Le piccole imprese sono da sempre palestre di democrazia e ne siamo consapevoli.

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Ci troviamo di fronte a parecchie sfide, sia di natura economica che sociale. Gli immigrati non sono una sorta di cloni indifferenziati della nostra identità o una ruota di scorta da utilizzare nelle congiunture sfavorevoli.Questo e altro il pensiero di Luigi Mai, presidente provinciale CNA

 

Presidente, lei ha un’azienda sua dove tutt’ora lavora. Questo l’aiuta a conoscere e ad affrontare i problemi dei consociati?

 

Indubbiamente l’esperienza sul campo è importante, ma occorre dire che le professionalità in CNA sono tali che questo problema di fatto non c’è. Piuttosto, essere imprenditore e nel contempo dirigente dell’Associazione mi stimola e mi porta a sperimentare le proposte dell’Associazione. Ad esempio, come CNA riteniamo che la nascita di imprese virtuali, vale a dire filiere di aziende che producono beni complementari possa essere decisiva per mantenersi competitivi sui mercati moderni. Ed è ciò che assieme ad alcuni colleghi abbiamo fatto, con risultati peraltro positivi>.

 

Sebbene CNA sia conosciutissima nell’ambiente, può chiarirci, per qualche addetto ai lavori, chi siete?

 

Siamo un’Associazione che raccoglie circa 21.000 imprenditori, in rappresentanza di 15.000 imprese, ed oltre 14.000 pensionati. CNA è organizzata in un sistema a rete di una ventina di società “di scopo” che erogano praticamente tutti i servizi utili all’impresa, dall’elaborazione delle buste paga alla medicina del lavoro, dall’amministrazione fiscale a quella tributaria, l’assistenza nei contenziosi di ogni natura, poi la qualità, gli adempimenti in materia di sicurezza ed ambiente. Prestazioni erogate attraverso una rete capillare di oltre 58 uffici sparsi in tutta la provincia.

Ma lavoriamo anche per i privati, ad esempio compilando le dichiarazioni dei redditi, e predisponendo ogni altro atto relativo alla previdenza (assegni familiari, eccetera)>.

 

Voi rappresentate una realtà significativa sul territorio: qual è la vostra ricetta vincente?

 

Non so se possiamo ritenerci vincenti. Certo, il fatto di essere arrivati a sessant’anni (li abbiamo festeggiati l’anno scorso), di avere una posizione di leadership sul mercato, ci conforta. La scelta? Quella di mettere al centro le esigenze degli imprenditori. E non parliamo di esigenze soltanto economiche, ma anche di bisogni sociali. Un’altra nostra caratteristica è quella di cercare di guardare avanti: Non è un caso, del resto, se CNA negli ultimi cinque anni è stata promotrice di diversi progetti che hanno ricevuto l’approvazione ed il sostegno dell’Unione Europea>.

 

Negli ultimi anni le vostre associate hanno dovuto affrontare profonde trasformazioni per mantenersi competitive. Oggi le vostre aziende associate sono a metà del guado o stanno raggiungendo la riva?

 

<E’ difficile generalizzare, perché stiamo vivendo una situazione economica davvero a macchia di leopardo, dove convivono fianco a fianco aziende in crisi ed altre che stanno comunque attraversando momenti positivi. Credo però che stia maturando la consapevolezza delle cose da fare, sia a li8vello organizzativo che finanziario, per mantenere o guadagnare competitività>.

 

E’ vero che lei è presidente soltanto da alcuni mesi, ma quali sono le innovazioni che ha apportato o che sta attuando?

 

<Innanzitutto vorrei eliminare ogni riferimento personale. E non si tratta di un rilievo formale, ma sostanziale: in CNA c’è davvero un gruppo che non è il risultato di una somma di persone. Si tratta di un gruppo che si muove nel solco della continuità rispetto a chi mi ha preceduto, per cui non si può parlare di un cambio di strategie. Del resto uno dei nostri slogan è “ripeterci senza essere ripetitivi”. Piuttosto, adeguiamo le nostre azioni ai tempi. Ora, ad esempio, stiamo puntando molto sull’area finanziaria perché riteniamo che alla vigilia di Basilea2 questa sia una delle aree  di maggiore criticità per le imprese. Poi ci sono tutte le iniziative rivolte a migliorare il clima aziendale. Proprio in questi giorni, ad esempio, stiamo lavorando sui meeting che riuniranno oltre 1.400 persone tra addetti ed imprenditori dirigenti>.

 

Qual è il traguardo che vorreste raggiungere?

 

<Noi ci siamo posti un obiettivo di 18.000 associati da raggiungere nell’arco di un triennio. Ma questo è solo un numero. In realtà, vorremmo continuare a rispondere alle esigenze degli imprenditori e, se possibile, ad anticiparle. Vogliamo continuare insomma ad essere un punto di riferimento per chi ci ha concesso la propria fiducia>.

 

La classe politica modenese è all’altezza per affrontare le sfide a cui sono sottoposte le imprese? E come interlocutori di governo è preferibile un manager o un politico?

 

<Cominciamo dalla seconda domanda. Non abbiamo dubbi sull’importanza della politica: manager ce ne sono già, nelle imprese come nelle associazioni. Occorre, invece, una classe politica che sappia mediare le varie istanze del territorio. Alcune risposte sono state positive, altre, pur nella loro efficienza, hanno impiegato molto tempo per essere implementate. Da questo punto di vista c’è bisogno di un salto in avanti, della capacità di rischiare, di prendere posizione pensando non all’interesse della propria compagnie, quanto a quello del territorio. Nel contesto attuale c’è bisogno di scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non possono essere prese con i tempi della politica. A nostro avviso queste competenze ci sono: occorre permettere loro di emergere>.

 

In generale come prevede il cammino da percorrere nel 2006?

 

<Ci troviamo di fronte a parecchie sfide, sia di natura economica che sociale. Tra le prime c’è sicuramente un contesto che sarebbe sbagliato identificare in una crisi congiunturale. La situazione che stiamo vivendo, in realtà, è il risultato della cosiddetta globalizzazione. Ed è da affrontare in quanto tal, non come situazione di emergenza. Richiede, cioè, interventi strutturali, non misure tampone. Tra gli impegni sociali credo opportuno ricordare il problema integrazione che ha assunto una deriva che non può essere arrestata, ma solo governata. Un problema che deve essere affrontato considerare l’immigrato come nuovo cittadino, parte essenziale della nostra comunità di oggi e soprattutto di quella di domani, sempre più caratterizzata da una globalizzazione interculturale. Per questo sarebbe più promettente aprire spazi di coprotagonismo, senza più considerare gli immigrati come una sorta di cloni indifferenziati della nostra identità o una ruota di scorta da utilizzare nelle congiunture sfavorevoli. In questa direzione il ruolo che possono assumere le piccole imprese, da sempre palestre di democrazia, è determinate. Noi, come imprenditori e come Associazione, ne siamo consapevoli. E siamo pronti>.

 

     

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