Le due orfanelle bianche

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Cosa accomuna due graziose diciottenni alle ""vedove bianche"" di qualche decennio addietro...
art. di Maria

 

Con le loro dichiarazioni hanno riempito le cronache di questi giorni, sono Ambra Battilana e Chiara Danese, ospiti “pentite” di una delle tante  feste notturne di Arcore, quella del 22 agosto 2010.

Riesce difficile giudicare come ingenue e sprovvedute queste diciottenni, graziose e belle, decise a mettere a profitto le loro doti.

Come pure  riesce difficile commuoversi, o anche semplicemente credere, alle loro vicissitudini, di ragazze normali, che ambiscono a  fare le commesse, a dare gli esami di maturità. Difficile immaginarle  come ragazze qualsiasi, come persone qualsiasi, travolte loro malgrado dal clamore scandalistico-giudiziario del “Rubygate”…Ora si dicono desiderose di  tornare a quell’anonimato nel quale sono tante e tante coetanee, graziose e belle quanto loro,  ma che hanno altri sogni e altri progetti per il loro futuro; futuro nel quale non trovano posto lavori come meteorina, ragazza immagine, e simili, ma lavori come l’insegnante, l’impiegata, l’infermiera (vera), la sarta, l’operatrice ecologica,  la poliziotta(vera), la segretaria, l’operaia e via dicendo. Professioni più impegnative, per le quali servono studio e preparazione, nelle quali c’è l’incertezza dell’assunzione, c’è la difficoltà di orari  e di sedi non confortevoli; c’è anche, particolare non trascurabile, una remunerazione che,  anche nella più favorevole delle ipotesi, è di certo a distanze siderali dai compensi  di cui si legge, in cronache dettagliatissime e che ormai ci escono dagli occhi, corrisposti  per una serata, per partecipazioni a feste, con annessi e connessi.

Magari con uno sforzo notevole, si può arrivare a scusare Chiara Danese e Ambra Battilana, in virtù della loro giovane età, che non consente loro di avere sufficiente maturità per scegliere le persone da frequentare  e le situazioni in cui mettersi.

Ma allora  sono due orfanelle. Bianche.

Bianche, già, come le vedove di qualche decennio addietro.

L’espressione “vedove bianche” è entrata nell’uso comune,  mutuata  dal giornalismo che così definiva le mogli degli emigrati all’estero; scherzosamente si estese la definizione alle mogli, o alle fidanzate, degli appassionati di calcio,  frequentatori assidui  degli stadi,  che lasciavano a casa le loro donne. Retaggio questo di un passato ormai non più attuale, dato che oggigiorno si contano innumerevoli appassionate e tifose fra le signore e signorine… Ma tutto è riconducibile alla condizione  delle donne che rivedevano i mariti nelle feste natalizie, o per i pochi giorni di vacanza, che  vivevano quindi per il resto dell’anno in una condizione di quasi vedovanza. Bianca, perché  era una vedovanza di fatto ma temporanea, alla quale si poteva porre rimedio, con il ritorno a casa dei mariti lontani.

Ma  esiste, secondo me,  una condizione attuale,  più grave e penalizzante, quella dell’«orfananza» bianca.

A differenza della vedovanza bianca, che fisicamente portava  i mariti lontani, ma che sicuramente   li lasciava vicini con il pensiero, con lo spirito di sacrificio,  con la progettualità comune per un futuro migliore,  qui non  si tratta di una «orfananza» fisica.

Qui l’abbandono non è fisico ma educativo ed etico, condizione nella quale i genitori, anche se affettuosi, non sono anche educatori per gli adolescenti, ma si limitano ad allevarli circondandoli  quanto più possibile, di benessere….il quale  da solo non basta per fare di un figlio e di una figlia delle persone vere, adulte e responsabili.

Dove sono queste madri?

Madri degne di questo nome, oneste, apprensive, severe al punto giusto, esempi da seguire per la figlia adolescente; madri in grado di educare con passione e allegria alla femminilità  e allo stesso tempo al riserbo, alla consapevolezza di sé e del proprio valore…consapevolezza non esclusivamente basata sull’aspetto e sul potere  che la bellezza innegabilmente dà a chi la possiede, qualunque cosa si decida di fare nella vita, ma che è errato considerare il solo passaporto per il successo.

Dove sono questi padri?

Padri degni di questo nome, un po’ severi, affettuosi, padri scherzosi e complici come nell’infanzia,ora quasi intimiditi dalla bellezza della figlia che cresce.

Adriano Celentano, quando ancora era  “solo” un cantante, e non gli era preso l’uzzolo di fare il miliardario di sinistra, cantava una c
anzone, Il tempo se ne va.
(1)

Forse non eccelsa, rispetto ad altre sue, intramontabili e bellissime, ma che, con semplicità e con una certa poesia, parlava di un padre che vede la figlia improvvisamente diventata grande.

E’ solo “una canzonetta”…certo, ma, al di là delle rime un po’ scontate, trovo certe strofe,dove si tratteggia la complessità e la magia del rapporto padre figlia, suggestive.…

Dove sono i genitori di queste ragazze, appena diciottenni, ma già con un book fotografico completissimo, già con un agente che cura i loro interessi, introducendole negli ambienti “giusti”, presentandole alle persone “giuste”…ritenendole altamente raccomandabili, come Lele Mora,come  Emilio Fede…

Forse, genitori più presenti sarebbero in grado di mettere in guarda le figlie da chi,ad esempio,  per affidare la lettura delle previsioni del tempo richiede alla candidata non una dizione almeno passabile, ma un fondoschiena  ineccepibile, oggetto di lunga valutazione, davvero umilante per la titolare del predetto, ancorchè ineccepibile, lato B.

Come pure potrebbe essere d’aiuto, piuttosto di un agente artistico, avere accanto una madre, non una madre ambiziosa e arrivista, o quantomeno imprudente e distratta,ma una madre vera, in grado di valutare il da farsi, quando si tratta di accompagnare la figlia adolescente a una festa notturna della quale è comunque difficile valutare le condizioni e l’epilogo…

 

Maria

 

(1) http://www.youtube.com/watch?v=wmmKcQ5ZsUk&feature=related

 

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