Le interviste di BICE : M° Adriano Taccini

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BICE intervista il M° Adriano Taccini, direttore del Coro Della Basilica della Beata Bergine del Castello di Fiorano 

Come è cominciata la vostra avventura?

 

Il Coro di Fiorano ha una storia lunga come il suo nome.

 

Il Coro Della Basilica della Beata Bergine del Castello di Fiorano si è costituito nel lontano 1990 su volontà del M° Marco Frigieri e di una schiera di amici, sull’onda di un coro che si era riunito per animare la S.S. Messa trasmessa su Rai 1 nell’ottobre del 1990

 

Io allora ero appena 17enne ed ero per così dire l’organista ufficiale della appena eletta Basilica. Era un periodo d’oro per il coro, tante persone, tanta voglia di fare. Poi verso la fine degli anni 90 il nostro direttore, che studiava canto presso il conservatorio, ha trovato la sua strada come corista nei maggiori cori dei teatri italiani, lasciando vacante il posto di direttore che per naturale prosecuzione ho raccolto, appoggiato da Marco Cavazzuti al mio posto come organista.

 

Da allora abbiamo maturato diverse esperienze, concerti, rassegne, momenti formativi. E tantissime collaborazioni.

 

Ad un certo punto ha assunto l’incarico di dirigere, una bella sfida

 

Diciamo che sono stato portato dagli eventi, e spinto tantissimo dalle persone che componevano in quel periodo il coro. Se me lo avessero chiesto qualche anno prima avrei sicuramente riso ad una idea per me impensabile, ma quando mi ci sono trovato in mezzo, sa come si dice, quando bisogna ballare, si balla.. e devo dire a guardare ad oggi, che per me è stata una bellissima danza

 

Parlando di direzione, non dobbiamo parlare solo del coro, giusto?

 

No, in effetti no. È l’amicizia con Mirko Bondi che mi ha portato ad altre esperienze. Attualmente dirigo, quando riesco e quando si può, la Banda di Fiorano e l’Ensamble Nino Rota. Sono tutte esperienze molto appaganti; riuscire a sentire la musica che si crea davanti alle persone che la eseguono, che sia attraverso degli strumenti o che sia con il canto, è una sensazione molto intensa e il direttore, quando tutto funziona bene, partecipa in questa armonia proprio perché il risultato arrivi a compimento.

 

Quali sono le maggiori difficoltà nel dirigere tante persone, con preparazione, competenze, cultura e voci diverse?

 

Per me la cosa più difficile è restare sempre “sul pezzo”. È un gioco di parole, ma nei due estremi un conto è dirigere il mio coro, dove la qualità che più è richiesta è la pazienza, un conto è dirigere una orchestra di persone semi professioniste. Quando posso lavorare con persone qualificate, che si aspettano da te la competenza necessaria e il carattere autoritario perché non sia l’orchestra stessa a dirigerti, mi concentro su aspetti molto più tecnici della direzione, e durante le sessioni di prove, oltre a far si che l’armonia di un brano si compia, si punta a trovare l’intenzione che il compositore ha cercato di esprimere.

 

Quando invece prepariamo il coro, che sia per un concerto o che sia per una liturgia, ci troviamo davanti a persone che portano il loro tempo e la loro voglia di fare con se, e che nel 90% dei casi non conoscono la scrittura musicale; in questi casi ci affidiamo solamente alla loro memoria musicale e durante l’esecuzione la gestualità della direzione deve essere totalmente espressiva e mnemonica così che i coristi ricordino quanto fatto durante le prove e lo mettano in atto.

 

Poi ci sono casi in cui non si dirige solamente musicisti o cantori, ma ci si deve incrociare con ballerini o con lettori o attori recitanti. Qui la complessità, ma anche il divertimento, aumenta..

 

Ma coro, ensamble, banda, sono tutte esperienze di volontariato. Cosa vi spinge ad investire così tanto tempo in queste attività?

 

Diciamo che ci sono diverse situazioni e considerazioni da fare. Ciò che accomuna tutte le esperienze di volontariato, credo, sia la volontà di investire del proprio tempo libero per amore proprio, e a vantaggio degli altri. Il canto corale nasce dalla storia del cattolicesimo e da sempre è legato all’accompagnamento della esecuzione liturgica. In questo contesto sono molti gli scritti in cui si evidenzia come la musica sia di elevazione dello spirito umano. Allo stesso modo avviene in tutte le altre esperienze, tra ensamble, orchestra e banda: investiamo del nostro tempo perché ci possa essere qualcosa da lasciare a chi ascolta, che sia in un concerto o in una celebrazione liturgica, o anche solamente per accompagnare un evento istituzionale. Al tempo stesso abbiamo un ritorno per il nostro ego e per il nostro piacere di ascoltare e fare buona musica.

 

Io per primo rientro in questa visione: ringraziando la famiglia che mi supporta (e mi sopporta…) in tutti questi impegni, ciò che più mi spinge ad uscire la sera per le prove, a studiare, a passare il tempo libero trascrivendo partiture, è il piacere che provo ad ascoltare il risultato finito e la gioia nel vedere sia le persone che hanno eseguito ,che quelle che hanno ascoltato, appagate dalla esperienza vissuta.

 

Quindi un impegno costante e assiduo?

 

L’impegno per chi canta o suona, generalmente, è quello di una sera alla settimana, si parla di due ore al massimo di prove per la durata di tutto l’anno, escluse le ferie estive. Poi quando ci si avvicina ai momenti di culmine, magari vicini ai concerti o comunque alle esecuzioni per cui ci si prepara, se non si è perfettamente pronti, l’impegno può aumentare.

 

Che cosa vorrebbe per il futuro delle corali o della musica in generale?

 

Stiamo vedendo un lento sgretolamento di quello che sono le fondamenta della nostra storia musicale. Se si parla con ragazzi giovani di musica classica o anche solo di lirica, molto più tradizionale, vieni guardato come un ottuso e/o vecchio. Posso fare un esempio molto recente: al nostro tradizionale concerto Natalizio, oltre al nostro coro si esibiscono i gruppi giovanili, e l’aria che si respira è che “noi siamo gli adulti, quelli che cantano quella roba li”. La musica di oggi, passatemi l’espressione, non è musica. Sono parole su un giro di accordi e questi, se ci fate caso, ultimamente, tra ritornello e corpo del brano musicale, non cambiano nemmeno più. Non credo si possa chiamare musica se confrontata anche solo a teorie musicali, come la melodia infinita di Wagner, per citarne una…

 

Portando anche parole di un nostro corista, siamo in un momento storico dove la musica è relegata solamente ad espressione del testo, e se a questo uniamo il fatto che la nostra società ormai si basa principalmente sull’esile equilibrio dei diversi egoismi personali di ciascuno, il risultato è che attività come cori, orchestre, serate di musica,
diventano un qualcosa di nicchia che funziona, in pratica, solamente per chi le esegue.

 

Mi piacerebbe un ritorno popolare alle origini della musica, ma per fare questo bisognerebbe cambiare tante cose, a partire dalle scuole e da come oggi il clero si comporta con chi fa musica, e la vedo molto difficile.

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