Lo spread : è realmente il termometro della credibilità italiana?

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Lo spread, un indicatore significativo, ma non della stabilità

di Alberto Venturi

 

Non c’è da stupirsi che Renato Brunetta cerchi di sminuire il risultato ottenuto dal Governo Letta con lo spread sotto i 200 punti, sia perché Forza Italia è oggi all’opposizione, sia perché i Governi Berlusconi hanno avuto in fatto di spread pessime performance.

Stupisce maggiormente che Matteo Renzi ne attribuisca il merito a Mario Draghi e alla Bce, dimostrando come stia rapportandosi con il governo (si veda in proposito il ‘Fassina chi?’)  o con faciloneria o con la volontà di disfarsene prima possibile. Che non vuole dire certo stabilità e mi domando come possano i mercati internazionali ritenere la situazione italiana degna di fiducia oggi più di ieri se, come afferma il ministro Saccomanni:  “La stabilità politica è decisiva: questo devono capirlo tutti, classi dirigenti, corpi intermedi e società civile””. Ricorda come la Spagna, più in crisi dell’Italia, abbia uno spread migliore perché “può contare su un quadro politico più stabile e su un governo che lavora su un orizzonte temporale più lungo. Questo spiega il differenziale tra il nostro e il loro spread”.

Sempre Saccomanni aggiunge però: “Nessuno può ignorare le scelte precise compiute dai governi dell’Eurozona, in termini di risanamento finanziario e di contenimento dei debiti pubblici. Noi, su questo piano, abbiamo compiuto passi importanti. E oggi tutti ce lo riconoscono””.

Starà forse in questo la maggior fiducia concessaci, ma mi domando quanto potrà durare visto che i nostri problemi sono strutturali e di sistema, non solo congiunturali.

Lasciano intravedere segnali positivi gli ordinativi e le esportazioni; qualche sussulto anche per la moribonda domanda interna, ma il lavoro sempre più precario impedisce ai giovani e alle famiglie di ‘investire’ nel proprio futuro; lo stato sociale sta cedendo sotto il peso dei tagli, con aumento delle spese per gli Italiani, e della scellerata scelta di fare pagare la crisi alle comunità locali per non toccare i privilegi dell’amministrazione centrale; aumenta il peso fiscale. Saccomanni sostiene che la pressione fiscale è diminuita dello 0,1%, ma vorrei capire se parla di quella nazionale o tiene conto di addizionali, balzelli e lievitazione di aliquote a cui sono costretti i comuni. Abbiamo più centralismo, più burocrazia, meno giustizia, meno scuola, meno formazione, più corruzione.

Dopo cinque anni dalla crisi non siamo riusciti a portare avanti alcuna riforma vera; siamo ancora al punto di partenza perfino con la legge elettorale.

E’ difficile trovare un qualsiasi motivo per avere più fiducia del nostro Bel Paese rispetto ai mesi scorsi, ma non sono un economista e nei santuari della finanza avranno prospettive più ampie. Mi viene talvolta il sospetto che più della fiducia e della stabilità, sia determinante la convenienza di speculazioni a breve termine che arricchiscono chi è già ricco, riducendo le risorse a disposizione dei più.

Ma godiamoci lo spread a quota 200, capace di provocare risparmi per 5 miliardi e soprattutto utilizziamolo per abbassare altri indici: la disoccupazione, la precarietà nel lavoro, la mancanza di credito per le imprese, ecc.

 

Lo spread simbolo di un’economia che si ha riempito il vuoto lasciato dalla politica

di Gianni Galeotti

Lo spread, come la politica, c’è sempre stato e ci sarà, al di là del fatto che ne venga fatto motivo di apertura dei telegiornali o meno, od utilizzato come strumento di lotta politica per legittimare o fare addirittura cadere i governi. Il cittadino medio, e l’Italia intera, da sempre vive e sopravvive senza considerarlo un problema, tanto meno reale indicatore della propria credibilità e di quella del proprio Paese. Anzi, magari lo spread rappresentasse il vero problema a cui associare la credibilità dell’Italia. Lo spread è un indicatore legato all’economia finanziaria. Quella che il cittadino medio vede, percepisce, è un’altra economia, economia reale, quella che ti fa capire, quella che fa alzare la serranda ogni mattina al commerciante, quella che ti insegna quanto costa il sale e quella che ti fa capire, senza laurea in economica, che se non c’è lavoro e non si fanno riforme, fiscali prima che elettorali, per fare ripartire consumi ed occupazione, non c’è e non ci potrà essere futuro e tanto meno credibilità.E’ su questi punti politici, su cui lo spread si basa in modo più o meno pilotato, che si fonda la credibilità Italiana. Lo spread è conseguenza e non causa della politica, come invece paradossalmente è diventato. Ed è proprio a causa di una politica fallimentare che quelle riforme, al di la dei governi che si sono succeduti a gestire l’emergenza, non le ha fatte, che lo spread, come emblema del potere più finanziario che economico che ad esso sottende, ha potuto avere spazio ed importanza. Il vuoto di potere lasciato da una politica che ha smesso di fare politica ha lasciato spazio ad altri poteri. E tra questi, oltre a quello giudiziario che ha scavalcato in diverse occasioni quello sovrano del Parlamento, c’è l’altrettanto importante e determinante potere economico e finanziario, giocato e determinato su piani europei e germano centrici, e dei quali il nostro Paese è diventato suddito. I vuoti di potere politico si riempiono, e lo spread è simbolo di un mondo lontano dall’economia reale che quel posto, regno della politica nel senso più nobile del termine, lo ha occupato.

Se la politica avesse continuato a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza dei reali interessi dei cittadini, lo spread avrebbe continuato ad essere un emerito sconosciuto oggi  i ruoli si sono invertiti e lo spread, da indice finanziario per misurare la credibilità politica, si è trasformato, riempiendo il vuoto di potere lasciato dalla politica, alla politica stessa, determinandone gli indirizzi.
 
Purtroppo il 2014 non sta portando buone nuove. Il fatto che lo spread sia sceso al di sotto dei 200 punti di base nonostante l’instabilità politica e nonostante non sia stata ancora fatta nessuna delle riforme già poste come urgenti ed irrinunciabili 3 anni fa, è simbolo di questo corto circuito in cui il boccino del potere esecutivo non sta più in mano alla politica ma alla finanza. E del fatto che la politica continua nel proprio errore di lasciarli spazio. Non è indicativo il fatto che chi ieri stava all’opposizione del governo Monti e giudicava lo spread un grande imbroglio  oggi  che si trova al governo, lo giudichi come segno della propria affidabilità e della propria capacità politica? L’auspicio è che nel 2014 la politica smetta di usare lo spread come strumento di campagna elettorale e si metta al lavoro per riappropriarsi, con la forza dei contenuti e delle riforme, dello spazio che per troppo tempo ha lasciato alla mercè di altri poteri, lontano dai cittadini.
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