Marino e altra gente inutile

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Articolo di Maria nel quale, per sua stessa ammissione, apre a qualche pensiero non del tutto “politically correct”, non del tutto ipocrita e forse nemmeno caritatevole. Una escursione certamente non agevole e scontata, che merita una attenta lettura.

  Non si scrive mai nulla di nuovo nelle vicende umane, composte, in variabile mescolanza, di genio e stupidità, eroismo e viltà, verità e menzogna, odio profondo e sconfinato amore, crudeltà senza remissione e luminosa bontà…Tutto è già accaduto, tutto è già stato scritto, tutto è già stato detto da qualcun altro, prima di noi. Figuriamoci quanto poco di nuovo si può scrivere, quando si tratta di argomenti attuali, in cui la cronaca, grazie alla tecnologia, ci aggiorna in tempo reale. Non ho pertanto la presunzione di aggiungere qualcosa, o di dire alcunché di nuovo sui fatti di Rosarno, dove all’amarezza e all’indignazione di fronte alla  violenza si unisce anche l’acuta sensazione di sconfitta. Sconfitta come esseri umani, incapaci di dare accoglienza ai nostri simili; come cittadini, impotenti di fronte al dilagare dell’illegalità; come elettori, perchè vediamo disattese le nostre richieste e le nostre speranze. Ma insieme a tutte queste belle cose, uno spiraglio per qualche  pensiero non del tutto “politically correct” o meglio non  ipocrita del tutto, voglio lasciarlo. Forse sbaglio, ma non accetto che un africano, e nessuno in generale,  possa urlare dallo schermo televisivo “” Italiani, razzisti e violenti! “” quando ha ancora in mano la mazza con la quale ha appena distrutto le auto di innocenti cittadini, colpevoli solo di averle lasciate parcheggiate in strada, esposte alla pubblica fede. Così come non accetto che un clandestino, come pure un “regolare”, comunque venuto di sua volontà in Italia, pretenda con la violenza ciò che talvolta neppure gli italiani hanno. L’antico retaggio, comune a ciascuno di noi,  che mi fa considerare l’ospite prezioso e intoccabile, appare difficile da mantenere, quando l’ospite per entrare in casa mia non bussa alla porta, ma la sfonda, o entra dalla finestra; quando è un incivile e un ingrato, che mi insulta, non solo non mi ringrazia, ma disprezza il cibo e l’alloggio e tutto ciò che posso permettermi di offrirgli. Soprattutto, trovo sia  un paradosso incredibile che questo stesso ospite esiga la tutela e la protezione dello Stato del quale però disprezza gli abitanti, le regole e le leggi, vivendo nell’illegalità. La miseria abbrutisce gli esseri umani, certo, anche questa è un’ovvietà; eppure non riesco a scacciare un altro pensiero, anche questo non politically correct, forse nemmeno caritatevole. Ma mi indigna quella sorta di voluttà nell’abiezione, di queste persone, quando vedo quelle abitazioni di fortuna, quelle case fatiscenti, usate come alloggio, e mostrate, esibite, sbattute in faccia, con l’aria di dire: – Guardate dove la civile Italia ci costringe a vivere, guardate dove dormiamo, guardate dove consumiamo i nostri pasti-…Lascio per un momento il fatto che, se tutti, per ottenere un lavoro e un alloggio, ricorressero alla violenza allora il Paese sprofonderebbe nella guerra civile. Voglio parlare qui della sporcizia, del disordine inutile, delle bottiglie vuote, dei giacigli mai rifatti, della sozzura sempre presente nei locali adibiti a bagni, degli avanzi di cibo onnipresenti nei recipienti, nelle stoviglie sporche disseminate ovunque. Certo non cambierebbe nulla, la povertà, il freddo, il bisogno e la fame sarebbero purtroppo sempre presenti… ma quella dignità di uomini, cui si appellano, non consente loro, ad esempio, di rendere meno lurido il già miserevole posto in cui vivono? Che cosa impedisce loro di dare una parvenza di forma ai loro letti di fortuna, di raccattare l’immondizia da terra, di gettare le bottiglie, vuote, di ripulire gli avanzi di cibo sparsi?  Pensando a tutto questo, non posso non pensare a Marino S. di 63 anni, clochard veneziano. Definendolo così, anziché barbone, certo non miglioriamo la sua condizione ma ingentiliamo ipocritamente il nostro eloquio e un po’ anche tacitiamo le nostre coscienze, così sensibili ai termini crudi, da rifiutarli, privilegiando l’eufemismo di sinonimi. Allora, questo clochard, che vive in un piccolo spazio in corte Badoera, a pochi passi da campo dei Frari a Venezia, è balzato agli onori della cronaca perché un quartetto di ragazzini ha pensato bene di gettargli addosso del liquido infiammabile e dargli fuoco. Come a una persona inutile, anzi, come a una  cosa inutile. Non voglio parlare ora della prodezza in questione, questo porterebbe lontano e fuori argomento. Voglio sottolineare quanto sia diverso il comportamento di Marino, pur nella stessa estrema indigenza,  rispetto a ciò che ci hanno mostrato a Rosarno. Mite, tiene in ordine le sue povere cose,così come tiene in ordine e pulisce anche la piccola piazza, non chiede che un angolino in cui dormire, al freddo, protetto da qualche cartone [1] . Nessuna invettiva, nessun compiaciuto dolore nel mostrare la miseria di un ricovero assolutamente inadeguato al freddo e all’umidità della Venezia invernale. Anche quest’uomo, precocemente invecchiato, dovrebbe farci sentire meschini e ingenerosi, e ben a ragione. Eppure ha mostrato maggiore dignità di tutti i  giovani nerboruti e bercianti di Rosarno, dove i colpevoli  dell’aggressione dovevano essere denunciati, individuati e  puniti; ma, invece, gli extracomunitari hanno avuto reazioni di tale violenza, scompostezza e pericolosità da renderli invisi. Quello che mi pare chiaro è che questi immigrati, anche e soprattutto quelli in Italia irregolarmente, esigono di essere comunque tutelati da quella collettività e da quella Legge che mostrano di disprezzare. Sempre prendendomi una vacanza dal politically correct, mi chiedo anche con quale diritto può giudicare la generosità degli italiani chi ha scelto di venire in Italia illegalmente, pagando cifre improponibili e assolutamente fuori da ogni logica, a  dei  malviventi. Ora, con un provvedimento tardivo, verranno espulsi (ammesso che abbiano un documento) i clandestini, e in ogni caso la cittadina verrà “liberata” dalla loro sgradita presenza. Rimane un problema. Il lavoro di questi  braccianti dovrà essere ora svolto da qualcun altro. Magari da quei cittadini di Rosarno, sani e in età lavorativa, che hanno un sussidio di disoccupazione.

 


[1] Dedico questo scritto alla memoria di  un famoso “clochard” veronese, soprannominato “il Crea”.

Schivo, mite, sempre  assorto in pensieri di lontana felicità familiare (si diceva che l’abbandono della moglie lo avesse prostrato e condotto a quella scelta di vita) era conosciutissimo e benvoluto, non mendicava, rispondeva in perfetto italiano a chi lo salutava, ringraziava  per una sigaretta offertaPer “il Crea”,  qualche anno fa, il Destino si è presentato sotto forma di due ubriachi, due ragazzi, che l’hanno ucciso, fracassandogli il cranio.

Olimpio Vianello, questo il suo nome, abitualmente dormiva nel cortile dell’ex tribunale. Due giovani, dopo aver trascorso la serata a bere in un bar, si imbatterono nel povero Crea che stava dormendo. Uno dei due si avvicinò all’anziano, 73 anni, colpendolo alla nuca, durante il sonno, con un corpo contundente. Quando i soccorritori giunsero sul posto trovarono l’anziano agonizzante. Poco dopo “il Crea” morì. Questo caso è stato risolto molti anni dopo, nel 2002, con la condanna del giovane omicida.

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