La scatola troppo piena del riformismo

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Può essere una bella parola il riformismo, perché indica la negazione di ogni spinta rivoluzionaria o di conservatorismo, a favore di un percorso graduale da realizzare attraverso strumenti legislativi che modifichino il sistema senza abbatterlo. Nella seconda metà del secolo scorso ha definito i partiti dell’area socialista che hanno abbandonato l’ideologia marxista, preferendo correggere il capitalismo invece di abbatterlo.

Piero Sansonetti, su Il Riformista, ritiene che “questa crisi del Pd possa rappresentare l’inizio di una sinistra moderna, “che decida di essere riformista davvero, liberale e socialista, una forza libertaria, garantista, cioè quello che non è mai stata. Provo a immaginare una sinistra che decide di mantenere al suo interno il meglio delle idee e dei valori e delle tradizioni dei partiti che l’hanno originata (il vecchio Pci, la vecchia Dc, il vecchio Psi) ma di andare oltre, di ritrovare una sua identità in questo secolo”.

 

Riformista. Che vuole cambiare. Giusto! Ma se apro la scatola del riformismo ci trovo dentro di tutto. Che il sistema Italia necessiti di una revisione è evidente, anzi imprescindibile, per cui tutte le forze politiche invocano riforme. In che direzione? Deve pagare di più chi ha di più; ma in che percentuale? La sanità deve essere pubblica o deve coinvolgere sempre più i privati? E l’acqua. Cosa si intende per ‘pubblica’ come hanno chiesto gli elettori? E il Senato? Senz’altro così è un doppione. Bisogna recuperare l’idea di Renzi o pensare alla sua abolizione? La pubblica amministrazione deve essere più leggera o più efficiente, deve dimagrire o deve sfruttare al massimo le sue potenzialità.

 

Il riformismo non è oggi una categoria sufficiente. Bisogna scegliere cosa mettere in quella scatola e cosa scartare. E’ quello che non hanno saputo fare tra loro il Pd, Leu, Il M5S e Italia Viva, ma non l’ha saputo fare neanche il Pd all’interno del suo partito.

 

Se vuoi scegliere i compagni di viaggio sarà bene accertarti quale sia la meta, ma anche la strada che intendi percorrere per arrivarci.

 

Insomma, bisognerebbe parlare meno di formule e più di programmi. Nel caso del Pd bisogna fare un ulteriore passo indietro. Come ha scritto Sansonetti è necessario recuperare le idee e i valori dell’area cattolica, dell’area socialista e dell’area laica per recuperare le radici che avrebbero dovuto fare crescere l’ulivo. Un richiamo forte è arrivato dalle Sardine, uscite nuovamente dalla scatola: “Non è la crisi del PD, è la crisi di Piazza Grande e di un’idea di politica che include invece che rinchiudersi”. “Fuori dai palazzi c’è un mare di bellezza e un’ecatombe di esclusi. Uscire in mare aperto fa paura ma è l’unica via per ricostruire e allargare. Noi lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle”. “Chiediamo che inizi una nuova fase costituente del centrosinistra: aperta, democratica, innovativa, credibile. Se verremo ascoltati sarà una piccola breccia nel muro che separa cittadini e politica. Se non verremmo ascoltati ci toccherà guardare”. No, vi toccherà entrare nel partito per farvi ascoltare. Ma questo è un altro discorso.

 

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