Le casse vuote dell’INPS

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Ancora debiti fuori controllo controllati, ancora probabili misure restrittive, senza mai fare un passo avanti per uscire dall’emergenza.

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di Alberto Venturi

Ti prende un senso di stanchezza a leggere la notizia che i trasferimenti statali non sono sufficienti a garantire l’equilibrio contabile del bilancio Inps, come evidenzia la Corte dei Conti, la quale suggerisce di  armonizzare le aliquote nel settore privato e di incrementare la previdenza complementare. A generare la crisi è soprattutto la cassa dei dipendenti statali e degli enti locali, il ché rende la cosa surreale,  visto che è lo stato che manda in crisi se stesso.

Quanto poi alla previdenza complementare, intesa come panacea per un futuro pensionistico migliore (scusate, sostenibile), è più facile da dire che non da fare, in un periodo nel quale i giovani non trovano lavoro e non sono certo nella condizione di avviare un qualsiasi percorso integrativo a quello obbligatorio di legge (quando c’è, se c’è e come è).

Per l’ennesima volta, dopo cento manovre che hanno allungato il periodo lavorativo, che hanno tagliato, scarnificato, inventato abomini come il riscatto (mai termine è stato più giusto, perché si tratta di riscatto da rapimento dei propri contributi versati), che hanno gradualmente trasformato la pensione dal sistema retributivo al sistema contributivo, ancora non ci siamo, bisogna inventarsi altri tagli e altri sacrifici. Viene da dire, in un impeto di qualunquismo, debordante a causa della indignazione che non trova sfogo, prima vi tagliate le vostre, lorsignori (deputati, senatori, burocrati, dirigenti dell’Inps ecc.); ma non si può, non è giusto e non servirebbe a niente.Invece di annunci su annunci, di twitter e dichiarazioni lampo con gli occhi da pesce lesso che fissano le telecamere, il nuovo governo di Matteo Renzi elabori una riforma che sia sostenibile nel lungo periodo; ce la venga a spiegare in televisione, con il tempo necessario e cominci con ridurre la burocrazia che costa, perché richiede tempi, energie, addetti. Vale per le pensioni come vale per ogni altro ambito che riguarda la politica e le istituzioni. Proviamo ad uscire dall’emergenza cronica e a pianificare per il lungo periodo, vincolando l’operato non di un solo governo perché programmare soltanto per il tempo del proprio mandato, significa in Italia ormai ridursi a un’ottica di settimane e non ci sta alcuna riforma in un tempo simile; ci sta soltanto un ennesimo intervento tampone, dolorosissimo per i più deboli, che non risolve alcun problema, ma tenta solo di diluirli un po’.

 

Le casse vuote dell’Inps ed i giochi di prestigio di Monti ‘il grigio’

 

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di Gianni Galeotti

 Ormai sparare sugli sprechi e le iniquità degli enti pubblici e sull’ex governo Monti è cosa facile, ma mai come nel caso dei problemi dell’inps sembra essere opportuno farlo.

 

 

E’ nel governo Monti, infatti, il governo che per legge ha disposto l’accorpamento dell’Inpdap e dell’Inps, che è da ricercare una delle cause del passaggio dell’INPS, e dei suoi conti,  dalle stelle alle stalle. Al di la dello scandalo (tutto legale) dei molteplici incarichi del Presidente Mastrapasqua l’Inps non piange per lui, bensì per Monti il grigio che come uno stregone di una saga fantasy è riuscito a scaricare in un giorno sui conti dell’Istituto Nazionale di previdenza sociale, che ha sempre avuto conti in ordine e bilancio in attivo grazie alle entrate basate sui contributi realmente versate da imprese e dipendenti del settore privato e su un calcolo delle pensioni erogate basate sul metodo contributivo, tutte le passività dell’Inpdap, Istituto nazionale di previdenza ed assistenza per i dipendenti della pubblica amministrazione; un elefante burocratico che erogava pensioni non sulla base del metodo contributivo (basato appunto sui contributi realmente versati), ma sulla base dello stipendio guadagnato. Un sistema che ha generato negli anni un passivo miliardario e difficilmente sostenibile Oggi anche dalle casse robuste dell’Inps nel quale è confluito. Invece di trovare un rimedio al male dell’Inpdap Monti, preso come Prodi dalla smania di ben figurare agli occhi dell’Europa, ha deciso di distribuire il passivo sull’Inps facendolo subito ammalare. Di fatto come mettere la polvere sotto il tappeto per mostrare che la casa è in ordine.

La decisione di Monti di fondere i due istituti ha fatto emergere un problema (per il nuovo mega-istituto) da 8 miliardi di euro, nascosti appunto sotto il tappeto. Ma con la fusione dei due istituti il tappeto si è levato e la polvere si è vista: una polvere pesante e velenosa, la stessa che non a caso nel 2006 il governo Prodi aveva tentato di nascondere. In quel periodo All’Inpdap lo Stato avrebbe dovuto dare più di 8 miliardi di euro di contributi non versati per il periodo da quando l’istituto era stato creato, nel 1994, e regolarmente maturati dai dipendenti pubblici. Anche all’epoca, forse per mostrare i conti in ordine all’Europa, in nome della quale il professore Bolognese cinque anni prima aveva posto il cambio devastante lira-dollaro, il governo non trasferì tutti gli 8 miliardi all’Inpdap. Oggi i nodi vengono al pettine ed i castelli crollano, come è successo per i guai di Roma capitale e per mille altri ambiti in cui il pubblico è vissuto al di sopra di ogni possibilità economica garantendo ed alimentando privilegi che alla lunga si sarebbero dimostrati insostenibili. Ora che il dato è tratto ed il danno è fatto la prospettiva sarebbe quella di eliminare da subito quelli che risultano i privilegi incancreniti nel settore pubblico, applicando gli stessi meccanismi del settore privato, e gestire una fase di emergenza fino a quando il sistema supererà lo tzunami e tornerà in una situazione di equilibrio. Cosa che è ottimistico giudicare fattibile e possibile. La riforma delle pensioni, quando è stata fatta, è stata annullata sistematicamente dai governi che si sono succeduti, vanificando di volta in volta, per onorare slogan elettorali, gli sforzi fatti per modificare di volta in volta il sistema, per tararlo ad una società cambiata ed al punto da continuare a garantire non tanto la quantità ma l’esistenza stessa delle pensioni. E visto che anche su questo fronte, ogni riforma è stata o annullata o rimasta lettera morta, credo che la pensione, per chi Oggii entra nel mondo del lavoro possa essere considerata una chimera. Ben che vada si potranno garantire diritti acquisiti, ma non certo crearne di nuovi se non ripensando un sistema in una chiave sempre più privatistica, con tutti i rischi e le opportunità del caso.

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