Le quote “”di colore””

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Non bastavano le “quote rosa” , ora siamo alle “quote di colore”. La squadra che  non  ha tra le sue file anche persone di colore  viene  pesantemente  giudicata. È accaduto in un  lungo e dettagliato articolo  sull’Economist, prestigiosa testata britannica che, all’indomani della  sconfitta agli Europei pensa bene di affossare  sotto la valanga del “politically correct”  la vittoria italiana.

 


Non bastavano le “quote rosa”  altamente offensive per la  dignità femminile,  quasi che, per affermarsi, in qualsiasi  campo, dalla politica alle più prestigiose professioni,  le donne necessitino di apposite leggi, allo scopo preciso di garantire la loro rappresentanza.  Ora siamo alle “quote di colore”. La squadra che  non  ha tra le sue file anche persone di colore  viene  pesantemente   giudicata. E’ accaduto in un  lungo e dettagliato articolo  sull’Economist, prestigiosa testata britannica che, il 12 luglio, all’indomani della  sconfitta agli Europei pensa bene di affossare  sotto la valanga del “politically correct”  la vittoria italiana.

Ecco alcuni passaggi dell’articolo disponibile integralmente qui
“”L’aspetto più sorprendente della squadra azzurra è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore””

E ancora “”La grande notte del calcio europeo non è stata un grande momento per il multiculturalismo””

Poi che cosa abbia, esattamente, a che fare il multiculturalismo con il talento individuale,  lo sa solo l’Economist. Il talento, la professionalità, le doti atletiche, aprono le porte sia  delle squadre di club, sia  delle squadre nazionali… in ogni parte del mondo. Nel suo  furore, l’Economist dimentica  sia la presenza, nel recente passato, di Mario Balotelli in Nazionale sia  la presenza, nella squadra attuale, di Jorge Luiz Frello Filho, meglio conosciuto come Jorginho,  calciatore brasiliano naturalizzato italiano, centrocampista del Chelsea con il quale ha vinto anche la Champions League qualche giorno  prima di partire per gli Europei dove si è fatto veramente onore vestendo la maglia azzurra. Ma forse non è abbastanza di colore, ( non lo è per nulla, anzi) per essere preso in considerazione dall’Economist.

Questo continuo rimarcare  l’assenza, di  questo colore, ( o di un genere, come nel caso delle donne…) non è, in sostanza, un’ammissione di diversità?

Allora potremmo anche, estendendo il concetto, parlare di una sorta  di razzismo strisciante, come quando, per giustificare l’accoglienza indiscriminata e comunque la crescente presenza di stranieri sul territorio ,  si usa una frase a mio avviso allucinante, nella sua assoluta volgarità: “Fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Perché (ammesso e non concesso che sia  vero) gli italiani certi lavori non li vogliono più fare ? Perché sono in qualche modo  superiori, al lavoro manuale, ai lavori umili, al lavoro faticoso? Perché ritengono  di essere chiamati a più alti destini?

E le menti eccelse che organizzano i settori del lavoro, dell’industria,   dei servizi… invece di rendere il lavoro, qualsiasi lavoro, il meno faticoso e pesante possibile  e il più sicuro possibile, lasciano che ci siano persone che lavorino  a salari insultanti, in condizioni  terribili. Ben  venga che lo facciano, come novelli schiavi,  quelli che approdano, in qualsiasi  modo, nel nostro territorio. Se non è razzismo questo!

Tornando alla filippica dell’Economist …  se proprio vogliamo andare per il sottile, il pulpito dal quale proviene la predica,  non è dei migliori, per coerenza e correttezza. Gli inglesi, ad onta del virtuoso inginocchiamento prepartita, francamente, non li hanno proprio coccolati, i loro giocatori di colore, fatti oggetto di insulti razzisti , improperi e persino minacce, per la non brillante  esecuzione dei rigori.
Che dire…  personalmente ritengo assai più sorprendente  questo che non l’assenza di giocatori di colore fra i neo campioni d’Europa così come trovo tristemente memorabili le violenze degne dei peggiori hooligans scatenati riservate ai tifosi italiani.

Ecco,  di quella notte indimenticabile resterà più questo, negli annali, che  la pigmentazione della pelle di chi vi gareggiava. Se ne faccia una ragione l’Economist e chiunque abbia il malvezzo di rivestire di mescolare l’informazione a personali rancori, adattandola e deformandola per i propri scopi.  

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Come di consueto, qui di seguito presento brevemente il numero on line da oggi. I titoli in grassetto sono link che portano direttamente ai relativi pezzi. Questo per consentire anche a chi ha poco tempo, di poter sfogliare più facilmente il giornale.

Le quote “di colore”

A.D.Z.

L’Italia che vorrei ma che è impossibile da realizzare

Massimo Nardi

Vorrei un’Italia in cui le persone che vi abitano (il termine cittadini fa troppo Rivoluzione francese!) fossero orgogliose di appartenere ad uno stato ordinato, con regole precise,  serio, affidabile, non debole con i forti e dotato di un sano patriottismo. Invece, ci troviamo di fronte ad un paese in cui ognuno si ritiene libero di fare, impunemente, ciò che gli pare.

Olimpiadi di tutti

Alberto Venturi

O le Olimpiadi si pongono su un piano diverso  come incontro dell’Umanità, oppure non hanno senso di essere, se i boicottaggi o le esclusioni alzano muri, l’incontro, il confronto e l’amicizia possono abbatterli e aprire varchi

Cenacolo letterario con Maria Callas

La Reine

Il Centro Via Vittorio Veneto dedica il terzo giovedì del mese a  donne che hanno lasciato un segno con la loro vita:  è stato il momento della grande Maria Callas

La Scuola e l’Italiano

Ugo Volpi

L’analfabetismo di ritorno registrato in tanti adulti, perfino diplomati, nasce dall’abbandono delle letture di libri, quotidiani, periodici; dall’abbandono di ogni scrittura creativa e articolata, dall’affidamento a social e televisione del proprio aggiornamento, con l’uso di un linguaggio semplificato e basico, come del resto sono basici (linguisticamente deprimenti) i testi delle canzoni più in voga e il linguaggio dei film.

La Compagnia H.O.T. Minds in concerto

Redazionale

Al  Binario 49 di  Reggio Emilia il nuovo concerto sulle canzoni rock’n roll degli anni ’50/’60/’70 della compagnia H.O.T. Minds. 

La Storia infinita: Est – Dittatura Last Minute

Francesco Saverio Marzaduri

Se non sapessimo che Est – Dittatura Last Minute, secondo lungometraggio di Antonio Pisu, è un film italiano, lo scambieremmo per un prodotto romeno indipendentemente dalla vicenda che fotografa: una fetta di tragica storia del Paese – la Romania sotto Ceausescu, due mesi prima del Ventun Dicembre – filtrata dagli occhi di tre cesenati sui ventiquattro anni, indirettamente vissuta sulla propria pelle.

Buona settimana e buona lettura del n. 758– 453.

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