Ne è valsa proprio la pena

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Un valido, giovane e promettente giornalista ha mandato a Bice questi suoi appunti inerenti la sua trasferta Berlinese ad incitare gli Azzurri. Con un poco d'invidia per non esserci stati pure noi, vi passiamo le sue impressioni.

Ne è valsa proprio la pena. Quattordici ore di treno ad andare, altrettante a tornare, ma assistere alla vittoria della coppa del Mondo direttamente a Berlino è qualcosa di immenso, magico, geniale. Sabato: 1.23 di notte, il treno che arriva a Bologna è già stipato di gente, si sentono gli accenti più disparati, i napoletani, i romani, con qualche tocco di toscano e poi noi quattro. Siamo di Modena, come tanti altri non abbiamo nessuna voglia di essere delle comparse, la storia ci aspetta.

  Qualcuno dorme, anche in ottica futura, ma tanti, quasi tutti, parlano di calcio. Per chi respira e vive di questo sport non esiste modo migliore per affrontare una traversata del genere. Ci si interroga sulla formazione, (Del Piero o Camoranesi?), si ripercorrono le tappe del mondiale ma si chiacchiera delle proprie squadre del cuore. Sportività allo stato puro, per un giorno siamo tutti e soltanto tifosi dell’Italia. I campanilismi vengono messi da parte, anche se qualche sfottò non manca di certo. Birra ce n’è, ma non si può fumare e allora ogni tappa (Verona e Bolzano) ecco la colonna di tabagisti riversarsi sulle banchine delle stazioni, aspirando avidamente la propria paglia. Per chi ha fatto decine di trasferte per seguire il Modena è piuttosto normale assistere a tutto questo, per gli altri invece il rituale è parte nuova, anche questa da immortalare. A Monaco di Baviera si cambia, direzione Berlino. Siamo in oltre quattrocento, difficile contarci. Al grido di “po, po, po, po, po”, seguito dall’immancabile e meraviglioso inno di Mameli, ci si dirige tutti insieme al treno che ci porterà là, dove quei ragazzi in calzoncini e maglietta azzurra dovranno regalarci un sogno, un attimo di notorietà collettiva.

L’arrivo nella capitale tedesca fa scattare la bolgia, ci sono migliaia di persone, l’impatto visivo è qualcosa di sorprendente. Francesi e italiani uniti, almeno fino al fischio d’inizio, tra loro anche i tedeschi che vogliono godersi fino in fondo un Mondiale organizzato splendidamente, anche per i tifosi che allo stadio sanno già di non poter andare. Come noi. Come tutti coloro che 2mila euro per un biglietto non potranno mai permettersi di spendere. E allora l’unica meta possibile è la porta di Brandeburgo, lì c’è il nostro maxischermo. Da lì soffriremo, canteremo e… piangeremo. Il caso della vita vuole che a pochi passi ci sia piazza di Francia, chiamata così perchè ospita l’ambasciata transalpina. Li sberleffi piovono a raffica, qualcuno balla, qualcuno mostra orgoglioso il tricolore bianco rosso e verde. Mancano ancora più di tre ore all’inizio del match e la piazza è gremita. Po, Po, Po, Po, Po, riecheggia forte, comandano gli italiani di Germania, sono loro a trascinare la folla. Per loro la vera rivincita è stata la vittoria con i padroni di casa in semifinale, ma lasciare il lavoro a metà non è da uomini. I poliziotti tedeschi osservano, non avranno troppo da lavorare. I tifosi teutonici si mischiano qui e là, in tanti tiferanno Italia. Vecchi rancori, qui i francesi non sono proprio ben visti.

Ore 20 in punto. Fischio d’inizio. La stanchezza inizia a farsi sentire, ma siamo di fronte alla storia. Vogliamo fare la storia. Poi la doccia fredda, quel rigore per molti di noi inesistente. Il cucchiaio di Zidane è un brivido che sale lungo la schiena, esultiamo, sembra che la palla non sia entrata ed invece lo zoom della telecamera sull’algerino dice tutto, spegne le nostre voci. Da lì in poi sarà un’altra partita. A denti stretti si soffre, nessuno canta, volano le imprecazioni fino a quando Materazzi vola in cielo. E’ il pareggio. Adesso comandiamo noi. Le bottiglie d’acqua servono per rinfrescarsi, la birra per dissetarsi. Questa partita non finisce mai. Il secondo tempo è durissimo. Al gol di Toni annullato il boato si strozza in gola. Sono supplementari. In tanti la sostituzione di Totti non la capiscono, qualche fischio per Iaquinta dettato dalla tensione. La testata di Zidane a Materazzi è il culmine della sofferenza. Sembra ci sia un disegno della sorte. Tocca a noi, come 24 anni fa in Spagna.

I rigori non li vediamo neanche, ci facciamo trasportare dal boato del pubblico. Alla rete di Grosso esplode la bolgia. Francesi che piangono di disperazione, italiani che fanno altrettanto di gioia. Ma i più saltano, sembriamo tutte schegge impazzite. La notte tedesca è solo all’inizio. Cannavaro che alza la coppa è accolto dall’Inno. Tutti lo cantano, anche i bambini di cinque anni che incrociamo nel caos. E adesso tutti a gridare al Mondo che i campioni siamo noi. Siamo stati a Berlino, andremo in Sud Africa. Ma prima c’è da festeggiare, da brindare, da abbracciare gente che non conosceremo mai, ma che sono lì per lo stesso nostro motivo: essere dentro la storia.

 

 

 

 

 

 

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