Le feste “rave” e l’errore di Dio

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Maria affronta argomenti secondo un suo modo personale di fare e di intendere “il giornalismo” anche se qualcuno vorrebbe far credere a Bice che la strada virtuosa da seguire sarebbe quella di attenersi alle “sacre regole” di un giornalismo “conformista”

Scontata, ma pur sempre divertente, è la versione della vita umana, auspicata da Woody Allen. Vita vissuta iniziando dalla fine, cioè con un catafalco, il nostro, dal quale ci rialziamo e, poi via via… tornando indietro, diventiamo persone mature, poi giovani, poi adolescenti, poi bambini, poi neonati…fino all’intuibile “morte” sicuramente meno tragica e sofferta di quella che, malauguratamente, Dio, facendo un errore, come si dice, ci ha riservato.

A parte questo, se ci pensiamo, la maggior parte della nostra esistenza è all’insegna dell’obbligo.

Obbligo a fare qualcosa che non vogliamo, o qualcosa che dobbiamo fare, o qualcosa che è necessario fare, quando gli altri (genitori, insegnanti, dirigenti, preti, etc.) decidono di farcela fare.

Siamo obbligati e costretti nella scuola,  nel lavoro, negli impegni vari, per almeno tre quarti della nostra vita e poi…il patatrac finale, l’errore di Dio di cui sopra, talvolta molto ravvicinato rispetto a quell’agognata meta, la pensione, sogno di ogni lavoratore.

Pensione sognata non perché siamo degli scansafatiche, no, ma perché in noi c’è il desiderio di essere padroni delle nostre giornate, del nostro tempo, impauriti e sgomenti che la vita scorra via, mentre noi eravamo occupati in tutt’altro.

Capisco la ribellione, la voglia di scrollarsi di dosso pregiudizi, impegni, convenzioni.

Capisco la voglia di staccarsi e differenziarsi dalla società che  appiattisce il pensiero, uniforma i corpi e le menti, crea e  livella i bisogni, impone consumi,  orari e scelte.

Discutibile, a mio avviso, è il modo di ribellarsi.

Perché è la stessa ribellione, la negazione del sistema,  a spingere tante persone, tanti giovani, a quella tipica forma di moderna anarchia che sono i rave-party.

La ribellione, per questi ragazzi, è , almeno ogni tanto, dare un calcio a tutto, rifiutando le feste convenzionali, le musiche che tutti ascoltano, i bei vestitini, le cose costose…scegliendo di organizzare feste tra i rifiuti di quella industrializzazione tanto esecrata, in capannoni degradati, in feste molto spesso illegali organizzate all’interno di aree industriali abbandonate o in spazi aperti, feste  della durata di una notte o anche di alcuni giorni. Feste nella libertà più assoluta.

In lingua  inglese rave significa “”delirio””, ma in senso lato indica la  voglia di svincolarsi da regole e convenzioni socialmente imposte,  pertanto il “rave-party” è la ricerca di una libertà totale fisica e mentale, espressa  attraverso il ballo, il sesso,  il consumo di droghe.

Purtroppo tutto ciò ha spesso conseguenze mortali, e le cronache periodicamente ci informano di malori fatali, soprattutto a giovanissime.[1]

Siamo un mistero, tutti, gli uni per gli altri, e il mistero, tanto più dolorosamente, emerge quando, all’improvviso, irrompe la tragedia e scopriamo che l’altro non è come noi lo immaginavamo e ciò che mostrava era una menzogna, era una maschera, di volta in volta adattata a situazioni e convenienze. Se, fra adulti, ciò è doloroso e fonte di infinito stupore e desolazione, scoprire, all’improvviso, che la festicciola cui la giovane figlia va è un rave party, che consuma droga,che è totalmente diversa da quello che appariva, deve essere, per dei genitori, un dolore superiore a ogni sopportazione.

Molte, troppe, sono le ragazze, apparentemente normali,che purtroppo sono morte, dopo aver partecipato a feste come queste, vittime della loro infinita ansia di libertà,  della voglia di scrollarsi di dosso ogni regola,  del desiderio di affermare la propria indipendenza dal “sistema” in qualunque modo, anche drogandosi con qualsiasi sostanza possibile, fino a morire.

Mi chiedo però se significhi davvero essere liberi, tutto questo, o non sia, piuttosto, un’altra forma di schiavitù.

Una schiavitù amara e pericolosa,  quella di partecipare ai rave che durano fino all’alba, nell’abiezione più totale, perché la regola è quella, come la regola è impasticcarsi, come la regola è stordirsi della  musica “non musica”  di un suono senza strumenti né spartiti, ma scandito da suoni elettronici e casse ritmiche, come la regola  è il sesso, usato come una qualsiasi altra funzione corporale, svincolato quindi  da ogni emozione e, ancora di più, dall’amore.

Anche se quest’ultimo è solo un aspetto, il meno pericoloso si direbbe, dei rave-party, io penso tuttavia che questi ragazzi si stiano perdendo qualcosa.

Nella loro sfrenata libertà, nella loro totale assenza di regole, forse non conosceranno mai il brivido, il turbamento e il fremito dell’innamoramento e della vera passione.

Sembrano  passati millenni da quando alla domanda  “Vuoi essere la mia ragazza?” una ragazza perbene prendeva tempo e  rispondeva “Te lo dico giovedì”.

Certo, roba da ridere, eppure…A furia di ridere, disprezzare,schiacciare e distruggere, in questo campo, come in ogni altro, non ci sarà più  molto da stare allegri.

 


[1] L’ultima in ordine di tempo, a  Siena – Uccisa da una dose massiccia di ketamina, un potente anestetico veterinario che sull’uomo ha effetti allucinogeni. Eleonora L., studentessa senese di 20 anni, è morta domenica mattina dopo aver trascorso il sabato sera a un rave party organizzato da gruppi di “”punkabbestia”” in un capanno di caccia nel territorio comunale di Sovicille, in provincia di Siena.

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