“Non si dà cultura senza libertà di parola”

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Vittorio Sgarbi è il più preparato e famoso critico e storico dell’arte del nostro Paese. Ma è anche un grande, insuperabile comunicatore, regista di opere liriche, operatore culturale e curatore di mostre d’arte ed eventi artistico culturali e, da alcuni giorni, è anche Assessore alla Cultura del Comune di Milano

Vittorio Sgarbi è anche un assiduo, appassionato frequentatore delle bellezze modenesi, di chiese, musei, case private della nostra provincia. Lo abbiamo incontrato ed intervistato

 

Perchè una mostra dedicata ad Andrea Mantegna ?

 

“Il 2006 è il quinto centenario della morte di uno dei massimi artisti del Quattrocento. Nato a Padova è, con Giovanni Bellini, di cui sposò la sorella, è sicuramente il più importante pittore del Quattrocento del Nord Italia, che ha portato alle conseguenze estreme e più elaborate, la ricerca di Piero della Francesca, che, per primo, ha impostato in maniera assolutamente rigorosa i temi della prospettiva unitaria. Ricordo la “Camera degli Sposi” o “camera picta”, che Mantegna ha realizzato per i Gonzaga, a Mantova, dove, attraverso una intelaiatura prospettica spericolata, egli fa affacciare figure di putti e cortigiani da una balconata dipinta sul soffitto della stanza: è uno “sfondato” su un cielo inventato. E’ l’artista di corte, che celebra lo spettacolo del potere rappresentato sulle pareti della stanza, cui assistono dalla balconata celeste i cortigiani di minor rilievo, l’artista ci dà lo sfarzo ma anche la volontà di vedere la verità dell’animo degli uomini, nonchè, in quei volti di grande realismo, la contraddizione fra bellezza esteriore del potere e dimensione umana di chi lo esercita; e lo fa con una capacità di leggere nell’anima che, per la prima volta nella storia della pittura, si mostra con tanta evidenza realistica.

A Padova, sua città natale, succese, come gloria artistica a Francesco Petrarca e crea capolavori, lavorando con artisti come Vincenzo Foppa, considerato come il primo artista del Quattrocento moderno in Lombardia, come Cosmè Tura, fondatore della Scuola ferrarese del Rinascimento, come Carlo Crivelli, Girolamo di Giovanni e Giovanni Beccati, che hanno poi fondato una loro autonoma scuola a Camerino.

Grazie alla Scuola del sarto-pittore Francesco Squarcione, con il quale litiga per averne preso il posto nella decorazione della Cappella Ovetari, nella Chiesa degli Eremitani, a Padova, grazie ai condiscepoli, a 25 anni, Mantegna è già un artista maturo.

Questa maturità la si ritrova a Verona dove, essendoci  rovine romane ancora più importanti di quelle padovane, Mantegna viene chiamato per dipingere forse la sua opera più nota, il Trittico per la Basilica di San Zeno, dove la parte inferiore centrale è una “Crocefissione”, oggi conservata al Louvre di Parigi,  dove viene esaltato il recupero del mondo  classico attraverso un accostamento continuo di civiltà e di natura. Dove la Natura è asservita alla Storia in quanto Mantegna alla Storia Mantegna affida la sua visione del mondo. E’ pittore non della Natura ma piuttosto della Storia, e la sua natura è caricata della vicenda degli uomini. Nella sua tarda produzione, Mantegna invertirà questo rapporto tra Storia e Natura, recuperando quest’ultima nei suoi aspetti di poesia, con la “Dormitio Virginis” e di tragedie con il “Cristo morto”, dove i personaggi hanno l’austerità di personaggi  antichi con, sullo sfondo, un meraviglioso panorama –forse i laghi di Mantova- che ci offre una veduta pura, quasi un dipinto a sè stante, ad esaltazione della naturale poesia del paesaggio. Qui, Mantegna ha dipinto per l’eternità un dolore vero, scolpito, impietrito, che, attraverso l’artificio prospettico, comunica una tensione straordinaria. Il “Cristo” del Mantegna è un Cristo veramente e per sempre morto, che, quindi nega a sè e agli uomini la propria resurrezione e il conseguente loro riscatto; la sua natura non è divina, è mortale; ed è natura morta. Perchè Cristo è un essere superiore: è Dio vestito di carne umana, secondo il mistero di molte opere rinascimentali, di Botticelli, Giorgione e soprattutto Mantegna. In quelle opere, sublimi capolavori pittorici che sembrano rivelare i segreti di un universo sempre differente, si compenetrano poesia e filosofia, sentimento e rigore geometrico, profili delicati e squarci di luce apocalittici.

Basterebbero queste opere per giustificare una mostra evento come quella che, dal 16 settembre 2006 al 14 gennaio 2007, si tiene in tre città Mantova, Padova e Verona.

Ma la grande mostra  evento presenta ben 352 opere, provenienti da 140 musei di tutto il mondo, con un valore assicurato per 647 milioni di euro.

 

Perchè la mostra si sviluppa in tre diverse città ?

 

“Perchè Padova, Verona e Mantova sono le tre città, i luoghi della vita e del lavoro di Mantegna e un nuovo corso tende a fare vedere le opere ma anche la storia dentro la quale sono nate. Ho accettato con entusiasmo di coordinare questa mostra tricefala, anzi, da anni, la sognavo, la sollecitavo, perchè Andrea Mantegna è il più importante artista del Quattrocento del Nord Italia. E’ un colosso che, per lungo tempo, ha subito l’ingiusta favola che lo considerava terminale della cultura fascista, in quanto glorificatore della Roma imperiale. In realtà, il suo percorso comincia a Padova, dove studia da vicino il lavoro di Donatello e lo porta alle forme classiche, a fondare la pittura umanistica dell’Italia del Nord, a creare la celebre prospettiva che va “da sotto in su”. Padova era, allora, come Trento nel 1968, città e università dove si faceva il nuovo.

Per l’inaugurazione della mostra-evento, per
il 16 settembre 2006, giungerà a Padova, da Berlino, la “Madonna con il Bambino addormentato”, giungerà da Francoforte il “San Marco”.

A Palazzo Zuckermann, sarà esposta la “Madonna della Tenerezza”, da poco attribuita al Mantegna.

Nella Cappella degli Olivetari, distrutta da un bombardamento, nel 1944, si potrà ammirare la ricostruzione, da piccolissimi frammenti, di parte degli affreschi.

A Verona, Mantegna si è spostato a metà secolo, trovandovi rovine romane ancor più belle e imponenti di quelle padovane.

La mostra, intitolata “Mantegna e le Arti a Verona 1450.1500”, offre , alla Gran Guardia la “Pala di San Zeno” con una  delle predelle concessa in prestito dal Louvre, la “Madonna in gloria e santi” (la famosa Pala Trivulzio) creata per “Santa Maria in organo”, nel 1497, ora conservata al Castello Sforzesco di Milano.

A Mantova, Andrea Mantegna è vissuto per 46 anni, come “vero e proprio pittore di Stato” dei Gonzaga.

A Palazzo Ducale si può ammirare il capolavoro della “Camera degli Sposi” o “camera picta”  e, nelle “Fruttiere” di Palazzo Tè sarà esposta una serie di monocromi, tempere simulanti bassorilievi in bronzo su lastre di marmo.

In un giorno e mezzo, in due giorni, con un solo biglietto, è possibile visitare tre bellissime città come Padova, Verona e Mantova e fare un’immersione completa nel mondo di Mantegna, ammirando la magia di 352 sue opere, che sono altrettanti capolavori del più importante artista del Quattrocento del Nord Italia, Andrea Mantegna.

 

Dicevo che Lei è critico e storico dell’arte, è operatore artistico-culturale e coordinatore-promotore di mostre-evento. Ma è anche regista. Ci può raccontare la scelta dell’ “Arlesiana” di Cilea ?

 

“Cinque anni fa, ho curato la regia del “Rigoletto” di Verdi. Mi sono divertito. E’ stata un’esperienza più che positiva. Quest’anno, Beatrice Bianco, direttrice artistica del “Sassuolo Musica Festival “ e la “Fondazione Toscanini” hanno insistito perchè curassi la regia dell’ “Arlesiana” di Cilea.

Prima di accettare, mi sono consigliato con l’amico Pier Luigi Pizzi, scenografo e costumista approdato, con successo, alla regia. Questi mi ha detto :”L’importante è creare lo spazio dove i cantanti recitano”, dimostrando una spiccata attenzione per la parte visiva dell’opera. Alla mia domanda su cosa debba fare un regista, sempre l’amico Pizzi mi ha risposto “Tutto deve fare: seguire le scene, le luci, i cantanti, deve fare perfino la musica. E’ un impegno formidabile” Poi, dopo una pausa,  beffardo, ha aggiunto: “ il regista può anche nopn fare niente, come fa qualcuno”

Ho scelto di sposare musica e pittura.

Con “Rigoletto” mi sino rifatto al Mantegna. Con l’ “Arlesiana” ho scelto di ricorrere a tre grandi quadri di Van Gogh, che collima perfettamente anche sotto il profilo cronologica. Le tre opere sono state il “Campo di grano con corvi”, il “Paesaggio di Arles” e “Cielo stellato”. Quindi la mia impronta registica è visiva.

I risultati ci sono stati. Il pubblico, sia quello delle rappresentazioni al Palazzo Ducale di Sassuolo, sia quelle al “Teatro Arena del Sole” di Bologna, ha approvato e calorosamente e , a lungo, applaudito, a scena aperta”

 

Da alcuni giorni, Lei è anche Assessore alla Cultura del Comune di Milano. Come è giunto a questo nuovo  importante incarico ? Quali le sue linee direttrici ?

 

Sono stato invitato dal Sindaco di Milano, Letizia Moratti, con la quale, da tempo, esistono rapporti di stima e amicizia. Ancor prima delle elezioni amministrative e della Sua affermazione come Sindaco di Milano, la Moratti mi ha invitato a fare parte del suo staff come Assessore alla Cultura. Per quanto riguarda le linee direttrici vorrei che Milano diventasse la capitale delle parole. Mi spiego meglio:  al di là della programmazione delle mostre e delle stagioni teatrali, almeno su un punto vorrei richiamare l’attenzione e indicare un tema dominante. Vorrei che Milano diventasse il luogo della libertà di parola. La città dove quelli che sono costretti a tacere nei loro Paesi, o che testimoniano di incredibili condizioni di vita determinate da dittature e da governi non democratici  possano parlare. In passato abbiamo sentito la voce del Dalai Lama e la storia del popolo tibetano. Ma in Birmania, in Cina, in Turchia, in molti Paesi arabi,  a Cuba, in Corea del Nord vi sono uomini e donne sottomessi e costretti al silenzio. Non si dà cultura senza libertà di parola. Per tanti anni muri e censure hanno sacrificato aree del mondo con uomini e donne così simili a noi per sensibilità e letture come i russi e le popolazioni dei Paesi dell’Est. Non sembra neppure concepibile oggi che un libro come “Il Dottor Zivago” non potesse essere pubblicato in Unione Sovietica e trovasse un editore in Italia per la sua prima uscita mondiale. Con il paradosso, poi, che l’editore, Feltrinelli, fosse comunista. Altri tempi, un altro mondo.  In Italia, ora, non ci sono limiti alla parola, e quindi anche un carcerato, sia pure illustre come Adriano Sofri, può scrivere e parlare. In compenso , come se l’uomo fosse qualcosa di diverso dal suo pensiero, si ritiene necessario, e forse opportuno, bloccarne il corpo. Costringer
lo a stare fermo, mentre la sua mente si muove. Così Sofri ha annunciato lo stesso spirito delle iniziative che io vorrei organicamente proporre a  Milano, così da farne la capitale della parola “

 

Quale il Suo staff di lavoro ? Nuovo oppure costruito sulle risorse umane già esistenti al Comune di Milano ?

 

“ E’ prematuro  delineare uno staff. Ci sto pensando. Lo sto costruendo. Per ora , è precoce dare anticipazioni su questo. Sarà sicuramente formato da uomini e donne intelligenti, motivati dalla volontà di lavorare in equipe e di costruire all’insegna della cultura e della libertà di parola “

 

                                                                   

 

 

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