L’utopia della semplificazione

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Fino a pochi mesi fa per ogni dieci norme abolite, ne sono entrate in vigore dodici nuove, eventualmente con decreto, poi scaduto o modificato, con un costo altissimo per la nostra economia. 

 

 Voglio proprio leggere ‘L’imbroglio della semplificazione’ di Andrea Carapellucci, edito da Castelvecchi nel quale si affronta con disincanto uno dei grandi miti dell’Italia ai tempi della crisi, ‘la semplificazione’, portata avanti con incrollabile fede, dall’imbarazzante pagliacciata delle leggi inutili bruciate sotto gli occhi delle telecamere dall’on. Roberto Calderoli, fino alla riforma ‘definitiva’ ma in pratica annuale della tassa sulla casa, passando per tutta una serie di riforme e riformine che un po’ partono, un po’ non, creando soltanto ulteriori inciampi.

Le norme sull’ambiente sono cambiate 71 volte in nove anni e il codice dei contratti pubblici 56 in un decennio. Non si sa cosa sia annuncio, cosa sia in vigore, cosa sia soltanto propaganda. Come scrive La Spina su La Stampa, recensendo il libro: “La conclusione di questa radiografia dello stato dell’arte semplificatoria è drastica. Il risultato complessivo si può riassumere nello spostamento dell’onere burocratico dall’apparato dello stato ai cittadini, per una perversa interpretazione di questo slogan, cioè il conseguimento del vero obiettivo, quello di ridurre i costi dell’amministrazione pubblica gravandoli sulle tasche e sugli affanni degli Italiani”.

E’ un pasticcio gravoso e oneroso, in eterno disequilibrio fra slogan e realtà, fra annunci, decreti, modifiche, ripensamenti, ulteriori variazioni, con costi comunque altissimi e addirittura stratosferici se rapportati al risultato. Fino a pochi mesi fa per ogni dieci norme abolite, ne sono entrate in vigore dodici nuove, eventualmente con decreto, poi scaduto o modificato, con un costo altissimo per la nostra economia.

La carta d’identità elettronica, della quale si parla da molti anni, ma per ora interessa soltanto  150 comuni e sono previsti ulteriori due o tre anni per estenderla a tutta l’Italia, salvo ulteriori proroghe. Perché uno dei difetti italiani è porre delle scadenze, salvo poi diluirle quando si prende atto che non vengono rispettate, senza ovviamente alcuna penalizzazione per i ritardatari. 

Federalismi.it nel 2014, a proposito di ‘semplificazione complicante’, scriveva:

“L’eccesso di garanzie uccide il garantito, come mostrano i 120.000 processi penali che ogni anno vanno in fumo per la prescrizione.

L’eccesso di giustizia amministrativa uccide sia la giustizia che l’amministrazione. L’eccesso di riforme genera un sistema instabile e sostanzialmente irriformabile.

L’eccesso di stabilità governativa è l’anticamera della dittatura.

L’eccesso di diritti offusca la cultura dei doveri. E in generale l’eccesso di regolazione gonfia a dismisura la discrezionalità del potere giudiziario e di quello esecutivo, come se non vi fosse regolazione alcuna, perché al supermercato delle regole ciascuno potrà scegliersi la merce più saporita.

Ne deriva il suicidio del legislatore, celebrato mentre il legislatore celebra a sua volta la propria onnipotenza”.

La semplificazione richiede pazienza, studio, controlli, una fase sperimentali, verifiche costanti, visione complessiva e chiarezza d’obiettivi, ma la politica ha fretta, deve piacere e preferisce la grancassa al diapason; forse per questo la prima commissione per la semplificazione burocratica risale al 1918 e la prima legge fu varata da Bononi nel 1021; da allora è stata una complicazione continua.

 

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