L’analisi di Cesare Romiti sull’Italia di oggi da ricostruire Possibilmente senza più Guelfi e Ghibellini

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Considerazioni e riflessioni sull'intervista rilasciata  a Il Corriere della Sera dallo storico  ex numero uno di Fiat, rimasto al volante della più grande impresa italiana per 22 anni.

 


 

 “L’Italia è da ricostruire. Come dopo la guerra.  Sono molto angosciato per il mio Paese, in  particolare per il debito pubblico e la  disoccupazione. Manca il lavoro, quindi manca  tutto: prospettive, dignità, fiducia. Fortunati i  centomila che sono potuti andare all’estero”.

 “Riguardo al job act, il governo ha avuto un  approccio tutto politico, ma è come comprare  una bellissima cornice e non metterci dentro il quadro. Tu puoi fare la legge migliore del mondo e ho qualche dubbio che questa lo sia, però non sarà una legge a creare lavoro. La legge può creare le condizioni, ma poi servono investimenti pubblici e privati”.

Non l’ho scritto, ma avrei voluto e mi fa un certo effetto condividere moltissimo dell’intervista rilasciata da Cesare Romiti a Il Corriere della Sera, per oltre vent’anni alla guida di Fiat, che ai suoi tempi consideravo uno di destra; ma Renzi riesce a fare apparire perfino Romiti un estremista, uno che riconosce: “Non parlo della Fiat. Non è più un’azienda italiana”, ma dice anche “L’Italia umiliata dal fascismo e distrutta dalla guerra ebbe il Piano Marshall. Ma l’America di oggi non è quella di Roosevelt e Truman (e, aggiungo io, oggi si è ridotta a scegliere fra Trump e Hillary Clinton) e gli scambi internazionali sono in calo. Dobbiamo trovare la forza del riscatto dentro noi stessi. Mettiamo al lavoro i giovani, i disoccupati, i cassintegrati”.

Come non dare ragione a Romiti quando, riferito a Renzi, non nasconde un po’ di delusione e sul governo: “A parte qualche eccezione, il livello è insufficiente”. Renzi “non doveva dividere il Paese, drammatizzare il Referendum. Certo, la responsabilità è anche dei suoi avversari, siamo la terra dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma neppure nel 1948 ci siamo lacerati così. De Gasperi e Togliatti, al di là di qualche eccesso verbale, si rispettavano. Avevano scritto insieme la Costituzione. Oggi un referendum sulla riforma della Costituzione viene presentato come un giudizio universale, o se si preferisce un derby calcistico. Sento insulti e toni che nel ’48 non si sentivano. Sono tutti ossessionati, prescindono dai contenuti. Invece dobbiamo restare uniti”.

Se dialogassi con Romiti, lasciando da parte la distanza siderale in termini di conoscenze, esperienza e capacità, che farebbe di me poco più di un ascoltatore, sono convinto che emergerebbero maggiori differenze che condivisioni perché la distinzione fra moderati e progressisti, fra destra e sinistra, ha un senso e converrebbe a tutti valorizzarla.

Però dialogare con Romiti potrei; perché invece, se alla parola Referendum ne aggiungo una qualsiasi altra, scegliete voi quale, pro o contro o pure soltanto dubitativa, sarei immediatamente scomunicato dai ‘Mille e non più mille’ dell’una o dell’altra parte. Sarà dura fare venire il 4 dicembre, ma sono sicuro che il 5, come il primo giorno dopo l’anno Mille, sarà soltanto il giorno dopo.

 

 

 

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