L’addove esiste …

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Questa è un'escursione in agro-dolce che il Direttore di Bice ci propone come premessa e promessa di ulteriori approfondimenti.

Qualche mese fa, per l’esattezza in gennaio, si è tenuto un concorso per aspiranti magistrati.

Di quanto accadde in quel concorso si occuparono molti quotidiani [1] ; non tanto per la “scrematura” fra i candidati: di quarantatremila aspiranti furono solo diciottomila gli ammessi agli scritti; fra questi, solo seimila si presentarono alla prova scritta e solo quattromila hanno consegnato gli elaborati. Di questo dieci per cento della mandria di partenza, solo l’otto per cento, per l’esattezza trecentoquarantadue, è stato ammesso agli orali.

Non fu tanto per questa micidiale, ma salutare ecatombe, dicevo, che gli aspiranti giudici e pubblici ministeri assursero agli onori della cronaca, quanto per la loro formazione culturale e, in particolare, per l’indecente conoscenza di ortografia, grammatica e sintassi della lingua italiana; parafrasando il Prof. D’Arbela [2] , si è trattato di “una sorta di baccanale ignobile di indegni spropositi”. Non dimentichiamo che si sta parlando di individui che hanno in capo l’alloro della laurea e che un domani, Dio non voglia, disporranno del nostro buon diritto nei tribunali o, peggio, della nostra vita, decidendo carcerazioni o pene di natura varia.

Nonostante la riservatezza dei componenti della commissione d’esame, alcune preziose chicche (una è stata utilizzata come titolo dell’articolo [3] , altre ve le narrerò nei prossimi articoli) sono trapelate ed hanno consentito ai quotidiani di pubblicare una gustosa, divertente, ma altrettanto tragica, aneddotica.

È pur vero che abbiamo già sotto gli occhi una sconfinata messe di esempi probatori di quanto miseranda sia talvolta la cultura dei burocrati che affollano l’apparato giudiziario: è sufficiente ascoltare l’eloquio di certi ex funzionari statali, divenuti dapprima capipopolo e poi pervenuti alla scranna ministeriale, noti per il viscerale, smisurato amore per la sintassi e per come azzeccano il congiuntivo, oppure basta la lettura di certe sentenze, scritte in italiano ignobile, per farsene una fondata ragione.

Mi sarebbe quindi agevole proseguire a lanciare strali ed olio bollente verso questo, codesto o quello, ma sarebbe un po’ scontato ed un po’ troppo fine a sé stesso.

Vorrei invece trarre spunto dal quadro emblematico emerso dalla vicenda che vi ho riassunto, per proporre anzitutto una riflessione e, successivamente, per svolgere un’analisi obiettiva e severa sull’ordinamento scolastico a partire dalle radici, ab ovo, ossia dalle scuole elementari, o primarie che dir si voglia.

La riflessione: il caprone laureato che ha scritto “l’addove esiste” (ovviamente non può trattarsi di refuso involontario), è stato, illo tempore, promosso in quarta elementare e poi in quinta. Ha superato le scuole medie inferiori, probabilmente il liceo, la maturità, i vari esami universitari e, verosimilmente, avrà anche scritto una tesi. Com’è possibile che ciò sia avvenuto ed avvenga? Com’è possibile che il presidente del collegio giudicante, dott. Matteo Frasca, giudice di Corte d’Appello a Palermo, abbia affermato testualmente:

         Ci siamo trovati a fare la disarmante constatazione che in alcune prove c’erano errori di ortografia e grammatica, testimonianza di una mancanza formativa non emendabile ”.

E ancora:

          Se il mio maestro delle elementari avesse visto in un mio compito verbi coniugati come in certe prove che ci sono s
tate consegnate, mi avrebbe dato una bacchettata sulle dita.
[4]

Reminiscenza personale: in terza elementare, in un componimento, scrissi “d’orato”: fui tradito dalla similitudine con la grafia di “d’oro”. Come potete constatare me ne ricordo ancora.

Non può non apparire evidente a tutti noi che il fatto veramente scandaloso, indecente, indegno di un Paese con un barlume di civiltà, non risiede tanto nel fatto che vi siano semi-analfabeti o persone che al mercato scrivono sul cartello “quì abiamo pescie freskisimo”, nonostante la scuola dell’obbligo: non è una bella cosa, ma la crassa ignoranza purtroppo è sempre esistita e talvolta, seppur molto raramente, ha anche motivazioni o giustificazioni ragionevolmente fondate.

L’obbrobrio risiede nel fatto che i pii bovi e le pie capre abbiano superato e superino tutti gli esami, maturità compresa, e giungano alla laurea.

Rivolgendosi a costoro il Prof. D’Arbela avrebbe tuonato così: “le scimmie urlatrici del Brasile certissimamente scriverebbero e risponderebbero molto meglio di lor signori”. Non so immaginare in quale modo egli avrebbe qualificato i loro cosiddetti “docenti”.

Senza considerare che, con semplice processo logico deduttivo, è possibile immaginare, con ottime probabilità di successo, il livello di conoscenza e di approfondimento di codesti soggetti nelle altre discipline.

Tutto ciò ci fa desiderare ardentemente di indirizzare ai cosiddetti “docenti” che hanno promosso regolarmente i ciuchi matricolati un sonoro: “Vergognatevi, armento d’incapaci e andate ad ammucchiare letame e pollina: la terra ha sempre bisogno di braccia”.

Tutto ciò ci fa sdegnare, non trattandosi di casi isolati bensì di una vasta marea (le cifre ve le ho date all’inizio e mi sono riferito ad un solo concorso).

Tutto ciò però, di là dalle invettive e dall’indignazione, non può non scuoterci, non può non indurci ad esigere in termini imperiosi ed urgenti, da parte di chi ha avuto il mandato per governare, un radicale cambiamento di rotta in tutto l’ordinamento scolastico.

A cominciare dalle scuole elementari, perché lì vengono posti i primi mattoni della conoscenza, della metodologia di studio, della formazione, della disciplina e dell’educazione.

Ormai sono trascorsi troppi decenni dalle mie esperienze personali perché se ne possa trarre un insegnamento oggettivamente utile: tutt’al più in qualche raro caso azzarderò qualche confronto.

E allora, per non peccare di superficialità e per conoscere almeno nelle linee portanti la realtà attuale della scuola elementare, mi sono rivolto ad un’insegnante.

Poiché mi ha chiesto di poter mantenere l’anonimato, ed io intendo rispettare il suo desiderio, mi limiterò a dirvi che esercita con passione l’insegnamento elementare da circa venticinque anni nella scuola pubblica. Ciò significa che per cinque volte ha accolto bimbi incapaci di leggere e scrivere e, prendendoli per mano, li ha condotti in quinta, fin sulla soglia delle medie inferiori.

A lei dunque mi sono affidato, attraverso una sorta di intervista, per cercare di conoscere e capire come si svolge l’attività scolare e per cogliere, quando vi siano, lacune, discrepanze, limiti, errori d’impostazione.

Sarà il tema dei prossimi articoli: cominceremo dalle materie di studio, dai programmi e dall’evoluzione cognitiva degli alunni nel corso del primo lustro di scuola.

Poi affronteremo argomenti considerati urticanti: disciplina, ubbidienza, castigo, valutazione, selezione, merito, bocciatura.

Il tutto per tentare di dare una spiegazione al fatto che uno che scrive “l’addove esiste” o altri strafalcioni consimili, sia laureato ed osi aspirare ad entrare in magistratura, così come avrebbe potuto ambire ad esercitare la professione medica o ad insegnare.

Il tutto per chiedere con risoluta fermezza la rimozione subitanea dalle cattedre di coloro che hanno regolarmente e sistematicamente promosso i ciuchi.

Il tutto per esigere perentoriamente che ciò non possa più accadere. Per nessun motivo.



[1] La Repubblica – La Stampa: 7 gennaio 2008 pag. 17

[2] Edmondo D’Arbela: temibile docente al Liceo Parini di Milano. http://www.liceoparini.it/pariniweb/amarcord/luigimajno.htm

[3] La Repubblica: 14 gennaio 2008 pag. 23

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