Les idiots savants e i quacquaraquà

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Il Conte Ugolino propone un ritorno a quarant’anni fa: una sorta di memoriale di Giovannino Guareschi, della sua morte e della sua inimitabile verve giornalistica. Un documento per alcuni certamente prezioso, per altri, forse, pruriginoso, meritevole tuttavia di una lettura.

24 luglio: accadde l’altro ieri.

Non ho particolare predilezione per gli anniversari perché spesso sono stiracchiati, quasi dovuti, quando non mercanteggiati. Per questo ho atteso due giorni e, invece di ricordare il triste giorno della Sua morte, ricordo il giorno delle Sue esequie.

Sono trascorsi quarant’anni dal 22 luglio di quell’anno; anno troppo spesso evocato impropriamente, anno che si portò via quasi in silenzio, assieme a troppe altre cose, la vita di Giovannino Guareschi e, un mese dopo, l’anelito di libertà del popolo cecoslovacco.

Quasi in silenzio perché i due eventi, il primo luttuoso e il secondo tragicamente funesto, furono sovrastati dall’ignobile pandemonio provocato da una ciurma di delinquenti scalmanati. Teppaglia lasciata libera di agire da una camarilla di politicanti inetti, infingardi e vigliacchi cui la maggioranza del popolo italiano aveva delegato il potere di governare. Governare significa, fra le altre cose, garantire ai cittadini l’ordine e il rispetto delle leggi, anche a costo di qualche rischio di impopolarità. Ma questo è un altro discorso.

So bene che in questo mese si sono moltiplicate le iniziative per ricordare sia la morte di Guareschi, sia l’invasione della Cecoslovacchia, ma la sordina, quando non il bavaglio, impediscono che tali eventi abbiano la risonanza che meritano.

So anche bene che le mie parole non contano nulla, non sono che una goccia nel mare sconfinato dei mezzi d’informazione, tanto più paludati quanto più ideologicamente asserviti. Tuttavia, anche se si tratta solo di una goccia, lasciate che vi parli di Giovannino Guareschi e della Sua genialità di scrittore.

Inizio a ritroso, proprio dalla Sua morte e dai Suoi funerali.

La giornata era bigia, con nuvole basse e folate di vento che si alternavano alla pioggia. Il figlio Albertino, il marito di Carlotta e gli amici di Roncole sorreggevano la bara. Altri amici seguivano il feretro: niente musica e solo due corone di fiori. Apriva il corteo il parroco di Roncole, don Adolfo Rossi, attorniato dai chierichetti e seguito dai bimbi delle scuole. Ruppe il silenzio il sibilo della sirena di una fornace, ripetuto per tre volte.

In chiesa, don Rossi aprì un libro di Guareschi e, con voce grave, ne lesse due righe: “”Adesso vi racconto tutto di me: ho l’età di chi è nato nel 1908, conduco una vita molto semplice, non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo in tante fantasticherie. Ma in compenso credo in Dio””. Poi, riposto il libro, don Rossi con voce ferma disse:

«Su questa terra noi piantiamo la croce di Cristo, del tuo Cristo che hai saputo far vibrare nei cuori e nelle coscienze degli italiani e di tanti altri milioni di uomini, soprattutto nell’ora della lotta. E adesso celebriamo la Messa. Come fiore di ricordo, userò la tua lingua antica, il tuo latino. So che lo gradirai in modo particolare perché, quando nelle chiese fu imposto il rito in lingua italiana, dicesti un giorno al tuo don Camillo: “”Quando vorrai dire una Messa clandestina a casa mia, vieni, tutto è sempre pronto”” .

Dopo la Messa in latino, la bara fu portata nel cimitero di Roncole.[1]

Vi riporto ora un articolo a firma di Baldassarre Molossi, pubblicato sulla Gazzetta di Parma il 25 luglio 1968 in occasione dei Suoi funerali.

« 22 luglio 1968 Giovannino muore a Cervia[2] .

L’Italia meschina e vile, l””Italia provvisoria””, come lo
stesso Guareschi con amara intuizione la definì nel 1947, ci ha fornito ieri l’esatta misura del limite estremo della sua insensibilità morale e della sua pochezza spirituale. Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più letto nel mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l’Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo: non il ministro, non il sottosegretario, non qualcuna delle tante eccellenze e dei tanti direttori generali che affollano il ministero della Pubblica Istruzione e l’ufficio stampa della presidenza del Consiglio. Neppure un commesso della Camera o un usciere del Senato. Guareschi ha avuto la disgrazia di morire in Italia. Se fosse morto in Francia, è certo che André Malraux, uno dei più acuti e penetranti scrittori del nostro tempo e oggi ministro degli Affari Culturali del governo francese, avrebbe trovato il tempo per andare al suo funerale. Diciamo tutto ciò con molta malinconia. L’Italia è fatta così: e qui, più che altrove, l’ingratitudine degli uomini è più grande della misericordia di Dio. Meglio così: eravamo in pochi, ma almeno eravamo i suoi amici veri. Il sindaco e la giunta comunale di Busseto, in ferie, hanno inviato il gonfalone del Comune. C’erano gli scolaretti delle elementari di Roncole Verdi con lo stendardo della scuola, ma nessun assessore alla Pubblica Istruzione, né della Provincia, né di Parma, né di altri Comuni. Era invece presente il cavalier Angelo Tonna, sindaco di Roccabianca, vecchio militante socialista e fior di galantuomo. Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. E un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.

Gli altri non contano. »

 

Gli altri, soggiungo io, quelli che non parteciparono alle esequie e che “non contano”, appartengono a due categorie: la prima, attinente all’apparato di potere, è la categoria dei politicanti inetti, infingardi e vigliacchi. La seconda, inerente ai cosiddetti o, per meglio dire, ai sedicenti “intellettuali”, è la categoria des idiots savants [3] .

Torniamo a Guareschi giornalista e scrittore. Molti, quasi tutti, lo ricordano per le indimenticabili storie della Bassa, con i due protagonisti don Camillo e Peppone. Io però vorrei percorrere una via diversa.

Occorre riconoscere che Vittorio Feltri talvolta ne imbrocca qualcuna giusta: egli ha il merito di avere ripubblicato e regalato, in abbinamento a Libero, le copie anastatiche di alcuni numeri del Candido, il “settimanale del sabato” fondato e diretto da Giovannino Guareschi.

Il primo numero uscì il 15 dicembre 1945 quando l’Italia, dopo soli otto mesi dalla fine della guerra, tentava di rialzarsi[4].

Tre anni dopo, sul n.° 12 del 20 marzo 1948, “l’articolo di fondo” fu costituito dalla lettera aperta di un lettore e dalla risposta di Guareschi.

Lettera aperta

II compagno Maurizio G. ci scrive:

 

“Sig. Guareschi,

Leggo, ogni settimana, il vostro gior nale. Ho l’impressione che voi giochiate “a mosca cieca”. Io sono un comunista “coltissimo” e, diversamente da quanto Lei afferma, con me e con gli altri è “possibile ragionare”. Dimentichi per un momento di essere “un umorista” e si sforzi di essere una persona, seria e in buona fede. Per un momento soltanto!

Sinceramente: non le pare piuttosto volgaruccio e antilogico parlare ai “Pancho Villa”, di “ficozze” sulla testa, di esseri di un solo sesso, di “ trinaricismo”, di vite, dado e controdado? (non “dato”, come ha erroneamente scritto).

Non le pare di cattivo gusto, oltreché falso, parlare “di ammassi cerebrali”, di obbedienza “pronta, cieca e assoluta”? Suvvia, signor Guareschi, ragioni un poco seriamente: è un comunista che glielo chiede. L’umorismo risponde lei si fonda sull’esagerazione. – E sia rispondo io -, ma non sulla falsificazione e sulla malafede. Lei è in malafede; recluta tutte le argomentazioni più assurde e più matusalemmiche, dà loro una veste umoristico-ironica e le ammannisce al grosso pubblico, che, in maggioranza, è più superficiale di quanto Lei stesso sia. Sì, Lei è superficiale: penso che conosca il Marxismo per “sentitodire” e i comunisti da singoli episodi. Certo Lei, “in tutt’altre faccende affaccendato”, non avrà mai sforzato il cervello per leggere uno scritto di Lenin o di Gramsci, ne s’è preso mai la briga di osservare con serenità il mondo operaio. Lei mentisce, sapendo di mentire: di scarsa cultura, ha una famiglia da mantenere, e quindi problemi economici da risolvere. La comprendo e la compatisco; non la giustifico, né la perdono.

Ed ora un consiglio: studi, la prego, il marxismo; studi, la prego, economia politica. Forse allora, a Dio piacendo, potrà dare un significato esatto alla pa rola “libertà”, “progresso”, “civiltà”.

Un altro consiglio: non scriva più “Lettere al migliore” o al “peggiore”.

Creda, il P.C.I. si occupa di Lei proprio come un meccanico si occupa di una vite o di un bullone. È la verità.

Cerchi, per il suo bene, di “puntualizzare” il momento storico in cui vive il mondo: per lei e per “il postero”. Non vivrà più sulle nuvole né scrollerà più mestamente il suo prezioso capo.

Maurizio G .

N. B. Non ardisco sperare che Lei pubblichi questa mia: sarebbe troppo leale! ».

 

No, compagno Maurizio, tu ci chiedi troppo! Non posso pubblicare la tua lettera. Non lo posso per mille ragioni non ultima quella del mio prestigio personale che, dalla pubblicazione della tua lettera, verrebbe paurosamente diminuito. A parte la faccenda che io scrivo «dato» invece di «dado» (alle volte mi avviene di pubblicare per la mia ignoranza articoli addirittura con qualche riga capovolta) tu metti il dito nella piaga e scopri quello che io affannosamente tento di nascondere: sono superficiale. Tu mi capisci: io mi arrabatto a citare nei miei scritti lunghi passi di classici italiani e stranieri, affronto problemi astrusi, ammanto la mia prosa di orpelli retorici o mi butto verso l’ermetismo per confondere il lettore, per dargli la sensazione che io ho una profonda base culturale, un substrato filosofico, e tu mi smascheri e dimostri la mia ignoranza e la mia malafede. Sarei un incosciente a pubblicare la tua lettera. Tu hai scoperto il mio punto debole: che Lenin e Gramsci non sono tra i miei autori preferiti, che conosco il marxismo soltanto per sentito dire. E, questo è grave, che conosco i comunisti soltanto attraverso i singoli episodi. Ebbene, in tutta confidenza: è vero. Io mi son fatto il concetto che ho, dei comunisti, attraverso singoli episodi: dal singolo episodio della corazzata Potemkin, al singolo episodio di Trotskij, dal singolo episodio dei piani quinquennali, al singolo episodio della Ceka, della OGPU, della NKDV. Dal singolo episodio delle epurazioni, al singolo episodio dei campi di lavoro obbligatorio, dal singolo episodio delle deportazioni di popolazioni intere, al singolo episodio della democratizzazione dell’arte. Sì,compagno Maurizio; soltanto singoli episodi ultimi dei quali i singoli episodi della Polonia, della Lettonia, dell’Estonia, della Lituania, della Romania, della Bulgaria, della Jugoslavia, dell’Albania. dell’Ungheria, della Cecoslovacchia, della Finlandia, di Petkov, di Manju, di Masaryk. Sì, io ho una conoscenza, diciamo, esclusivamente episodica dei comunisti,ma non posso certamente confessarlo ai miei lettori i quali credono ingenuamente che io conosca il comunismo attraverso gli scritti di Lenin, Gramsci, Grieco e del barbiere Germanetto. Se essi soltanto sospettassero che io i comunisti li conosco attraverso episodi singoli come quello delle poche ventine di migliaia di prigionieri italiani non usciti dai lager russi, quale concetto si farebbero di me? Quindi, compagno Maurizio, io non posso pubblicare la tua lettera. La quale poi è tale da mettere nell’animo dei nostri lettori tali dubbi da orientarli decisamente verso il Fronte Comunista. Non dire che sono sleale: ho famiglia, non posso rovinarmi la piazza! Mi fa piacere sapere che il PCI si occupa di me proprio come un meccanico si occupa di una vite o di un bullone: ciò non mi impedisce di avere verso di esso la naturale diffidenza che nutre appunto verso il meccanico, il povero bullone borghese che non si sa rassegnare di dover essere ribadito, vicino a mille altri bulloni, sul bordo d’una lastra d’acciaio di un carro armato sovietico. Seguirò i tuoi consigli, cercherò di puntualizzare il momento storico in cui vive il mondo. Dopo il 18 aprile, però. Per ora debbo, assieme agli altri superficiali come me, arrabattarmi a puntellare la trave che minaccia di cedere schiacciando me e i miei posteri. Dopo il 18 aprile, puntellata la trave, potrò fare l’analisi logica dello scampato pericolo.

Spiacente di non poter pubblicare la tua lettera per le suesposte ragioni ti saluto e ti auguro che il tuo capocellula non si accorga che tu leggi Candido. Io sono un bravo omaccio e per non metterti nei pasticci, ho riportato soltanto l’iniziale del tuo cognome. Come vedi, non conosco la dottrina marxista, ma conosco la carità cristiana. Dio ti salvi dal comunismo, compagno Maurizio.

Guareschi

 

Ho l’impressione di avere ritrovato in qualche scritto, anche recentemente e nonostante i sessant’anni trascorsi, il medesimo schema linguistico, la medesima assenza di verità, la medesima desolante, miserella sicumera del compagno Maurizio. Forse però la mia è solo un’impressione.

Questi, dunque, era Guareschi, uno dei più grandi scrittori italiani del secondo dopoguerra.

Egli fu, e lo è ancora oggi, misconosciuto dai quacquaraquà[5] del palazzo e odiato da les idiots savants.

Ma questo è solo un grande onore per Te, Giovannino. Riposa in pace, nel cimitero poco affollato dei galantuomini. Gli altri non contano, sono soltanto idiots savants e quacquaraquà.



[2] a : Fontanelle di Roccabianca 1 maggio 1908 – w : Cervia, Ravenna 22 luglio 1968 – http://www.Giovanninoguareschi.com/1908.htm

[3] Les idiots savants : gli idioti sapienti sono quei soggetti che, pur soffrendo di qualche grado, anche grave, di ritardo mentale, a volte associato a turbe psichiche, mostrano in qualche settore un’abilità che spicca per essere in contrasto col basso livello dell’intelligenza. Spesso sfruttano tale capacità per millantare intellettualismo à la page e occupare posizioni di rilievo. http://www.edizionisic.it/CITYMALA1-05-GM.htm

[4] La presentazione, alla destra ed alla sinistra del titolo, merita cinque minuti della vostra attenzione:

“”Dicono i benpensanti che se in Italia, dal giorno della liberazione, fossero state edificate altrettante nuove case quanti sono stati i nuovi giornali che hanno visto la luce, oggi il problema della ricostruzione potrebbe considerarsi risolto. D’altra parte giova tener presente che se fosse avvenuto l’inverso , se cioè avessimo tanti nuovi giornali quante sono le nuove case costruite, oggi tipografi, cartai, giornalisti, agenti di pubblicità, giornalai, strilloni ecc. sarebbero costretti a ricercare una fonte di guadagno nelle aggressioni a mano armata. Accettate quindi serenamente anche questo ennesimo giornale il quale è senzaltro da preferire ad una mezza dozzina di nuovi mitra in agguato.

Tanto più che il nostro settimanale non può preoccupare in nessun modo. Non ha infatti la pretesa di apportare importanti riforme alla morale o di dire una parola nuova nel campo politico. «Candido», insomma, non ha la pretesa di salvare l’Italia. Questo di voler salvare ad ogni costo l’Italia è stato sempre il principale vizio degli italiani d’ogni tempo sì che sarebbe opportuno aggiornare i cartelli affissi nei luoghi pubblici : «E’ proibito fumare e salvare l’Italia ». «Candido» va quindi considerato un giornale perfettamente inutile: va comprato e letto con estrema indifferenza perché lascia il tempo e i governi che trova. Perciò leggetelo: non aggrava la situazione””.

[5] Quacquaraquà (o quaquaraquà) s. m. e f. [voce fonosimbolica, che ricorda il verso
delle oche: cfr. quacquarare]. – Voce siciliana, ma diffusa anche altrove, con cui si allude genericamente a chi parla troppo, quindi chiacchierone (e, nel gergo della mafia, delatore), o anche a persona alla cui loquacità non corrispondono capacità effettive, e perciò scarsamente affidabile: “l’umanità… la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà” (L. Sciascia). http://www.treccani.it/site/lingua_linguaggi/consultazione.htm . Persona priva di qualsiasi dignità, inutile a sé e agli altri. – D.I.R.

 

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