Molecole di liquame

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Sono stato a lungo indeciso, circa la redazione e pubblicazione di questo articolo, per tre motivi che elencherò succintamente:

  1. Il reperire, fra le mie conoscenze lessicali della lingua italiana, gli aggettivi appropriati per esprimere, almeno in piccola parte, l’orrore che desta il fatto: ignobile, infame, laido, spregevole, ripugnante, nauseabondo, orrendo, atroce, orribile, osceno, etc. etc.: tutti mi sono parsi e mi paiono affatto insufficienti. La decisione conseguente è stata di non aggettivare.
  2. Allo stesso modo non mi è stato di aiuto il bestiario. Ho cercato nel lessico delle bestie più ripugnanti: pantegane e topi (parzialmente assimilabili, per l’ambiente in cui proliferano e per affinità ideologica, alle molecole di liquame pullulanti nella spianata), sciacalli, scarafaggi, migali, mignatte, cimici, lombrichi, scolopendre, etc. etc..senza trovare nulla di soddisfacente. Forse gli insetti che, in qualche modo, mi parevano potersi adattare all’uopo erano le locuste; non tanto per il livello cerebrale e per l’aspetto, comunque repellente, ma in quanto la loro genìa evoca lo sterminio. Del resto qualcuno fra i lettori più assidui di Bice, ricorderà un articolo intitolato per l’appunto “Locuste” [1] . Tuttavia, anche in questo caso, ogni apparentamento, atto a qualificare gli autori del fatto, mi è parso inadeguato. La decisione conseguente è stata questa: poiché nessun affratellamento bestiale può esprimere siffatta ignominia, ne farò a meno. Buon per le bestie che, per quanto disgustose, sarebbero ingiustamente accomunate agli artefici del fatto.
  3. Infine, ho voluto essere ben certo che la notizia non fosse ripresa dai mezzi di informazione; per codesta ragione ho lasciato che trascorresse un congruo numero di settimane. Non mi risulta, e vorrei essere smentito, che la cosiddetta libera e indipendente informazione, quella, per intenderci, dei giornaloni, delle varie reti tv, degli gli altri mezzi di informazione, insomma dei cosiddetti “mass media”, abbia dato la dovuta risonanza all’evento.

Risolti i primi due problemi e accertato il silenzio inqualificabile dei mezzi di informazione “liberi e indipendenti”, veniamo al fatto.

È l’inizio di novembre 2007 e siamo ad Ahwaz in Kuzhestan, Iran settentrionale. La popolazione sciita, ma araba, aspira alla libertà e all’indipendenza dai persiani (ora iraniani). Alcuni studenti osano persino distribuire volantini ove avversano i mullah di Qom. Arrestati con l’accusa di blasfemia e terrorismo, sono condannati alla pena capitale. La spianata, probabilmente in periferia, brulica. I preparativi sono ordinati così come ben vestiti sono gli artefici. Un’autogrù è posta in funzione. I tre studenti, il cappio intorno al collo, vengono lentamente issati da terra, fino a circa dieci metri di altezza, mentre si ode il consueto bercio.

Ho dimenticato di dirvi che uno dei tre è una ragazza, visibilmente incinta. I due ragazzi muoiono quasi subito. Lei no: si muove per quasi tre minuti.

Questo il fatto, che, con molta, molta sofferenza, non ho aggettivato.

 

Il 19 dicembre ho ascoltato le dichiarazioni di giubilo per l’espugnazione del Palazzo di Vetro, mi sono sorbito l’esultanza e i profluvi di banalità dei vari soggetti politici, sia dei digiunatori scheletrici, sia delle buone forchette, per celebrare, magno cum gaudio, l’ottenimento della moratoria sulla pena di morte.

Ho letto i titoli reboanti dei giornaletti e dei giornaloni ed ho ascoltato i servizi, tanto scontati quanto deferenti, degli inviati speciali al Palazzo di Vetro. Quasi tutti si sono peritati di intervistare il nostro ineffabile ministro degli esteri, notoriamente amico dei taleban, brava gente altrettanto notoriamente rispettosa della vita altrui e dei diritti umani.

Né in quel giorno, e neppure nei giorni successivi ho trovato traccia verbale o scritta del fatto accaduto ad Ahwaz.

Eppure l’esecuzione era avvenuta solo quarantotto giorni prima: forse non è stato ritenuto un fatto rimarchevole.

Forse l’impiccagione di due ragazzi e di una giovane sposa incinta, condannati a morte per avere distribuito volantini avversi al regime, non è parso di sufficiente rilievo per essere in qualche modo divulgato e commentato, né di per sé stesso, né in relazione alla giubilata moratoria contro la pena di morte.

Quanto ai digiunatori scheletrici ed agli accoliti della famosa consorteria con l’etichetta d’ispirazione biblica[2], è lecito desumere che costoro si interessino solo ad eventi inerenti a soggetti rigorosamente assassini che siano stati condannati da tribunali esclusivamente statunitensi: di ragazzi che diffondono volantini, e, per questo, condannati a morte in Iran, costoro e le anime belle non sanno che farsene.

Alla fine dell’articolo (unico per quanto ne sappia) che ha trattato l’argomento [3] , Renato Farina, rivolgendosi con inconcepibile ingenuità al nostro ministro degli esteri, auspica che siano chieste informazioni all’ambasciata iraniana.

 

Ritengo sia improbabile che per questo episodio qualche sito Internet, esibendo una foto dei tre ragazzi scattata prima dell’impiccagione e gabellandola per successiva, spacci il tutto per una “bufala”, narrandoci che i ragazzi sono vivi e vegeti e che si è trattato solo di uno spettacolino da sagra paesana, fatto solo per divertire un po’ le molecole di liquame[4].

Sì perché, altra cosa che non vi ho ancora detto, il fatto che vi ho raccontato è documentato in rete[5].

Però pensateci bene prima di accedere e accertatevi che non vi siano bimbi o ragazzi in giro. Poi, se non siete completamente mitridatizzati, anestetizzati da tutto ciò che ci viene quotidianamente propinato, preparatevi a qualche notte insonne.



[1] pubblicato il 18 aprile del 2006 sul n° 27 di Bice.

[2] Nessuno tocchi Caino.

[3] Libero, 9 dicembre 2007, “Che commozione quella Madonna impiccata”, dalla prima pagina.

[4] A proposito dell’articolo “Locuste” e della “esemplare punizione” impartita al bimbo e documentata da sei foto, considero che nulla prova che la settima foto sia stata scattata dopo e non prima della punizione, guarda caso riprendendo il braccio destro e non il sinistro. Braccio sinistro che qualche minima escoriazione o, almeno, le impronte dello pneumatico avrebbe pur dovuto averle: perché non mostrarle? Sono pertanto libero di ritenere, fino a prova contraria documentata ineccepibilmente e testimoniata direttamente dalla vittima, che la versione gioconda dei fatti altro non sia se non un goffo quanto ingenuo
tentativo di far apparire falso ciò che falso non è, ad uso e consumo di coloro che credono facilmente ai bizantinismi e vogliono a tutti i costi, anche di fronte all’evidenza solare, negare la verità.

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