L’eredità ungherese

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In questi giorni in Ungheria viene celebrato il cinquantennale dell’insurrezione antisovietica del 1956 che sembra divenire nuovo motivo di lotta tra le fazioni politiche, in una nazione che vive un difficile momento di transizione. Bice vi racconta alcune pagine della sua storia e la sua situazione odierna.

L’Ungheria è sempre stata una nazione particolare nell’est europeo, basti dire che abitata da un popolo non slavo e nemmeno indoeuropeo (i magiari), eredi di popolazioni asiatiche che millenni orsono si spinsero fino alle rive del Danubio nel cuore d’Europa. Altra importante peculiarità della nazione ungherese nella travagliata storia dell’Europa orientale, è quella di essere l’unico paese di questa regione a non aver mai subito interruzioni storiche  fin dalla sua fondazione ad opera di Santo Stefano nell’anno Mille.  Passata attraverso le invasioni turche e la dominazione asburgica, l’Ungheria non cessò mai di esistere sia come nazione che come stato, e non solo a livellosimbolico. Il Kaiser infatti in base al compromesso del 1867, era incoronato come Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria, che lo rendeva di fatto e di diritto unico monarca di due entità nazionali e statuali distinte. La larga autonomia di autogoverno concessa al Regno d’Ungheria dalla dinastia asburgica non corrispondeva affatto ad una tolleranza verso i  popoli slavi o cumunque non magiari che vivevano all’interno dei suoi confini. 

Questo atteggiamento prevaricatore  fece sì che con il crollo dell’Impero Austro-Ungarico, i popoli non ungheresi che popolavano il Regno d’Ungheria optassero senza nessun dubbio per l’annessione delle loro terre o a stati nazionali già esistenti (come la Romania), oppure per la creazione di nuove compagini statuali (come il neonato regno di Serbia, Croazia e Bosnia, o la Cecoslovacchia). L’opzione di sottrarsi al dominio magiaro vide il drastico ridimensionamento territoriale ungherese; da potenza mitteleuropea l’Ungheria si ritrovava ad essere un piccolo e debole staterello circondato da popoli tradizionalmente ad essa ostili, senza più sbocchi sull’Adriatico e con larga parte della sua popolazione al di fuori dei nuovi angusti confini.

La situazione politica che visse l’Ungheria tra le due guerre mondiali, fu tra le più agitate dell’est europeo di quel tempo: vi fu un tentativo da parte di Béla Kun di trasformarla in uno stato comunista, esperimento che durò solo 133 giorni; vi furono

maldestri tentativi di restaurazione monarchica da parte dell’imperatore in esilio Carlo D’Asburgo, vi fu il trattato del Trianon  ratificato nel 1920 da parte delle forze vincitrici della prima guerra mondiale, che sancì definitivamente la perdita da parte

della nazione ungherese di due terzi del suo territorio prebellico, infine vi fu l’instaurazione di un regime illiberale ed autoritario se non dittatoriale da parte dell’ammiraglio Miklos Horthy che assunse la carica di reggente, il tutto in una nazione

che non vide mai scomparire una classe di intellettuali liberali che seppur a grande fatica mantennero viva un’opposizione.

 

Con l’ascesa al potere di Hitler in Germania ed il delinearsi in Europa divisa tra due blocchi, uno costituito dalle democrazie liberali e l’altro dalle nazioni fasciste e dai loro alleati, la scelta ungherese di schierarsi con il secondo fu scontata, sia per le evidenti affinità ideologiche ma sopratutto perchè la scelta di appoggiare le potenze ostili all’ordine costituito col trattato di Versailles poteva essere la grande occasione di riottenere i territori persi alla fine della guerra, cosa che avvenne grazie alla protezione della Germania e dell’Italia qualche anno più tardi che imposero alle nazioni confinanti con una serie di “arbitrati” la tanto agognata riacquisizione territoriale ungherese di vaste zone.Con la fine della seconda guerra mondiale l’Ungheria pagò cara l’allenza con le potenze nazifasciste. L’arrivo dell’Armata Rossa a Budapest nel 1944 e la conseguente occupazione militare del paese furono per molti aspetti diverse da quelle che stavano avvenendo in altre nazioni vicine, e questo per due motivi: il primo era che l’Ungheria era avvertita come una nazione culturalmente, geograficamente ed etnicamente molto “lontana”dall’Unione Sovietica, e per questo motivo le autorità militari la considerarono solo come un paese vinto e non come un potenziale futuro alleato. La seconda ragione era dettata da un motivo geopolitico: Stalin a Yalta aveva espresso agli Alleati la sua precisa volontà di creare un sistema di stati satellite all’Unione Sovietica, nel quale figuravano di certo la Polonia, la Cecoslovacchia  ma non aveva ancora le idee chiare riguardo all’Ungheria. Per questi motivi gli occupati sovietici non si curarono di coltivare fin da subito il locale partito comunista e di farne embrione di un potenziale futuro governo alleato , o per meglio dire vassallo.  Tutto iniziò con qualche anno di ritardo rispetto agli altri paesi occupati, ma anche nel caso ungherese la procedura di “bolscevizzazione” rispettò il solito triste copione: una prima fase caratterizzata dall’eliminazione della classe politica in qualunque modo compromessa con le potenze nazifasciste, una seconda fase di controllo delle elezioni per far giungere al potere il locale partito comunista e conseguente scioglimento forzato di tutti gli altri partiti, una terza fase, paradossalmente spesso la più violenta, di epurazione all’interno dello stesso partito comunista della nazione occupata di tutti i dirigenti non filosovietici. Il leader ungherese che emerse da questo processo di asservimento all’Unione Sovietica fu Mátyás Rákosi, la cui dittatura imperversò senza freni non solo contro ai “nemici di classe” ma contro l’intera popolazione. Rákosi che aveva fatto parte del governo di Béla Kun dopo la prima guerra mondiale fu odiato dalla maggioranza degli ungheresi. Dopo la morte di Stalin nel 1953 per allinearsi al nuovo ordine che sia andava profilando a Mosca, Rákosi lasciò la guida del governo a Imre Nagy che aveva fama di moderato, riservandosi però la guida del partito. La scelta di Nagy avveniva nell’ottica di riconciliare il popolo ungherse con il partito comunista, di dare una nuova spinta allo sviluppo economico per innalzare il tenore di vita. La coabitazione tra Nagy e Rákosi fu però fin da subito difficile, perchè il nuovo capo  del governo introdusse una serie di misure economiche e di riforme, il così detto “Nuovo Corso”, che si distaccava dalla rigida politica tenuta dal suo predecessore. Quest
o causò a Nagy aspre critiche sia da parte della vecchia classe dirigente rappresentata da Rákosi, che arrivò nel 1955 a costringere Nagy alle dimissioni e lo fece espellere dal partito. Il vecchio leader si ritrovò così intrappolato in una situazine che aveva lui stesso creato: non poteva più imporre uno stalinismo perchè lo aveva lui stesso rinnegato e perchè una consistente componente del suo partito non era più disposta a ritornare al passato. Inoltre molti intellettuali ungheresi divennero con lui sempre più critici. La repressione di Rákosi verso questi intellettuali fu così dura che gli stessi sovietici lo convinsero a dimettersi nel luglio del ‘56 , ma il conferimento ad un uomo politico della sua fazione,  scontentò tutti, perchè la popolazione chiedeva con immense manifestazioni di piazza il ritorno di Nagy. Una di queste manifestazioni organizzata dagli studenti avvenuta il 23 ottobre si trasformò in quella che sembrava in un primo momento fosse una rivoluzione pacifica, la gente oltre al ritorno di Nagy invocava libere elezioni e il ritiro delle truppe sovietiche. Gerő richiamò Nagy ma allo stesso tempo richiese l’intervento delle truppe sovietiche per ristabilire l’ordine, inoltre si dimise dal suo incarico lasciando la direzione del partito a Janos Kádár. I sovietici si dissero disposti a negoziare con Nagy che su pressione dei comitati che andavano formandosi il 30 ottobre annunciò il ritorno ad una democrazia plurlista, e presentò alla delegazione sovietica in missione a Budapest una serie di richieste che questi mai avrebbero potuto accettare, come l’uscita dell’Ungheria dal patto di Varsavia e la totale indipendenza del paese. A quel punto fu chiaro che la rivoluzione che oramai mobilitava larga parte della popolazione non poteva più essere fermata senza l’uso della forza militare, Kádár il 4 novembre chiese ed ottenne che i sovietici soffocassero la rivoluzione in corso, le conseguenze furono sanguinose: più di 2 mila morti tra gli insorti ungheresi e quasi 20 mila feriti, 720 soldati sovietici morti, 200 mila profughi circa 2 mila insorti condannati a morte e fucilati, lo stesso Nagy fu imprigionato e giustiziato due anni dopo. La leadership di Kádár dopo un primo tempo di durissima repressione, tese in un secondo momento alla riconciliazione, dei 10 mila condannati a pene più o meno lunghe per l’insurrezione del ’56 saranno quasi tutti liberati entro il decennio successivo. Kádár inaugurò la stagione del “comunismo al goulasch” cioè a fianco di una incondizionata fedeltà a Mosca, attuò diverse riforme come la decollettivizzazione delle campagne, l’abolizione dei monopoli di stato, l’introduzione di una elementare economia di mercato, decretò la fine del rigido controllo sugli intellettuali, e prese la decisione di svincolarsi da dogmi ideologici utilizzando più i tecnici e gli economisti nel governo del paese che i burocrati del partito. Tutte queste misure faranno sì che al momento del crollo del muro di Berlino l’Ungheria si ritroverà con un’economia di mercato quasi pienamente realizzata che ne consentirà un ingresso poco traumatico nel sistema europeo e mondiale.

Venendo ai giorni nostri  la nazione ungherese si ritrova ad avere una situazione politica paradossale: da un lato una sinistra cresciuta nel kádárismo  che agisce come una destra liberale, che preme cioè per adottare l’euro e cerca di applicare ampie riforme liberiste, e all’opposizione una destra che ragiona come una sinistra socialdemocratica insistento sull’importanza dell’azione statale sull’economia e sul welfare state, e che sembra intenzionata a riaprire la quasi secolare questione dei confini persi dopo la prima guerra mondiale per via della consistente minoranza ungherese presente in Romania. Le celebrazioni dell’insurrezione del ’56 sono state motivo di contestazione dell’attuale primo ministro,  il giovane a ambizioso Ferenc Gyurcsány, cresciuto nelle file del partito comunista , poi divenuto partito socialista, che ha affrontato e sta affrontando drastiche riforme economiche (in particolare le privatizzazioni)  per ridurre il disavanzo di bilancio ed poter adottare l’euro.

Il primo ministro è stato infatti al centro di uno scandalo dopo la diffusione una registrazione audio di una riunione del suo partito, nella quale il premier confessa d’aver deliberatamente nascosto ai cittadini la grave situazione economica del paese e di aver vinto le elezioni di maggio soltanto grazie alle menzogne. Dopo aver clamorosamente perso le elezioni amministrative dello scorso primo ottobre, la leadership di Gyurcsány non sembra però in pericolo, perchè poche settimane fa chiedendo il voto di fiducia del parlamento al suo esecutivo, ha dimostrato di poter contare su una solida coalizione di sostegno.

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