Noi siamo culturalmente spiazzati rispetto a questo Islam

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Ratisbona ha suscitato polemiche globali: gli anatemi contro il Vaticano non si contano ormai più. Ne parliamo con un prete di periferia, uno che vive in prima linea il rapporto cattolicesimo-islam

Abbiamo intervistato un Prete che preferisce restare anonimo, anche perché per parlare di queste cose serve un’autorizzazione specifica

Ratisbona ha suscitato polemiche globali: gli anatemi contro il Vaticano non si contano ormai più, mentre da Castel Gandolfo domenica il Pontefice si è detto vivamente rammaricato per aver innescato uno dei momenti più critici nel rapporto intereligoso degli ultimi anni. Ne parliamo con un prete di periferia, uno che vive in prima linea il rapporto cattolicesimo-islam  

 

Don, la sensazione è che abbiano voluto trascinare in guerra anche il Vaticano.

 

Noi siamo culturalmente spiazzati rispetto a questo Islam.

«Diciamo che i media hanno enfatizzato parecchio un passaggio del suo discorso a Ratisbona, senza sottolineare il contesto entro cui è stato citato e neppure dando rilievo all’aspetto globale di quell’intervento».

 

Ma voi vi sentite in guerra?

 

«Ma quale guerra. Nel nostro mondo c’è bisogno di concordia. E’ per questo che io continuo a sostenere che la scuola ha un compito decisivo per il nostro futuro. E’ il luogo perfetto dove Islam e Cristianesimo possono incontrarsi, possono confrontarsi e tirare fuori il meglio di sé. Dopo essersi incontrati creano una cultura unita e danno vita a persone pacificate, prima di tutto con se stesse e poi con il mondo che li circonda. Dalla scuola nasceranno le generazioni che vengono chiamate integrate».

 

Strano discorso per un sacerdote che quotidianamente predica pace e tolleranza e che magari si aspetta qualche miglioramento da subito.

 

«Io non rinnego quello che faccio, ma so che il mio lavoro spesso viene perso. Non perché la gente è disinteressata ma perché non ha contatto diretto con il mondo del futuro. I ragazzi invece hanno doti più spiccate di fratellanza e di integrazione, per questo dico che la scuola sarà decisiva. Senza dimenticare quello che tutti noi possiamo fare. Io aiuto le persone in difficoltà, siamo islamici o cristiani. Non importa, il Signore me lo ha chiesto e io la faccio con passione e impegno. Certo che ogni piccolo passo avanti quotidiano io lo vivo con orgoglio e serenità, diciamo che è un piccolo successo personale».

 

 

«E io torno a ripetere che quel discorso è stato frainteso ed enfatizzato in alcuni passaggi decisivi .

 

 Penso che l’Angelus di domenica sia stato importante per confermare qual è la visione del Papa. Si è detto rammaricato per quello che ha prodotto una citazione medievale che non rispecchia in alcun modo il suo pensiero. Più esplicito di così. Poi diciamo che alcuni media hanno marciato sulla vicenda. Mi chiedo perché non hanno dato spazio ad esempio al Papa filosofo».

 

Cioè?

 

«Cioè al passaggio in cui il Papa, nonostante sia il capo della Chiesa cattolica, fa una critica delle religioni in nome della ragione. Fede e ragione possono andare di pari passo e il Papa è un convinto assertore di questa tesi. Penso che se i giornali avessero dato spazio a questo aspetto magari adesso saremo meno attirati da una polemica che mi pare piuttosto sterile. Il Papa è da sempre un messaggero di pace e di fratellanza. Le sue ultime nomine sono funzionali a questa missione».

 

Si riferisce per caso alle nomine del cardinal Bertone e di monsignor Mamberti?

 

«Mi riferisco anche a questo. Il cardinal Bertone in Italia lo conosciamo tutti. E’ un grande comunicatore, si concede volentieri alla stampa e in un processo di comunicazione con i capi religiosi islamici è importante che anche la Chiesa abbia un uomo capace di farlo bene. Tanto per fare un esempio lui è il segretario di Stato, ruolo che in uno stato laico coincide con quello del primo ministro. Capite perciò il ruolo cruciale che incarna. Il caso di Mamberti è ancora più emblematico: è francese, ma i genitori erano marocchini. In uno stato laico incarnerebbe il ministro degli esteri. Il Papa vuole il dialogo e secondo me ha fatto bene a nominare una persona che conosce l’Africa, che ha origini africane e che sa bene quanto vale l’Islam per il popolo nord africano. Capite perciò che le due nomine non sono fini a se stesse, ma rientrano in un quadro globale più generale, dove il fine è quello di creare un filo diretto con l’Islam e non uno scontro di religioni».

 

Ma secondo lei il mondo occidentale è culturalmente spiazzato rispetto al nuovo che avanza?

 

«Io dico che va fatta una netta distinzione: l’Islam è una religione e per questo va rispettata. Tutt’altra cosa invece è la pseudo guerra santa in nome dell’Islam e di Allah. Queste sono strumentalizzazioni che attecchiscono sulla povera gente che, convinta di vivere da buon musulmano, si lascia trasportare in una corrente di terrore e odio. Noi siamo culturalmente spiazzati rispetto a questo Islam. Non abbiamo i mezzi per opporci al reclutamento religioso, mentre siamo sulla stessa lunghezza d’onda dei musulmani, e sono tanti, che vorrebbero come noi la pace, il rispetto reciproco e soprattutto un mondo senza guerre».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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