Matteo, vieni fuori!

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Va riconosciuto a Matteo Richetti  un doppio merito: il comportamento corretto dimostrato in occasione dell'indagine sulle spese in regione, con la rinuncia alla candidatura a presidente e la scelta di una attività sottotraccia fino alla piena assoluzione  e  la capacità di creare consenso attorno a sé, 

 


Non posso parafrasare la frase evangelica “Lazzaro, alzati e cammina” perché non fu mai detta; più correttamente titolo quindi “Matteo, vieni fuori!”, avendo il nostro primo ministro risuscitato lo spezzanese Matteo Richetti, amico della prima ora leopoldiana, poi rimasto, secondo la vulgata giornalistica,  in qualche giglio periferico, non certo in quello ‘magico’ dei suoi più stretti collaboratori.

. Che dopo gli entusiasmi mattinieri, i rapporti fra Mattei fossero diradati e increspati resta fuori di dubbio, ma  tenterei di mettere qualche accento diverso sul loro riavvicinamento, nonostante abbia pesato in modo preponderante la necessità di recuperare tutti i pezzi del Pd non ancora schierati contro, per cui Richetti fa il paio con Cuperlo. Per entrambi si è fatto festa come per il ritorno dei figlioli prodighi, fra il mugugnare dei fedelissimi, il consenso dei quali è scontato, quindi poco prezioso.

Io credo vada riconosciuto a Matteo Richetti  un doppio merito: il comportamento corretto dimostrato in occasione del suo strabucco giudiziario sulle spese in regione, con la rinuncia alla candidatura a presidente e la scelta di una attività sottotraccia fino alla piena assoluzione; la capacità di creare consenso attorno a sé, grazie alla presentazione del suo libro ‘Harambee!’, che è un invito a scendere e a spingere tutti la corriera per consentirle di ripartire.

Nei giorni della grande delusione, dell’affaticamento renziano, degli insuccessi alle amministrative, dell’inconsistenza divenuta palese delle truppe sempresì incapaci di dare contenuti alla stagione del Renzi premier, rottamatore sull’orlo di una crisi di rottamazione avendo messo se stesso in palio con il referendum, Matteo Richetti ha attraversato il Belpaese con il suo libercolo (per dimensioni, non per contenuto, ovviamente)  con l’obiettivo di recuperare lo spirito iniziale, riproporre quella rivoluzione che risulta accantonata, fare rivivere l’anima della Leopolda, trovando nelle sue tappe numerosi sostenitori fino a diventare il rappresentante degli scontenti, però ancora convinti che sia possibile cambiare l’Italia e la politica; soprattutto che sia possibile, o obbligatorio, farlo con Renzi. Perciò, più che l’alito di risurrezione del premier, io sottolineerei la capacità politica dell’onorevole spezzanese di mettersi alla testa di un piccolo esercito e in pratica di costringere al suo recupero. Sottolineerei  la capacità di Richetti di marcare un territorio, a costo di trovarsi lontano dall’altro Matteo: «Io sono sempre nello stesso posto, a tentare di cambiare le cose che non mi sembrano giuste. Quando questo non avviene mi raffreddo, quando avviene do una mano»

Il 4 dicembre ci dirà se è un recupero strumentale per avere un pugno di sì, o se rappresenta una svolta verso un modo diverso di essere partito, un diverso rapporto con le periferie e con la base, un’accelerazione del processo di rottamazione, costi quel che costi, la ripresa di alcune battaglie come l’abolizione dei vitalizi. Ce lo dirà il ruolo a cui è chiamato Richetti al quale ricordo che lo abbiamo eletto deputato e che il giudizio su di lui, il mio almeno, alla fine non sarà su quanto abbia influito nel Pd, ma su come abbia svolto il suo mandato da onorevole.

 

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