Lo specchio rotto

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Il voto del 4 marzo dice che il rapporto di fiducia del popolo con la politica in Italia si è logorato a tal punto da sembrare rotto. La nascente Terza Repubblica potrebbe dunque essere ricordata più dalla divisione politica dell’Italia che non dai difficili tentativi del suo avvio.

A guardare la mappa del voto del 4 marzo, possiamo provare ad azzardare una tesi senza essere accusati di lesa maestà? La tesi è che l’unità d’Italia, sancita dalla presa di Porta Pia il 20 settembre del 1870, dopo 148 anni sia fallita. La nascente Terza repubblica potrebbe dunque essere ricordata più dalla divisione politica dell’Italia che non dai difficili tentativi del suo avvio? Provo ad azzardare un paio di ragioni – ancora teoriche, per carità – di questa tesi.

La prima puramente economica: la parte del paese che produce la maggior parte del Pil è finita tutta al Centrodestra che si è fatto forte di un programma di “liberazione” dello spirito imprenditoriale, iniziando a trasformare il fisco in uno strumento di crescita e non di semplice redistribuzione del reddito o, peggio, una sorta di “punizione” per chi intraprende a vantaggio dei soli salariati.

La maggior parte del paese, invece, che vede nello Stato il produttore della sua ricchezza ha scommesso tutto sul nuovo sussidio, su quel reddito di cittadinanza che toglierebbe sì molte castagne dal fuoco di molti, ma che di certo non sembra pensato per portare la gente fuori di casa a scommettere sul proprio futuro in prima persona.

La seconda è psicologica: dopo decenni di “sottomissione” al Nord, al Sud da tempo è divenuta forte una corrente di pensiero che parla apertamente di genocidio, di insorgenza e non di brigantaggio, di criminale sfruttamento e di spoliazione delle ricchezze del Sud, di asservimento alle politiche di un Nord ricco che prima voleva il tesoro dei Borbone, poi mandare coloni nelle colonie (facendole conquistare militarmente da una leva sostanzialmente meridionale), poi chiedeva carne da cannone per le trincee del Carso (mentre al Nord molti erano invece precettati nelle fabbriche, al riparo dalle baionette asburgiche), poi portare nelle industrie del Nord manovalanza a basso costo…per dirla con uno scrittore come Pino Aprile (autore di “Terroni”): il Sud ha votato CinqueStelle perché “si è rotto i coglioni”. Punto a capo.

E guardando alle mappe del voto non sembra anche a voi che i vecchi confini di Regno delle Sue Sicilie e Stato Pontificio coincidano coi collegi vinti dai Cinque Stelle?

Fino a che uno Stato è forte e fino a che garantisce crescita per tutti, queste pulsioni passano in secondo piano e si fermano alle chiacchiere da bar. Quando le casse dello Stato sono vuote, quando la leadership manca o è palesemente inadeguata, su queste passioni scoppia il delirio. Un esempio? la morte di Tito, la fine dei finanziamenti della repubblica federale e socialista, e dunque la cessazione della “necessità” o dell’obbligo dello stare insieme. Radovan Karadžic parlava di questo scenario liberamente in congressi internazionali di psichiatria prima di diventare presidente della repubblica di Serbia e poi criminale di guerra… Oggi, ci sono sei repubbliche indipendenti (più una settima in divenire, il Kosovo) al posto del regime titino.

Ora le casse italiane non consentiranno il reddito di cittadinanza. Generando così una nuova, bruciante, delusione per chi ha scommesso sul ritorno dello Stato “a piè di lista”. Ma se, per caso, tagliando alcune agevolazioni a chi già paga le tasse (il Nord), Di Maio riuscisse ad applicare questo progetto, metà Paese insorgerebbe per le opposte ragioni. E non sembra che la nuova classe dirigente italiana abbia la forza per reggere ad eventi traumatici: uno sciopero, una manifestazione di piazza che degenera…

Quindi, governo debole o assente; visione di brevissimo periodo; uso spregiudicato della propaganda; assenza di “free cash” per tamponare le emergenze e provare a far ripartire il sistema…a occhio e croce non siamo messi tanto bene. Certo, l’Italia non è la Jugoslavia (dove la componente etnica e religiosa aveva ed ha un suo peso), ma assomiglia un po’ a quella Cecoslovacchia che bloccata nelle sue scelte strategiche (mercato o Stato) ha preferito una separazione consensuale (senza nemmeno prendersi la briga di fare un referendum), nonostante fosse già una realtà federale.

Potrebbe essere questo lo scenario? Dall’impasse, la Terza Repubblica uscirà con due realtà distinte con aspirazioni e ruoli diversi?

Molte sono le ragioni perché questo non accada: i nostri alleati (Usa e Europa) difficilmente lo permetterebbero; il debito da dividere; l’assenza di una variabile etnica o religiosa; la presenza di un sentimento nazionale che in momenti diversi ha comunque fatto quadrato ecce cc , ma…quando uno specchio si rompe non si può più rimetterlo a posto. E il voto del 4 marzo dice che il rapporto di fiducia del popolo con la politica in Italia si è logorato a tal punto da sembrare rotto. Lo fosse davvero, e si continuasse nel solleticare la pancia delle persone, le due Italie avrebbero difficoltà a riconoscersi una nell’altra. E la strada verso “non-si-sa-dove” sarebbe spianata.

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