Maledetto Petrarca, Diario di un padre.

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” Giovanni Mosca, giornalista e scrittore. In questo articolo ‘Come si riesca ad ottenere che i figli non fumino. Sono le quattro di mattina e ancora non è tornato’

“Pagine memorabili del giornalismo italiano”

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

Giovanni Mosca [1] , giornalista e scrittore, collaborò a diverse testate, diresse il Corriere dei Piccoli e fu tra i fondatori dei giornali satirici più noti in Italia negli anni a cavallo della Seconda Guerra mondiale. Nel 1939, insieme a Giovannino Guareschi e Vittorio Metz, diede vita al settimanale Il Bertoldo e nel 1945, sempre con Guareschi, al Candido.

“La stella di Mosca – ha scritto Montanelli – impallidì quando si accese quella di Guareschi sul Candido, al cui successo contribuì per la sua parte. Ma eravamo nel momento politico caldo dell’aprile del ‘48, cioè della scelta fra Democrazia e Comunismo: un momento molto più adatto al sanguigno, massiccio, aggressivo Guareschi che non al morbido, moderato, ma molto meno efficace Mosca. Non fu l’estetica a decidere la gara mai diventata animosità fra i due. La voce di Guareschi aveva parecchi decibel in più”.

 

A. B.

 

Maledetto Petrarca

Diario di un padre.

Come si riesca ad ottenere che i figli non fumino

Sono le quattro di mattina e ancora non è tornato

II discorso sulle farfalle

Famiglie con bandiera e famiglie senza

 

Dei nostri quattro figli il primo cominciò a fumare al Liceo, e noi per molto tempo tenemmo duro proibendogli di fumare in casa. Così facemmo col secondo, e forse avremmo potuto ottenere da lui una più lunga remissione che non dal primo se non fosse sopravvenuto un incidente che mi tolse ogni autorità.

Ero stato fin dalla prima giovinezza un fumatore accanito. Nel 1956, poi che la sera stentavo ad addormentarmi per un senso d’oppressione che pareva togliermi il respiro, mia moglie mi impose di smettere. Smisi e resistetti fino all’estate del’57, con mia moglie che ogni giorno mi portava ad esempio ai ragazzi. Poi cominciai a fumare di nascosto, e un giorno durante una gita, in visita a un monumento, essendomi allontanato di nascosto dietro un muretto, l’intera famiglia vide un pennacchio di fumo, come quello del Vesuvio che avesse ripreso la sua attività.

Nessuno mi disse nulla, ma che la ragazzata non fosse più un mistero mi fu provato dalla tranquillità con cui, il giorno dopo, a tavola, il secondo figlio accese la sigaretta e mandò cerchi di fumo al soffitto, e dal permesso che il terzo chiese d’accender la sua.

Glielo negai tenendo gli occhi bassi, e sono ancora grato a Maurizio [2] , il quale disciplinatamente rimise in tasca il pacchetto, d’aver avuto pietà di me.

Col quarto figlio mi comportai diversamente. Nessun divieto, nessun ammonimento, anzi lo incoraggiai al fumo, il quale, dissi, se praticato con moderazione, può riuscire, anziché un vizio, un vezzo simpatico conferente un che di disinvolto e di virile che può aiutar nella vita. Il giorno del suo diciottesimo compleanno gli regalai una stecca e un accendino d’argento.

È l’unico che non fumi.

Mia moglie mi dice spesso: “Non ricordi quel che facevi tu da ragazzo? Le chiavi di casa a sedici anni? Tuo padre che alle cinque della mattina ti aspettava con la scopa?”.

Verissimo, ma appunto perché costringevo mio padre a brandire una scopa che poi non mi dette mai sulla testa, e perché toglievo il sonno a mia madre che non si addormentava se non dopo che fossi tornato, appunto per questo soffro quando, l’alba già rischiarando la finestra, uno dei figli non è ancora rincasato.

Un tempo, quando non era che il primo a tornare tardi, mi agitavo tanto che una notte o, per meglio dire, una prima mattina telefonai agli ospedali e ai commissariati. Mi risposero, debbo dire, con molto garbo. Sono abituati. Ricevono ogni notte almeno un centinaio di telefonate di padri, e non di madri, le quali, pur anch’esse preoccupate, si mantengono più serene perché, in fondo, sentono che non è successo nulla. “Non è forse la loro età? Forse sarà rimasto a chiacchierar con gli amici, forse una ragazza…”. Gli occhi della mamma, a questa parola, ridono. “E tu che ti ubriacavi…”.

Scesi sul portone, quasi, così facendo, avessi potuto affrettare il suo ritorno, girai, col cuore che batteva sempre più forte, per le strade intorno a casa, corsi, stavo sul punto di gridare il nome di mio figlio quando lo vidi intento ad aprire il portone, e per buon figlio che fosse mi disse parole dure che reco ancora impresse dentro, m’impartì una lezione di democrazia familiare che mi umiliò.

Ora non telefono più agli ospedali e ai commissariati. Rimaniamo, mia moglie e io, in un dormiveglia durante i cui intervalli ricordiamo il tempo dei figli piccoli, quando la felicità era chiuder la porta alle nove di sera e dire “Siamo tutti insieme”.

“Dormi?”. “Sì, dormo”. Fingiamo di dormire e tendiamo l’orecchio trattenendo il respiro. Ecco finalmente la chiave nella serratura, ecco i passi che sembrano carezze sul cuore. Allora, per un attimo, accendiamo una lampadina, un segnale, vuoi dire: “T’abbiamo aspettato, buona notte”, e un attimo dopo, tranquilli, dormiamo.

Si può essere più democratici di così?

Ho sempre invidiato (ma la parola è giusta?) quei genitori che ai figli parlano di cose del sesso come di geografia o di grammatica entrando, beati loro, fin nei minimi e più delicati particolari.

È vero. I responsabili dell’ancor diffusa ineducazione sessuale siamo noi che come Bibbia dell’amore abbiamo ancora il Canzoniere del Petrarca, idealisti d’un sentimento che ha invece spesso bisogno del medico e dello psicanalista, e non crediate ch’io non abbia mai tentato di metter da parte Laura per affrontare problemi concreti e spiegazioni imbarazzanti, ma sempre le parole mi si sono fermate.

Qualche volta ho cercato di aiutarmi con le farfalle, quando graziosamente si inseguono per evidenti scopi. Nulla che offra meglio il destro per una lezione completa su certe realtà che i giovani prima apprendono e, pare, meglio è, e debbono apprenderle non già distorte dalle fantasie e dalle immaginazioni di coetanei inquieti bensì dal franco e, direi, tecnico discorso dell’educatore.

Ma ogni volta il discorso sulle farfalle è caduto dopo le prime parole. “Vedi”, dicevo, “quei due lepidotteri?”. E mio figlio, subito: “Perché lepidotteri?”. Gli guastavo le farfalle. “Sai cosa fanno?”. “Giocano”. Non aveva dubbi. Le farfalle non potevano che giocare. Ed io, evitando il suo sguardo, sentendomi un malfattore: “E se non giocassero?”. E lui: “Papa”, con un’espressione carica tra di sgomento e di rimprovero con la quale non so se volesse scongiurarmi di non rompere con rivelazioni che intuiva terribili l’incanto nel quale viveva felice, o mi esortasse al buon gusto di non scomodare le farfalle per spiegazioni superflue che in tempi come i nostri si fanno da uomo a uomo, gli occhi negli occhi.

Nel dubbio, tacevo. Una vita di silenzi. I padri dovrebbero parlare di più. Questo maledetto Petrarca! Fortunatamente parlano le madri, creature senza tempo e senza cittadinanza, più progredite, anche se calabresi, della più progredita fra le svedesi, ma nello stesso tempo antiche quanto la notte dei tempi. Dicono e non dicono.

È dagli amici dei nostri figli che apprendiamo se il “fatto” è avvenuto. E questi sono tempi nei quali, popolati come sono di deviazioni, il “fatto” avvenuto va festeggiato come il più lieto degli eventi.

Mia moglie e io ne abbiamo festeggiati quattro, in silenzio, guardandoci negli occhi sorridenti.

Ora i primi due figli sono sposati, hanno figli. Gli altri due vanno per la loro strada. Bisogna dire che siamo stati fortunati. Tutto bene. Tutto frutto di un mai avvenuto discorso sulle farfalle.

Ho imparato che la vera buona educazione la diamo involontariamente, con l’esempio di ciò che facciamo senza avvederci di fare. Inutili non dico le minacce, ma anche solo i rimproveri, le proibizioni “per il loro bene”. Inutili i lunghi discorsi che spesso ho sentito fare da padri esibizionisti, narcisisticamente compiaciuti della propria parte. I figli sbadigliano educatamente, con l’abilità caratteristica dei frequentatori di conferenze, i quali proprio quando sbadigliano sembrano al massimo dell’attenzione.

La vera educazione la danno i genitori ricchi delle virtù che si leggono sulle lapidi al cimitero: onesto, probo, laborioso. I ragazzi che in casa respirino un’aria pulita, difficilmente finiscono male. Non sono necessari genitori perfetti, anzi difetti e colpe, quando non siano gravi, ispirano tenerezza, alimentano l’affetto. Occorre però che si possa dire: “Questo mio padre non lo farebbe”. “Mia madre non commetterebbe mai un’azione simile”. In poche parole c’è bisogno d’una bandiera.

Quando si abbia la fortuna di possederla, le si rimane fedeli, ci si rimane stretti, ci si batte per essa come Cirano all’assedio di Arras.

 

Mosca

 

 

Corriere della sera 18 febbraio 1968

tratto da Giornalisti grandi firme l’età del mito Eugenio Marcucci ed. Rubettino pagg. 357 – 359

 

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