Moni Ovadia nello spettacolo “” Dio ride – Nish Koshe”” a Pavullo

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Con Dio ride – Nish Koshe scritto diretto e interpretato da Moni Ovadia continua la Stagione 2018/2019 del Cinema Teatro Walter Mac Mazzieri di Pavullo nel Frignano

Lo spettacolo con le musiche suonate dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra è in cartellone giovedì prossimo 24 gennaio alle ore 21.00 per la Stagione 2018/2019 a cura di ATER Associazione Teatrale Emilia Romagna

 

Con il nuovo suggestivo spettacolo di Moni Ovadia Dio ride – Nish Koshe prosegue giovedì prossimo 24 gennaio alle ore 21.00 la Stagione 2018/2019 del Cinema Teatro Walter Mac Mazzieri di Pavullo del Frignano, curata da Ater Associazione Teatrale Emilia Romagna. Biglietti dai 19,00 agli 11,00 euro.

25 anni dopo Oylem GoylemIl vecchio errante Simkha Rabinovich, personaggio di Moni Ovadia, torna con altri 5 musicisti, vagabondi come lui su una zattera piena di libri vagando senza una meta precisa. Dio ride – così così, in questo modo si traduce “Nish Koshe” in lingua yiddish, una risata amara ma anche profonda sugli eventi del passato come la Shoah e l’emigrare costante del popolo ebreo. Storie, storielle e barzellette sul passato che però raccontano una storia più grande e guardano verso il futuro della terra. Simkha Rabinovich scherza con noi insomma, senza mai dare risposte, ma solo domande, che sono molto più salutari. Sul palco con Moni Ovadia – autore, interprete e regista – i musicisti della Moni Ovadia Stage Orchestra (Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca e Marian Serban) che suonano dal vivo. Le luci sono di Cesare Agoni, le scene e i costumi di Elisa Savi; contributi video di Massimo Ottoni, mentre il progetto audio è di Mauro Pagiaro. Una produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Corvino Produzioni.

 

Lo spettacolo

Una zattera in forma di piccola scena approdava in teatro venticinque anni fa. Trasportava sei vagabondi, cinque musicanti e un narratore di nome Simkha Rabinovich. A chi sentiva il desiderio di ascoltare, Simkha raccontava storie di una gente esiliata, ne cantava le canzoni, canti tristi e allegri, luttuosi e nostalgici, di quel popolo che illuminò e diede gloria alla diaspora. I musicanti lo accompagnavano con i loro strumenti e con lui rievocavano le melodie che quel mondo – fatto di comunità grandi, piccole e piccolissime – aveva creato per vivere le feste, le celebrazioni e i riti di passaggio. Dopo un quarto di secolo di erranza, Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada ritornano per continuare la narrazione di quel popolo sospeso fra cielo e terra in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino ineffabile presente e assente, vivo e forse inesistente, padre e madre, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace.

 

 

 

 


 

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