semplicemente si dissolve: fatte le debite proporzioni, è all’incirca come se in provincia di Torino evaporasse da un giorno ad un altro la Fiat o nella grande Milano fossero licenziati in un solo colpo 80mila lavoratori”.

            Il fondatore Minozzi, negli anni d’oro del boom, dichiarava spavaldo e sprezzante “A quei tempi si facevano più impianti che partite a briscola”. “E’ cominciata l’era glaciale – ha annunciato, con toni catastrofisti ed apocalittici, infatti lo stesso patron Minozzi nella relazione societaria tenuta pochi giorni fa –  tutto per colpa dell’iperproduzione e del dumping cinese, dell’euro troppo alto sul dollaro che schiaccia le esportazioni negli Usa, colpa dei vecchi e nuovi produttori dalla Spagna alla Turchia, dal Messico al Brasile con la loro concorrenza senza quartiere, colpa del Wto e dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro, colpa del mondo nuovo.”  

            Un vizio tutto italiano quello di non assumersi mai le proprie responsabilità, cioè quando la colpa è sempre degli altri e non è mai propria. 

            Ed infine l’amaro interrogativo senza risposta formulato mestamente da Berselli: “Quale giustificazione razionale ha un sistema che si dimostra nei fatti privo di una moralità intrinseca?”.

            Ma sì Minozzi prende su tutto e se ne va. Sen va dove il costo del lavoro è una scodellina di riso al dì e dove i lavoratori, ridotti quasi in schiavitù, lavorano 16-18 ore al giorno, dove non ci sarà però più nemmeno il tempo per fare una sola partita di briscola.            

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