Le carceri scoppiano!

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(di poveracci, di emarginati sociali!)

Su un punto sono tutti d’accordo: le carceri scoppiano.

C’è un discreto accordo, almeno a livello di pubbliche dichiarazioni, anche sul fatto che la situazione nelle carceri è disumana e in netto contrasto con le norme costituzionali (art. 27). Ma l’accordo finisce qui.

È lecito chiedersi perché siamo giunti a questo punto?

Crediamo di sì, ma nessuno lo fa.

Ci si ferma alla nuda denuncia del fatto. Sui giornali si leggono i numeri: la percentuale dell’aumento dei detenuti e lo squilibrio crescente tra agenti penitenziari (sempre gli stessi), e detenuti. E basta!

Bisogna costruire nuove carceri! Dice il Ministro Alfano e i giornali gli fanno eco creando un enorme “spot”. E si fanno piani precisi, lungimiranti… ma poi non si riesce nemmeno ad aprire le carceri già terminate (come a Rieti o Reggio Calabria), per mancanza di personale e dei fondi per farle funzionare.

Niente invece sui meccanismi che, da qualche anno, hanno portato a questa situazione.

I reati non sono aumentati, le statistiche stanno lì a dimostrarlo.

Non c’è quindi una relazione tra l’aumento della carcerazione e l’aumento dei reati.

Questo significa allora che si puniscono sempre di più con il carcere anche reati lievi, anche situazioni di vita in cui sempre più persone si vengono a trovare.

Sono due le condizioni che portano in carcere con maggiore frequenza: 1) la condizione di clandestinità; 2) la condizione di tossicodipendenza; che molto spesso si intrecciano e si combinano.

La terza è la recidiva, perché così come stanno le cose, chi si trova in quelle condizioni in carcere ci torna poco dopo esserne uscito, e con pene sempre crescenti.

E il carcere si riempie sempre più di emarginati sociali, di poveracci che nulla hanno a che fare con la grande e vera criminalità (se non, qualche volta, per divenirne la preda e la manovalanza…).

E la pena non serve a nulla, se non a tener lì, delle persone chiuse per un periodo più o meno lungo, nella disperazione, nella rabbia o al massimo nella rassegnazione o, qualche volta, nello stupore di trovarsi lì. Il carcere non svolge se non su una percentuale molto bassa di detenuti la funzione di rieducazione e di recupero sociale:

Il 32% dei circa 90 mila arrestati all’anno resta in carcere non più di tre giorni. In tre giorni non si può avviare nessun percorso di riabilitazione, è soltanto uno spreco di risorse.

Il 70% dei detenuti è in attesa di giudizio,  per loro non è previsto nessun tipo di intervento, perché ufficialmente sono innocenti, sono solo in custodia cautelare.

 E, non si dice tanto, ma in carcere non mancano solo gli agenti, ma anche le figure che dovrebbero agire nell’area trattamentale, criminologi, psicologi, educatori, personale amministrativo.

Cosa fare?

La strada da percorrere è una riforma del codice penale che trovi il coraggio di mettere un freno all’ossessione, purtroppo sempre crescente, perché alimentata, della pena detentiva come unica risposta ai problemi della sicurezza.

Andrebbero ripensate e riscritte soprattutto le leggi sulle droghe, sull’immigrazione e sulla recidiva. Anche la custodia cautelare viene oggi utilizzata in maniera eccessiva.

Sono però cose che richiedono volontà politica e tempi lunghi; nella passata legislatura è stata messo a punto un progetto di riforma del codice penale … che ora è arenato.

E nell’immediato?

Occorre ridare slancio all’attuazione della legge Gozzini che prevede l’uso di misure alternative. Le persone con un residuo di pena inferiore all’anno potrebbero scontarlo fuori dal carcere, in un percorso di reinserimento lavorativo controllato, che abbasserebbe drasticamente il tasso di recidiva, come è dimostrato dalle  stesse statistiche del ministero.

Si potrebbe riprendere il progetto di legge del guardasigilli Alfano là dove prevede l’istituto della sospensione del processo penale con la messa alla prova per chi, incensurato, sia accusato di aver commesso un reato punito con una pena non superiore a quattro anni di reclusione, con l’obbligo di prestare un lavoro utile non retribuito per un periodo limitato.

Il progetto ha però incontrato un’opposizione netta in sede del Consiglio dei Ministri.

E la misura dell’espulsione invocata per alleggerire il carcere dalla presenza di stranieri? È già prevista dal 2000, ma è stata attuata solo poche volte, perché mancano gli accordi di riammissione con i paesi di origine, è difficile attribuire un’identità certa alle persone da espellere e poi risulta impraticabile rimandare le persone nei posti da cui si fugge. E quando qualche straniero insiste per essere espulso, la procedura davanti all’Ufficio del Giudice di Sorveglianza è lunga e in molti casi inutile!

Il sovraffollamento non riguarda solo Modena, anche se la regione Emilia Romagna ha lo squilibrio più alto nel rapporto tra detenuti e agenti in servizio.

Si potrebbe almeno pensare, tutte le Istituzioni insieme, come fare per evitare il transito nel carcere a quelle persone che vi rimarranno uno o due giorni prima della convalida dell’arresto… che avviene di norma solo per il 10% di loro. In altre città ci stanno provando

Le cose non si risolvono con nuove carceri che nascono già sovraffollate, ma portando l’esecuzione della pena (anche!) fuori dal carc ere e costruendo nuove pene capaci di rendere un vero servizio alla persona e alla collettivita’  

 

I volontari del gruppo Carcere – Città

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