Marcella Menozzi: «Bianco come…la vita»

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L’autrice, alla prima pubblicazione, racconta la genesi del suo romanzo, tra amici e curvaIn Bianco spicca l’amore per Modena città, un posto ancora a misura d’uomo. Il romanzo, autobiografico, è stato scritto in appena 25 giorni

Con ‘Bianco’ è alla sua prima esperienza letteraria. Marcella Minozzi, 31 anni, è laureata in psicologia del lavoro e lavora attualmente all’Ecap. Il romanzo è stato scritto in appena 25 giorni, ma non perché l’ispirazione l’ha travolta bensì perché l’autrice narra di vicende autobiografiche, legate al suo mondo, alla sua famiglia e ai suoi amici

 

 Perché Bianco?

 

«Il titolo racchiude tutti i significati del libro. Il bianco è emblematico, è solare. Mi dà l’impressione del cambiamento, del distacco da ogni costrizione, è forse anche il segno di una maturità che pian piano si avvicina. Bianco significa star bene, anche di fronte ai fatti reali».

 

Venticinque giorni per scrivere un libro non sono tanti.

 

 «Il mio non è un romanzo di fantasia, che va meditato. Il mio è un romanzo autobiografico e venticinque giorni sono stati sufficienti. Quello che dovevo scrivere lo avevo già dentro di me, si è trattato soltanto di trasformare le mie idee in parole. L’ ho scritto nel luglio del 2004, ero in ferie, lavorato due-tre ore al giorno».

 

Lavorare, allora quello di scrittrice potrebbe diventare un lavoro?

 

«Non penso. Ho nel cassetto un secondo romanzo, chi lo ha letto dice che è meglio di bianco, non

ho fatto fatica a scriverlo, anche se avevo l’ansia di prestazione. La scrittura è un hobby, è voglia di passare qualche notte in bianco, ma non la considero come il mio futuro. Sinceramente mi sentirei a disagio a pensare di intraprendere una carriera del genere anche perché il mio lavoro mi piace tanto».

 

In Bianco parli di Modena, d’accordo è autobiografico ma fa effetto vedere citazioni così dettagliate.

 

La vicenda che racconto si sviluppo tra il 1999 e il 2004, i personaggi sono i miei amici ed io, anche se uso la terza persona per provare ad osservare la situazione attraverso occhi esterni. Nel libro ripercorro le nostre storie, quindi è scontato fare citazioni come possono essere il Vibra, oppure il Vox o il Red Lion pub. La mia è una storia vera. Se vogliamo leggerla con una metafora possiamo dire che la nostra è la ricerca di uscite che però alla fine ci riportano sempre a casa».

 L’amore per Modena è palese.

 «Questa è ancora una città vivibile. Io sono di Baggiovara ma devo dire che non ho sentito il passaggio dalla frazione alla città. Modena ti permette di vivere, non è ossessiva. E’ la giusta dimensione, anche se devo ammettere che mi piacerebbe allontanarmi un po’, ma solo per andare in ferie».

  Parli anche della vita di curva

.

«Mi sono ispirata a ‘Febbre a 90°’. La curva è un posto in cui ti puoi estraniare, dove puoi essere triste senza dover dare spiegazioni. Lì dentro siamo tutti uguali, non ci sono distinzioni. Io ho vissuto sei anni fantastici in mezzo a quei ragazzi, le trasferte infinite, la voglia di stare insieme e di condividere gioie ed amarezze sono momenti bellissimi che solo una curva, come quella del Modena, possa dare. Io mi sono appassionata di calcio tardi, prima la serie A poi, solo in un secondo momento, il Modena. Devo essere sincera, mi sono innamorata dei giocatori che ci hanno portati in A, sono addirittura arrivata a sognarli la notte».

 

 Quali saranno i prossimi impegni letterari?

 

 «Mercoledì sera al caffè teatro di Fiorano farò un’altra serata per promuovere il mio libro. Ma sarà qualcosa di diverso dal solito, ci saranno amici che suoneranno, amici che esporranno i loro quadri, sarà quasi come starmene tranquillamente con la mia compagnia. Sono invitate almeno cento persone. Incrociamo le dita».

 

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