Maledetto il giorno che t’ho incontrato!’: “Il mio miglior nemico” di Carlo Verdone

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Due caratteri diversi prendon fuoco facilmente, giacché una circostanza avversa per entrambi li obbliga a scontrarsi, a urtarsi nell’autentico senso del termine e, reciprocamente, a sussurrarsi un sottinteso ‘Maledetto il giorno che t’ho incontrato!’. Due ruoli sociali e generazionali diametralmente agli antipodi che la circostanza in questione denuda per rivelare un’identica esistenza vuota e inappagata. Eppure, due personalità affini, accomunate soprattutto da un univoco bisogno di ricerca e solidarietà, volto a tradursi in una stretta, sincera amicizia.

Apparentemente lontano dalle sfumature psicologico-esistenziali del pur riuscito L’amore è eterno finché dura, l’ultima fatica del 55nne Carlo Verdone è la più compiuta e, se possibile, finalmente evoluta da un po’ di tempo in qua. Rimescolando tematiche a lui care e riutilizzando certuni topoi delle pellicole precedenti, così come alcuni interpreti-feticcio (il Paolo Triestino di Viaggi di nozze e Gallo cedrone), l’autorattore romano conduce una vicenda di per sé convenzionale lungo i binari d’una struttura narrativa a orologeria (soprattutto nella prima parte, la migliore), senza minimamente trascurare il dosaggio dei tempi comici, rispettandoli accuratamente e, al momento giusto, abbandonandosi al tratteggio dolceamaro, avviando la trama – cosa rara nella filmografia verdoniana – verso un sospirato, meritato happy end.

Il palazzinaro borghese e arrogante, arricchito e arrivista come e peggio del Gassman di C’eravamo tanto amati (di cui Verdone fa una citazione ad ampio raggio), dai lineamenti più berlusconiani che sordiani, ma, nei momenti d’imbarazzo, memore persino delle espressioni di Oliver Hardy. Il tipico adolescente di periferia, inquieto e complessato, somigliante alla Carlotta Natoli de Le amiche del cuore e, infatti, con madre impasticcata a carico. Due tipi che si fanno i dispetti con una cattiveria al limite della ferocia, e fanno a botte come i due carabinieri del film omonimo, o gli (ex-)amici nell’epilogo di C’era un cinese in coma.

Ne Il mio miglior nemico, in coma è il rapporto con l’acqua e sapone Ana Caterina Morariu, figlia del primo e fidanzata del secondo: un rapporto inquinato dagli inganni e tradimenti dell’adulto e dalle meschinità del giovanotto. Ecco il bisogno solidale che spinge i due all’alleanza forzata, a un riavvicinamento on the road nel corso della classica gita all’estero verdoniana (stavolta a Istanbul). Le disparità di carattere, e di conseguenza le incomprensioni, sono sempre pronti a riaffiorare e a far esplodere le rispettive meschinità piccolo-borghesi, obbligando i nostri a perdersi di vista, salvo poi, stando al giovane, ritrovare non tanto la ragazza, quanto l’ideale figura paterna che gli è sempre mancata.

Un altro viaggio alla ricerca del padre, come già in Al lupo, al lupo!, ed è significativo che Orfeo lo individui in Achille, anziché nell’effettivo genitore (lui pure arricchito e individualista), nella scena del commissariato. Come significativa è la scelta di abbinare ai protagonisti nomi da commedia-tragedia greca (non per nulla, si sente menzionare l’Edipo a Colono). Come significativa, infine, è l’inclusione della bugia – anzi, della ‘fregnaccia’ – che accosta le esistenze fatue e solitarie di entrambi e induce prima l’uno e poi l’altro a mentire nella più imbarazzante delle soluzioni, a mo’ di contrappasso, ma ricambiandosi il favore nel rispetto delle apparenze. Tuttavia, è proprio dalla falsità che il ‘vecchio’ e il ‘bambino’ (chi siano l’uno e l’altro, è tutto da vedere) arrivano a scoprire una verità, quella del vero legame (sia paterno-filiale sia amichevole), ch’è poi la forza del sentimento: la medesima che porta Orfeo a ritrovare il perduto amore come cameriera in un caffè turco, memore dell’incontro galeotto in un bar romano durante il quale l’addetto ai tavoli è Orfeo. Che Verdone abbia voluto realizzare il proprio personale manuale d’amore?

 

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