L’abitudine ai morti

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Non possiamo giudicare i morti con le statistiche e gli algoritmi. Ogni persona è un patrimonio unico e insostituibile; ogni morte è una perdita e un impoverimento. Come scriveva Karl Popper: “Ogni qualvolta muore un uomo, è un universo intero a venire distrutto. Ce ne rendiamo conto non appena ci identifichiamo con quell’uomo”.

 


In Italia soltanto 224 decessi in un giorno (8 maggio). Stiamo migliorando!

A mente fredda è un numero spaventoso, ma scivola nell’assuefazione di quattordici mesi sotto coronavirus.

Ci siamo prima spaventati, poi commossi per quella fila di autocarri militari nella notte. Quindi, pian piano, abbiamo abituato gli occhi a guardare avanti, dove una luce indica la fine del tunnel, senza più preoccuparci di quanti attorno a noi fermavano il loro cammino.

I parenti, gli amici, i compaesani, certo! Per loro e con loro abbiamo condiviso il dolore, ma quel numero che stampa e tv ogni giorno ci hanno comunicato, è diventato sempre più freddo, più insignificante e dire che le vittime sono state 718 il 9 aprile; 559 il 23 marzo e numeri simili nei altri giorni.

Fossero l’effetto di una bomba il mondo intero girerebbe lo sguardo, attonito, ma non quando tutti i giorni, alla stessa ora, ti snocciolano numeri che fatichi a digerire e allora li lasciamo cadere nel mare delle notizie di ogni giorno.

Non ci interessa più; ci interessa solo sapere quando si riapre. Il problema sanitario ha lasciato il passo a quello economico e fin qui è comprensibile, ma anche a quello dei nostri comodi, perché non hanno giustificazioni la festa per lo scudetto dell’Inter, le movida, la stupidità di troppi giovani a cui andrebbe messa una maschera di ferro, come nel romanzo di Dumas, visto che non riescono a portarne una normale.

Facciamo finta di nulla, ma è una guerra e come in guerra ai morti occorre aggiungere gli invalidi e coloro che non trovano più un equilibrio psichico; anche con il coronavirus gli strascichi in chi è guarito e l’indebolimento psicofisico creeranno altro dolore e forme di invalidità.

In Italia abbiamo superato i 122.000 decessi, secondo alcuni studi in realtà dovremmo conteggiarne 170.000. Qualcuno sostiene che abbiamo perso una generazione di anziani; fortunatamente non è vero. L’Istat ci informa che al primo gennaio 2019 erano 7.058.755 gli Italiani over 75 anni, dei quali 4.330.074 queli con più di 80 anni.

Ma non possiamo giudicare i morti con le statistiche e gli algoritmi. Ogni persona è un patrimonio unico e insostituibile; ogni morte è una perdita e un impoverimento. Come scriveva Karl Popper: “Ogni qualvolta muore un uomo, è un universo intero a venire distrutto. Ce ne rendiamo conto non appena ci identifichiamo con quell’uomo”.

Ecco perché quei 224 decessi dell’8 maggio non dovrebbero lasciarci indifferenti.

 

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