Mi piace lavorare: L’intrepido

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Immerso in un clima di malcontento collettivo, lo spettatore di oggi sembra non aver più voglia di sorrisi che sappiano di consolatorio o di favolistico

 

L’intrepido non è solo il titolo di un film: fuor di metafora, è anche e soprattutto il giudizio di quella frangia di critici cinematografici, pure autorevoli, che non ha esitato a etichettare l’ultima fatica di Gianni Amelio come un’occasione mancata, se non come un clamoroso passo falso. Premesso che l’autore di Così ridevano (pellicola con cui conquistò il 55° Leone d’Oro) aveva abituato a ben altro tocco, che secondo alcuni era parso impallidire nei successivi La stella che non c’è e Il primo uomo, questa sua ultima fatica non risulta a onor del vero quell’operazione sbagliata di cui si è disquisito a Venezia, dove il film era in concorso. Se di battuta d’arresto si tratta, essa si spiega con un’azzardata, più ancora che errata, scelta di tono nella gestione di un tema che meritava forse un altro tiro.

Se tale spicciativo giudizio – vuoi per disattenzione, vuoi per pigrizia – non ha permesso di ricondurre l’opera a una più equa chiave di lettura, e ci si è perlopiù abbandonati a comode detrazioni, vero è che L’intrepido, da gennaio disponibile in dvd, è lontano dalla concisione con cui Francesca Comencini puntava lo sguardo sul mondo del lavoro e la sua condizione. Quest’ultima, resa ancor più difficoltosa dall’irruzione del mobbing, mostruoso fenomeno – di lì in poi sempre più presente nella realtà attuale, non solo italiana – che fungeva da sottotitolo in una delle pellicole meno valutate dell’autrice: quel Mi piace lavorare girato con piglio quasi documentaristico una decina d’anni fa, e passato rapidamente sul grande schermo nella generale disattenzione, come del resto gran parte dell’ultima produzione di Amelio (l’incomprensione riservata dal pubblico a Il primo uomo era dovuta anche a una distribuzione frettolosa e mal gestita).

Immerso in un clima di malcontento collettivo, lo spettatore di oggi sembra non aver più voglia di sorrisi che sappiano di consolatorio o di favolistico, di storie in cui ci si aspetta l’happy end da un momento all’altro, e certo non per questo genere di tematica. L’attuale stato delle cose, in Italia e non solo, ha lasciato il posto a una realtà in perenne scontro con una crisi di bilancio che obbliga i negozi a chiudere e le aziende a non assumere, e a ridurre il personale ovunque possibile, relegando i giovani – speranzosi di fare ciò per cui si è studiato – in posti, se pur li trovano, che non esattamente collimano coi loro sogni nel cassetto. Quella fascia di popolazione che fa la fame (e la sete). Quella fetta di giovani sfiduciati, etichettati con l’ingrato appellativo di “bamboccioni,” nella quale rientra Ivo (Gabriele Rendina), il figlio del protagonista (Antonio Albanese), che al proprio ansioso talento nella musica deve aggiungere la frustrazione di non sapere dove questo lo porterà. Senza contare – cosa più mortificante – la superficialità e il disinteresse di chi, nella musica, vi sguazza a tempo perso e senza serietà.

Dunque, se L’intrepido è stato interpretato come un mezzo passo falso, soprattutto perché da Amelio non si attenderebbe la favoletta all’acqua di rose (irta di dialoghi che, in qualche caso, suonano un po’ artificiosi e apparentano il film ai “lucchetti” di Muccino, Brizzi e soci), è peraltro una pellicola da non accantonare con spocchiosa facilità. Uno spunto, niente di più: imputabile semmai d’essere un lavoro eccessivamente, superfluamente “buonista” (questo il suo principale limite: il primo, forse, in tutta la filmografia ameliana), ma che vuol aiutare a riflettere. Si tratta di una riflessione molto meno ardita di quel che potrebbe suggerire, eppure affatto ruffiana o superficiale. Si tratta di una scommessa, semplice e schietta, posta con strumenti elementari. Si tratta di un’opera a suo modo matura, sebbene non riuscita appieno. Perché anche con un tema quale il precariato, l’autore de I ragazzi di via Panisperna resta fedele al proprio stile: uno stile maturo, appunto. È ai choosy, e non soltanto a loro, che guarda il cineasta calabrese in quanto il sogno di questi, infranto all’origine prima d’una concreta attuazione, si misura (deve misurarsi) con la lezione della generazione antecedente.

Sovente, il cinema di Amelio ha svelato come i bambini siano gli autentici insegnanti dai quali imparare. Ed è già ieri. Ne L’intrepido fa capolino un piccolo, insolito ribaltamento d’assioma: in tempi buissimi, scanditi da innumerevoli giorni e nuvole, anche i padri possono ripartire dal nulla e, occasionalmente rimpiazzandoli, offrire ai figli il proprio contributo, donare il proprio manuale d’amore quasi all’insegna del “tutto tutto niente niente.” Vedi caso, durante l’esecuzione di Nature Boy, un vecchio hit di Nat “King” Cole utilizzato allo scopo. Di fronte a una folla di persone, Antonio non rimpiazza il figlio: lo sostituisce. Il tanto che basta perché Ivo, “aringa sotto treno” quanto il genitore, carpisca il senso del suo gesto e – rinfrancato d’un ritrovato e pur sempre effimero ottimismo – completi il giro di sax che il brano presenta.

Fatto salvo un certo didascalismo, più vistoso qui che non nei precedenti lavori del regista, ce n’è abbastanza per comprendere che anche in un’opera quale L’intrepido – catalogata sbrigativamente un po’ per delusione e un po’ per voluta incomprensione – il tocco dell’autore di Porte aperte è presente. Il film annovera una discreta scelta di topoi e autocitazioni, di rimandi e di luoghi canonici della filmografia di Amelio, come tracce disseminate qua e là, elementi di un gioco metalinguistico (anche perciò a qualcuno il film è parso ripetitivo o, peggio, autoreferenziale). È sufficiente che il protagonista si chiami con lo stesso nome del carabiniere de Il ladro di bambini. E nella scelta di sostituire il figlio al sax, seppure per pochi istanti, lo spettatore dovrebbe retrocedere a Così ridevano, tornando con la memoria al gesto catartico di Pietro (Francesco Giuffrida), che s’addossava una pesante colpa d’omicidio per liberarne il responsabile, l’amato fratello Giovanni (Enrico Lo Verso). Ancora, nel rapporto di stima e reciproco amore tra padre e figlio, che in una scena inquadra Antonio mentre aspetta Ivo all’uscita dal conservatorio, la mente torna a Colpire al cuore: come il figlio, anche Antonio è musicalmente colto, riconoscendo le note di un oboe in sottofondo, nella misura in cui Dario (Jean-Louis Trintignant) ed Emilio (Fausto Rossi), fuori dalle mura universitarie in cui il primo insegnava, si confrontavano culturalmente, trovando anche il tempo per scherzare. Il cerchio si chiude: nel corso di una sostituzione, ritrovandosi a fare persino l’allestitore di scaffali in una biblioteca, Antonio asserisce che si tratta dell’incarico più soddisfacente tra quelli che usualmente gli capitano.

Da sempre, in ogni ritratto maschile Amelio coglie una figura paterna, la cui filosofia suona come il suo benaugurante monito di narratore e burattinaio dietro le quinte, in quanto personale politique des auteur: in fatto di atteggiamenti paterni, genitoriale era infatti anche il giudice Gian Maria Volontè di Porte aperte, che in un regime di apologia della repressione si prodigava disperato affinché l’uxoricida Ennio Fantastichini fosse sottratto alla pena capitale. Indomito uomo d’acqua dolce, buono come il pane di cui reca il cognome, Antonio è un padre che costantemente, nei limiti del proprio possibile, cerca di aiutare chi, come lui, si trova su analoga barca. E inaspettatamente, a mo’ di effetto-sorpresa, soccorre Ivo. E prima di lui, anima divisa in due, aiuta anche una ragazza, la
complessata Lucia (Livia Rossi), della quale s’intenerisce.

Antonio le fa da babbo fin da quando, nel corso di un esame di ammissione, s’accorge che la giovane non ha ancora compilato il foglio; consegnato lo scritto, disinteressatamente, l’uomo le passa i propri bigliettini senza farsi sorprendere. Confessando di tifare per i tifosi, ritrovandola collega in qualità di netturbini in un gigantesco stadio vuoto, trasmette a Lucia quella patina di spensieratezza, fosse pure frivola e fatua, a cui la giovane è visibilmente impreparata. Lei che, si capisce, non ha una famiglia che s’interessi al suo bene, e a causa di ciò è irascibile, ansiosa, schiava della sigaretta. E fragile al punto di spingersi, in un acceso momento del film, a un gesto estremo quanto inatteso. Lucia va veloce, come (e più di) Vesna. Come l’Antonio della pellicola di Carlo Mazzacurati all’altro Antonio non riesce l’impresa di salvare una persona problematica, la quale non può tuttavia non rimanere colpita dal carattere aperto e solare, schietto e pulito dell’uomo. Il padre allegorico fallisce pur non avendo colpe, laddove quello naturale riesce salvando il figlio.

Se si esclude qualche piccola incongruenza nella sceneggiatura e nel tratteggio psicologico dei personaggi, L’intrepido è lavoro realmente ameliano. Quel poco di sole nell’acqua gelida del sociale è conferito, qui, da un tocco leggiadro e semplice, puro come la candida nuvola di passaggio disegnata dalla figura principale. E Albanese, con quella fisionomia perennemente sorridente che non rinuncia all’allegria neppure nelle peggiori difficoltà, si rivela interprete indovinato, i cui ammiccamenti, i gesti, le movenze da figurina del cinema muto ben si adattano a un potenziale nuovo Candide voltairiano. L’intrepido è Amelio d’origine controllata nella misura in cui l’autore di Colpire al cuore pare, finalmente, volersi prendere una filmica rivincita. Nella scena in cui è utilizzato come commesso di scarpe, Antonio si trova a servire come cliente quel Fausto Rossi che, nell’epilogo del citato film, tradiva per gelosia il padre sospettandolo di essere un terrorista, senza che la cosa fosse comprovata. Trent’anni dopo, seppur involontariamente, è il “padre” Antonio a restituire la pariglia al traditore con una soluzione congeniale al proprio temperamento mite: con una gag, appunto, da cinema muto, abbandonandolo nel negozio (in realtà, un mega-emporio di scatole vuote). Ce lo chiude dentro, anzi, prima che un’iride sigli la sua sagoma di ometto mentre, in tutta fretta, s’allontana in profondità di campo.

Da Colpire al cuore, ancora, Amelio torna verso quellamerica lasciata quasi una ventina d’anni prima, ché Antonio (l’)Albanese si prova persino in abiti da operaio edile, al fianco di albanesi veri. Del resto, a riportare là lo spettatore, contribuisce l’oscura figura di un imprenditore al quale è legata l’ex moglie del protagonista (Sandra Ceccarelli), che impietosita dalle condizioni in cui versa – lo riconosce venditore di rose in un ristorante – convince il nuovo compagno a trovargli l’impiego da commesso. E l’industria fantasma, fondata sulla truffa, rinvia al calzaturificio di cui i faccendieri Enrico Lo Verso e Michele Placido dicevano di voler aprire una filiale a Tirana. Rispetto al passato la situazione è cambiata, ma in peggio e, a volerci riflettere, in fatto di ristrettezze economiche (altrimenti Antonio non accetterebbe di far il rimpiazzo anche all’estero), l’Italia ha fatto la medesima fine dell’Albania, pagando il rancido scotto che la prima, durante il conflitto mondiale, aveva dato alla seconda. In più, come si legge sui titoli di coda, di nuovo Amelio si è avvalso della collaborazione di maestranze albanesi, coi quali – affermava lui stesso in un’intervista – ha sempre mantenuto ottimi rapporti (fa capolino pure il nome del regista Piro Milkani, che ne Lamerica era il funzionario che faceva da guida ai due loschi industriali).

Si è accennato alla similarità dell’interprete con un ruolo, o meglio dei ruoli che un po’ ne sono l’alter ego, ai quali prestare per dichiarata scelta di campo il proprio nome anagrafico. Soprattutto, si è accostato il personaggio di Antonio a Chaplin, indovinato nelle finezze. Ma a parte Charlot, il riferimento cinematografico vero e proprio è a Billy Wilder. Che si trovi in compagnia di Ivo in un’enorme sala prove, o di Lucia in uno stadio coperto di rifiuti da smaltire, seduto sulla panca di un giardino pubblico o in un gigantesco negozio di scatole vuote, quasi sempre Antonio è fotografato in spazi vistosamente larghi, esageratamente aperti, semivuoti, che la sua stessa presenza non è in grado di colmare, nemmeno se in compagnia, e questi viceversa non sono che il riverbero della propria condizione d’individuo solo al mondo, come la sua allegria.

Proprio questa solarità, a sua volta, fa da rimpiazzo alla solitudine dell’uomo e fa di lui un mensch, come insegnava Wilder in tante occasioni: un individuo, per quanto snobbato od oggetto di critiche altrui, sempre a posto con la coscienza ed esempio da seguire, anche in una realtà in progressivo degrado. E la recitazione di Albanese ostenta infatti più affinità con quella dolceamara di un Jack Lemmon che con quella prettamente comica, e stralunata, di un Harry Langdon o di un Tati. Perfino quando s’allontana lungo l’ennesima strada buia e desolata, ch’egli non riesce a colmare con la propria figurina. Minuscolo punto qual è, incapace di colmare anche il vuoto di quest’altro spazio che rischia di fagocitarlo. E da mensch consapevole di esserlo, trionfa con la medesima aura di bontà che lo accompagna dall’inizio all’ultimo fotogramma: rubicondo, Antonio si volta quasi in direzione della m.d.p., sapendo di aver fatto la cosa giusta. Tu sorridi, Antonio. E hai il diritto di farlo

       La quasi totalità del cast è costituita, prevalentemente, da veri sindacalisti e impiegati.

        A pensarci, L’intrepido funge come una sorta di dittico: in Vesna, il personaggio di Albanese non solo portava il proprio nome di battesimo come il faticatore del film di Amelio, ma ricopriva la professione di muratore. E non a caso, L’intrepido introduce il protagonista e il suo ruolo di tappabuchi proprio con un incarico di operatore in un cantiere edile.

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