L’Europa non cresce. Anzi scricchiola.

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""In Europa non si cresce perché le risorse vengono prosciugate per offrire “soluzioni” ai grandi debitori e scialacquatori, politici e imprenditori, che ne sono i padroni e beneficiari. ""art. dell'avv. luigi Bellazzi

 

Giavazzi, economista in odore di Nobel, scrive sul Corriere della Sera: “Ciò che mette a rischio l’euro non sono i debiti, per i quali si troverà una soluzione, ma la mancanza di crescita. Questo vale per la Grecia quanto per l’Italia. Se i cittadini identificheranno nell’euro la causa della bassa crescita e dell’alta disoccupazione, la generazione di governanti che oggi difende l’unione monetaria sarà rimpiazzata da politici che stanno costruendo la propria fortuna sulla critica all’euro.”

In Europa non si cresce perché le risorse vengono prosciugate per offrire “soluzioni” ai grandi debitori e scialacquatori, politici e imprenditori, che ne sono i padroni e beneficiari. Un’impresa cresce sana se rischia davvero. Il che è giusto oltre che essere economicamente utile.

A livello “macro” le cose non cambiano: un’economia democratica cresce sana se la crescita è accessibile a tutti e non solo a coloro che vivono nella greppia del potere e lo plasmano a loro beneficio. Al contrario, a chi non rischia in modo giusto, a chi, grande o piccolo, non sa gestire le aziende e i patrimoni pubblici, non va garantita la protezione sotto forma di sussidi o di facile liquidità.

Invece in nome dell’euro si perpetua il modello della crescita malsana di stati, enti pubblici e grandi aziende (non solo banche) che sono di fatto al riparo dal rischio finanziario e concorrenziale. E anche se con artifizi finanziari sempre più complessi si cerca di nascondere la realtà, il conto lo pagherà il popolo sotto forma di bassa crescita e di minori opportunità per migliorare la propria vita. Esattamente l’opposto di ciò che doveva essere l’obiettivo dell’euro, che avrebbe dovuto agire da “frusta monetaria” per stimolare efficienza, concorrenza e quindi crescita.

La crescita che abbiamo in Europa non genera ricchezza diffusa e sostenibile, ma una ricchezza concentrata, parassitaria, anticoncorrenziale ed instabile. Nessuno però ha il coraggio di proporre l’abbandono del totem euro a causa della “crisi sistemica” e dei “costi sociali” che ciò implicherebbe. Ma è solo questione di tempo. La crisi, più politica e sociale che economica, è già esplosa e il fiume di denaro immesso nel sistema dalla BCE ne sta rinviando gli effetti più palesi. Essa è il riflesso della contraddizione tra il principio liberale che ispira la politica economica dell’Unione Europea e la natura oligarchica e antidemocratica che ne caratterizza la politica. L’euro è una moneta-compromesso disegnata a tavolino, evoluzione di un fallito accordo –il “serpente monetario”-, non l’espressione delle potenzialità e della forza di una nazione coesa e della sua economia reale. E ciò per il semplice fatto che le nazioni non si creano con le monete: sono le monete ad esser create dalle nazioni. Meglio quindi avere il coraggio e la visione per abbandonare questo idolo virale ora anziché aspettare, prigionieri per ostinazione o per paura della propria fallita costruzione amministrativo-finanziaria, una ulteriore involuzione economica e l’altamente probabile correlata deriva autoritaria delle istituzioni politiche. A meno che ciò non sia esattamente quel che si vuole …

 

 

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