La Shoah è soprattutto una tragedia dei non ebrei

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Ad Anna Foa, storica dell'età moderna alla «Sapienza» di Roma e autrice di un volume sugli «Ebrei e l'Europa abbiamo proposto di riflettere su questo tema in vista del «Giorno della memoria» che viene celebrato annualmente in Italia il 27 gennaio

Professoressa Foa, l’elaborazione del lutto, si avvale di certi rituali per superare la ferita della morte. Da parte ebraica questi rituali sono quelli della museificazione dell’Olocausto?


«In effetti, penso che questa giornata dedicata alla memoria, le mostre, i musei, adozione di segni distintivi della memoria, il ricordo dei nomi di quelli che altrimenti andrebbero smarriti, tutto questo è già l’elaborazione che va fatta della tragedia. D’altra parte, la memoria non è soltanto ricordo o mantenimento del ricordo, è piuttosto una costruzione continua. E se guardiamo alla storia della Shoah vediamo che non è stata una costruzione semplice: all’inizio ci fu una rimozione generale, sia da parte ebraica che non ebraica. La categoria dello sterminio non emergeva dall’universo delle disgrazie della guerra. Poi, dieci anni dopo, comincia questa costruzione della memoria».


Che significato può avere la Shoah per chi non fa parte della cultura ebraica o per chi nasce oggi?

 

«Bisogna distinguere due piani nella domanda che lei mi fa. Riguardo a chi ha vissuto l’epoca dell’olocausto, penso che si possa dire che la Shoah è soprattutto una tragedia dei non ebrei…»

 

In che senso?


E’ una tragedia che riguarda tutti quelli che hanno vissuto il fatto mentre si realizzava. La Shoah ha eliminato sei milioni di ebrei, ma ha anche alimentato nella coscienza di molti rimorsi che pesano tuttora. Sulle nuove generazioni invece va preso atto che viviamo in un mondo diverso; ma non possiamo dimenticare che dopo la Shoah vi sono stati altri massacri o genocidi simili. Ai giovani dobbiamo dare una nuova memoria, che non può essere fossilizzata e deve rispondere ad alcune domande: una, per esempio, non è tanto cosa fare perché questo non accada di nuovo, come diceva molti anni fa Primo Levi, ma piuttosto come fare affinché non avvenga sotto nuove forme.


Dare un immagine concreta della Shoah è assai difficile, anche per la mancanza di un museo della cultura materiale ebraica. Non le pare che un’operazione di questo tipo possa diventare propedeutica anche alle nuove generazioni?


«È molto difficile museificare la Shoah. Quando anni fa, come consulente del nascente museo ebraico di Bologna, con altri provammo a immaginare uno spazio adeguato, fatto di pochi oggetti, quel che ne emerse alla fine fu una stanza vuota. Una piccola stanzetta con dei nomi e alcune scritte, ma in definitiva vuota. Ed è tipico di altri musei ebraici dove prevalgono le parole e qualche immagine. Penso, in realtà, che spesso museificazione voglia dire fossilizzazione, un uso pubblico e politico della memoria della Shoah. Normalmente, però, questi luoghi della memoria appartengono a tutti. C’è stata, è vero, una storia controversa sugli spazi dedicati al giorno della memoria

 

Ultimamente si è riparlato di Shoah con un accostamento alle foibe. L’Olocausto può diventare l’emblema di altre forme di sterminio, che non entrano in contatto diretto, ma hanno una risonanza piuttosto simile restano legate alla memoria collettiva?


«Così si tocca uno dei punti più vivi del dibattito, quello dell’unicità o meno della Shoah. In un certo senso, si può dire che l’Olocausto sia stato caratterizzato da alcuni elementi forti che lo rendono unico nella storia: la pianificazione dello sterminio di un intero popolo per ciò che era e non per altro. In questo, va detto che è stato preceduto dal genocidio armeno; ma anche in tempi recenti si sono verificati stermini accostabili alla Shoah, penso al Ruanda o alla pulizia etnica. Le foibe mi sembrano invece un fatto di tipo politico: sono stati sterminati gli italiani che erano oppositori del regime di Tito o quelli che sembravano tali. L’esempio della Cambogia, dove tutti quelli che portavano gli occhiali venivano eliminati da Pol Pot, è più vicino all’essenza tragica della Shoah: anche là furono eliminati in massa uomini, donne e bambini per quello che erano, con assoluta indifferenza per l’età, il sesso, la condizione sociale o fisica. Preso atto di questo, può essere utile fare della Shoah, pur senza esagerare, un paradigma dello sterminio da condannare; ma attenti a non trasformare ogni cosa in un olocausto, altrimenti compiamo una operazione simile a quella dei religiosi ultraortodossi israeliani, per i quali, dalle crociate in poi, ogni martirio e ogni uccisione si equivalgono, mentre non è affatto vero».

 

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